Il potere e le sue spine. Conversando con Carlotta Wittig

“Floridiana, la figlia del Rinascimento”, il romanzo storico ambientato nella Firenze dei Pazzi, vincitore di numerosi premi letterari. Ne parliamo con l’autrice.
IDALBERTO FEI
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Figli di un dio minore sono stati inevitabilmente i libri pubblicati allo scoppio della pandemia, quando l’attenzione del mondo era diretta altrove. Oggi, grazie all’incontro con l’autrice, vogliamo riproporvi una di queste opere, un romanzo storico molto particolare, Floridiana, la figlia del Rinascimento. Racconta di una madre e di una figlia, tutte e due potentemente segnate dalla Congiura dei Pazzi (Firenze 1478). La madre, Beatrice, cresciuta alla corte dei Medici, fa una scelta fatale: sposa per amore un Pazzi. La congiura, a cui non hanno preso parte, li annienta. Lasciano una figlia, Floridiana, affascinate, precoce, ”una ninfa” secondo Botticelli. 

Carlotta Wittig, entrando in una grande libreria troviamo tavoli interi dedicati ai romanzi storici, alcuni di bella qualità, molti commerciali – del resto anche Walter Scott, che può essere considerato il padre di questo genere, cominciò a scriverli perché come poeta non batteva un chiodo. Non temeva di finire in cattiva compagnia? 
Premetto: mai letta una riga di Walter Scott, o meglio forse qualche riga in un’enciclopedia per bambini e lo trovai noioso. In Italia abbiamo due nobili riferimenti per il romanzo storico: Promessi sposi e Gattopardo. Perché scoraggiarci? Del resto, qualunque cosa si scriva oggi o si pubblichi, anche nel riverito campo della narrativa, la cattiva compagnia sui banchi delle librerie mi sembra assicurata. Non ragioniam di loro, ma guardiamo e passiamo… 

Gabriel Garcia Marquez scrive che le interviste fanno parte della fiction, vale a dire che si presentano come vere ma sono inventate quanto un romanzo di fantasia. Cerchiamo di smentirlo. Quando le è venuto in mente di scrivere un romanzo storico? 
Un po’ tardi, a dire il vero. Nel 2006, mi pare. E subito vi misi testa e mano. Se nel quando è implicito anche un perché, mi verrebbe da dire che più avanzo nel mio tragitto di mortale e meno trovo interesse nella contemporaneità. Non sento d’aver alcuna consonanza culturale o spirituale con quanto mi rimbomba attorno. L’incedere storico invece mi conforta. Mi concede all’infinito di premere il back o il forward, è un diverso ascolto degli eventi, la distanza in qualche modo elargisce a noi che li ripercorriamo e a loro che accettano d’esser disarchiviati un fremito d’immortalità. 

Giorgio Vasari, Ritratto di Lorenzo de’ Medici, Galleria degli Uffizi

Il romanzo parte da una documentazione storica molto accurata fatta non solo di libri e documenti ma anche di immagini. Gli ambienti ma soprattutto i vestiti, i gioielli, le calzature, i cappelli sono descritti con minuziosa attenzione, fino ai più piccoli dettagli e lo decorano con gusto squisito. Non fa meraviglia che in copertina luccichi un’immagine di Benozzo Gozzoli. 
La mia tensione segreta, nel cercare di evocare un tempo grande come il primo Rinascimento italiano – fiorentino, direi – era proprio quella di restituire ai miei tre lettori l’alleanza strettissima di quei tempi con la bellezza. Rintracciabile non solo nelle grandi tele o statue o filosofiche opere o immortali Magnifiche Ville, ma appunto anche nel piccolo. Un fermaglio, uno stivaletto, un guanto. C’era una sorta di devozione a volte maniacale, nel trovare e cantare bellezza ovunque la si rintracciasse, anche sotto i nostri distratti calcagni. Un esempio: nella Primavera di Botticelli compaiono, accuratissimamente dipinte, più di cinquecento specie di piante. Fiorite e non fiorite. E non penso gliel’avesse ordinato nessuno. 

Floridiana, la figlia del Rinascimento ci racconta la storia di due donne, madre e figlia, Beatrice e Floridiana: personaggi storici o di invenzione?  
D’invenzione. Anche se Beatrice, sia nel nome che in quello dello sventurato sposo, segue una tenuissima traccia storica. 

La vera protagonista del romanzo è Floridiana, una bambina di sette anni intelligente, libera, che non guarda in faccia nessuno. Carlotta Wittig era così a quell’età o avrebbe voluto esserlo? 
No, non credo. Ma forse avrei voluto avere un’infanzia libera e accarezzata da un amore anticonvenzionale e insieme sostenente come quello che suo nonno Balthazar ha per lei.  

Firenze è un’altra protagonista della storia, col suo cielo azzurro, le sue miserie e splendori. Eppure, dalla sua biografia, non sembra che lei ci sia mai vissuta. Quando se ne è innamorata? 
Quando, studiando e ricercando, ho capito quale irriproducibile capolavoro storico – e umano – questa bizzarra e imprevedibile città italiana avesse sgusciato dal suo grembo e poi nutrito fino alla maggiore età. Alcuni studiosi rigettano l’accostamento della Firenze Laurenziana con l’Atene periclea, ma a me continua a sembrare pertinente. Sono due smisurati, generosissimi voli, di durata, ahimè, assai breve perché l’uomo non ce la fa a lungo a reggere le redini del Carro del Sole. Ma anche se la caduta è rovinosa, la luce di quel remoto osare tuttora illumina chi ne ripercorre il viaggio. O anche solo qualche stazione. 

In  molti romanzi storici contemporanei – quelli che un vittoriano avrebbe definito sandwich pieni di segatura – le scene di sesso sono numerose, spesso meccaniche e truculente. Nel suo libro sono poche, sempre intraviste, quasi rubate e questo le rende decisamente erotiche. 
Ringrazio l’intervistatore per questo riconoscimento! È quello che volevo ottenere ed è stata la parte di scrittura che più mi ha impegnata. In tutto ciò che negli anni avevo scritto non avevo mai affrontato il tema “sesso” così frontalmente.  Col fare e rifare alla fine spero d’aver trovato quel che lei dice: non tanto il sesso, parola e abusata e appiattente, ma (spero!) l’eros. 

Il potere e le sue spine è un altro tema fondamentale del libro. Non a caso vi compaiono figure, molto ben tratteggiate nelle loro ombre e luci, come Lorenzo il Magnifico e il cardinal Borgia. Si può gestire il potere senza sporcarsi le mani? 
Grande, affascinante domanda! Credo di aver cominciato a pormela molto presto. Speravo avidamente, un tempo, analizzando questa o quella figura di grande re, gran condottiero o grande Papa di poter rintracciare quello che fosse disceso nel suo monumentale sepolcro con mani non segnate da abusi, soprusi e assassini. Purtroppo non l’ho mai trovato. La nostra esperienza terrena sembra proprio suggerire che no, non si può gestire il potere senza lordare le proprie mani. Neanche il Magnifico ci riuscì. Anche se credo gli sarebbe assai piaciuto. 

Papa Alessandro VI , Musei Vaticani (attribuito a Pedro Berruguete)

Proprio sul cardinal Borgia, accusato d’incesto, lei ha scritto una pagina di grande tenerezza che cancella questo antico pregiudizio. La racconta ai lettori di ytali? 
Ma certo. Premetto che nutro istintiva repulsione verso le varie operazioni di damnatio memoriae che Madame l’Histoire, in certi suoi inesplicabili momenti di malumore, si diverte a rovesciare su un personaggio, una Casa, una Stirpe. Non erano stinchi di santo i Borgia, ma non meglio di loro fu uno dei predecessori, Sisