Duole il mondo, dove la lingua batte

La poesia di Giacomo Trinci.
GABRIO VITALI
Condividi
PDF

Caro, lontano amico, ciò che è scritto su queste pagine è solo il resto fragile di una continua scrittura che si fa in me, un’ininterrotta trasposizione in voce della realtà che si snoda davanti a noi e ci muove, stimola e stordisce.

Con questa Lettera all’ignota gioventù, Giacomo Trinci offre la sua ultima raccolta di poesie, intitolata Transiti e proposta nell’autunno scorso dall’editore Sossella, a un casuale giovane lettore, che vi si sia imbattuto in qualche modo e al quale manifesta così la sua richiesta di interlocuzione:

Approfitto della tua provvidenziale distrazione dal programma che la chiacchiera opinionale ti ha convinto a seguire, fatta di rassegnazione, disinganno, cinismo, accettazione del fatto compiuto, per venirti incontro a mia volta, forzando la mia stessa disappartenenza e la mia impossibilità a parlare di me stesso, del mio lavoro o non lavoro […] in obbedienza a una lingua che scalda il mio disordine in vista di un nuovo ordine: scalda il gelo del nostro globale sonno della ragione. 

L’apparizione di questo libro interrompe un silenzio editoriale del poeta pistoiese che datava dal 2013 (Inter nos, Aragno) e nel quale si era aperto uno spiraglio solo in occasione dell’antologia Sospeso Respiro. Poesia di pandemia (Moretti&Vitali, 2020), alla quale Trinci aveva partecipato con la silloge Presa di fiato. Mentre il grappolo delle opere precedenti restava, ancora più lontano, appeso al decennio a cavallo del secolo: Cella (Pananti, 1994), Voci dal sottosuolo (L’Obliquo,1996), Telemachia (Marsilio, 1999), Resto di me (Aragno, 2001), Senz’altro pensiero (Aragno, 2006) e, in edizione parziale e semiclandestina – poi continuamente riscritte e ampliate – le quattrocentotrenta e passa ottave di Autobiografia di un burattino (rielaborazione in chiave straniante e attualizzata del Pinocchio), nel 2004. Non si creda, tuttavia, che i periodi di silenzio editoriale, corrispondano a interruzioni della scrittura poetica che, invece, in Giacomo Trinci è un flusso quotidiano, “di ogni sera”, continuo e invasivo (ossessivo?), di traduzione in verso della musica, delle voci e dei suoni, che, dalla realtà e dalla storia – e da un costante confronto con la poesia dei grandi – arrivano all’orecchio della sua sensibilità, muovono la sua intelligenza e incontrano la sua lingua. Di ciò fa fede, per esempio ai frequentatori della sua pagina Facebook di questi anni, l’ininterrotta pubblicazione di versi, che lì avviene con intensificazioni anche di cadenza quotidiana e ai limiti di una dissipazione di sé a cui l’autore non sa o non vuole sottrarsi:

Come vedi, quasi ogni mia composizione si apre con puntolini, parentesi, sospensioni che rimandano a qualcosa di mai davvero chiuso, ma che continua a dirsi dentro. 

Nell’immersione in questo continuum poetico e musicale, in cui autore e lettore si confondono, si declina come per incanto quella che altrove ho chiamato la funzione cognitiva della poesia, in cui la lingua fa avvertire come propri i pensieri o i sentimenti raccolti dal verso, o – che è quasi lo stesso – fa scoprire di possedere pensieri o di provare sentimenti che, prima del verso, non si sapeva di avere: una sorta di ribaltamento della maieutica socratica dallo sconsolante «sapere di non sapere» al più rincuorante «scoprire di sapere». E in questo senso, in apertura del libro Trinci si rivolge proprio alla poesia, luogo di continua risemantizzazione del mondo:

(lettera a un’amica

tu non sai di sapere, amica mia. 
così com’è. non toccate la vita. 
la morte in è. lo scrupolo dell’arte. 
il troppo il vano (recitato a parte). 
non frugare la pena, già svanita.
l’arena della colpa in aria svola.
com’è così. stacca te dal dominio.
dal te stesso. ficcato in abominio.
il vino nel bicchiere è la tua gola.
disseta il tempo. conta lieve i passi.
ritmo nel ritmo – ad arsi a tesi a tema –
uno sull’altro. architettando i sassi.
il cielo assolve il male che in te trema.
tu pensa che a guarire la cancrena
c’è quello che non sai, del tuo sapere. 
quel non sapere di sapere è a dio.)

Come si nota qui, la scrittura poetica di Trinci sembra originarsi da unità minime di suono che la voce del poeta coglie nel flusso, rumoroso e cacofonico, della realtà e delle quali si appropria pronunciando e organizzando i suoni in fonemi, i fonemi in parole, le parole in sintagmi, i sintagmi in sequenze, le sequenze in versi, procedendo attraverso rimandi fonici, assonanze, consonanze, allitterazioni, contrasti, bisticci, amplificazioni, ripetizioni. Tutti materiali musicali che fra loro si amalgamano, si implicano e si fondono fino a diventare, anche attraverso un uso a-sintattico della punteggiatura, un ritmo che si traduce in versi e poi in strofe e la cui trascrizione sulla pagina si fa vera e propria partitura musicale, spartito. Ed è la voce del poeta – e poi del lettore – che esegue tale partitura, assumendola nelle modulazioni del proprio personale strumento vocale per liberarne alla fine il valore e il significato. E la bellezza. Ma perché questo possa avvenire, perché cioè il ritmo musicale possa essere eseguito e avvertito in ogni sua valenza e componente, sottraendolo ai rischi di aleatorietà, di dispersione e di contaminazione, per Giacomo diventa quasi scelta obbligata, nella trascrizione della partitura, il ricorso alle forme chiuse, consolidate e non transeunti, della tradizione poetica italiana, ordinate secondo le risorse di quella metrica rigorosa e ricca che egli ha sempre impiegato con vocazione naturale e competenza acquisita fin dalle prime sue opere:

Può apparire paradossale, ma la mia predilezione per le forme chiuse della tradizione, anzi il mio amore esclusivo per esse, apre ogni volta un discorso unitario, continuato, che fa della poesia un poema, della singola raccolta un unico gesto di risposta.

Dalla perfezione di endecasillabi e settenari alle rime alternate di  terzine e quartine, tutto il repertorio di composizione strofica della retorica classica concorre a costituire l’impianto della struttura sinfonica in cui Giacomo Trinci, incastona di volta in volta i suoi versi, associandovi autonome sequenze semantiche che cercano un senso d’insieme nel testo; mentre le singole poesie della raccolta rappresentano passaggi o parti di quel flusso musicale che si diceva ininterrotto come il suono della vita di cui il poeta è sensore e da cui lo deriva nel ritmo del proprio respiro:

la notte vera sopra noi si abbatte./ è il nostro egitto. lasciamogli il mare./ duole la lingua dove il mondo batte./ noi non sappiamo, lingua, che narrare. / che andare dove non è mai il suo dove. […] lasciamo questo egitto. coi bambini./ portiamo il canto. abbandoniamo il conto./ che non torna. è ritorta. è cupo affronto./ duole il mondo, dove la lingua batte./ lasciamo questa insonnia ai suoi mattini./ cantiamo il canto. piantiamo giardini.

Non si creda, tuttavia, che questo complesso lavoro sulla retorica del significante o sulla relazione essenziale fra regola e ritmo sia esercizio stilistico, magari erudito o soltanto lezioso, di un manierismo esteriore, avulso o indipendente dalla pregnanza dei significati e dal cosiddetto messaggio: anzi, la poesia di Giacomo Trinci trascende presto e spesso l’impostazione lirica di base per farsi poesia di forte registro epico e di chiara valenza civile, ponendosi e ponendo di continuo domande come queste (ancora nell’introduzione):

Riusciremo insieme poeti ed artisti, a civilizzare il deserto che è diventata la vita attorno a noi? La piatta amorfità del paesaggio global-capitalistico è veramente l’ultima non-parola del tempo?

È da domande come queste che si riafferma una civiltà della parola che la poesia ha costruito e a cui continua ad appartenere nella voce del poeta: da questa sua stessa eredità essa, dinnanzi all’incedere di riduzionismi del pensiero, di serializzazioni del linguaggio, di cacofonie e afonie del suono della vita e del suo senso (fonti primarie del quotidiano assedio di guerra, peste, siccità e fame che subiamo), si fa solidale ricostruzione delle “mura della città”, come diceva Mandel’štam, cioè luogo di resistenza umana alla disperazione e alla dissipazione e lingua di speranza e di possibilità. Senza intenti consolatori, naturalmente:

(…)

da tempo il tempo è sprofondato, estinto – 
da tempo il morso tuo, dimenticato. 
senza fine è la gioia, il corpo vinto. 
il morso avvinto al bacio, dissennato.
sconfinata la gloria dei tuoi giorni.
temo la sorte, non la morte temo.

non la tua voce, tremo a quel che resta 
di me di me, fuoco di mia foresta.

Se oggi, quindi, la nostra capacità d’immaginazione viene continuamente disgregata, abbruttita e dispersa; se la nostra mente rischia di non poter più essere invasa e fecondata dalle domande e dai perché della storia, ai quali la parola ci chiama; se il futuro per noi si restringe e si appiattisce sul presente e si chiude nella coazione a ripetere il già detto e il già avvenuto, la poesia di Trinci si colloca sui crinali decisivi della resistenza della lingua alle semplificazioni e all’intorpidimento del pensiero. E da quei crinali lancia i propri umili, ma tenaci richiami all’assunzione di consapevolezza e di responsabilità, manda il proprio messaggio d’amore:

(…)

resta l’etimo d’erba – d’umiltà –
spiar radici salva il nostro regno – 
resta il pensiero vivo che non sa… 
d’acqua di fango e luce – mite segno – 
che s’apre – nella morte – alla pietà
del mondo, in fondo a sé, senz’altro pegno.
non più l’avere vita – è diventarla –
essere in questa, senza più scontarla.

La lingua, per Giacomo, non è qualcosa di contrastivo alla natura e alla storia, qualcosa di interiore che si confronta con l’esteriore della realtà. Essa è un essere vivente che, come ogni forma di vita, fa parte della realtà, della natura e della storia, è con queste fortemente connessa. Pertanto, la sua poesia nasce dal corpo a corpo – nella fisicità del reale e, in essa, nella materia della lingua – con i linguaggi afasici e degenerati del mondo e nel loro rumore assordante cerca un varco di parola, una possibilità di senso, un passaggio aperto verso l’umano. A chiosa conclusiva su questo punto, si possono offrire i versi rubati  a un inedito di questi giorni:

non la vedremo mai la morte morta./ noi – la vivremo ancora come gelo,/ l’attenderemo nella lingua sorta/ più tardi, postuma, al prossimo cielo./ porteremo la lingua, pellegrina/ a vegliare la nascita infinita/ di vocali, di lemmi, e la partita/ si gioca qui, splendendo di vetrina.

Transiti
di Giacomo Trinci, 
Luca Sossella editore 2021.
Prezzo: euro 12

Le immagini sono tratte dalla Casa della Poesia

PER LEGGERE TUTTI GLI ARTICOLI
DELLA SERIE
PERCHÉ POESIA CLICCA QUI

Duole il mondo, dove la lingua batte ultima modifica: 2022-08-10T21:19:14+02:00 da GABRIO VITALI

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento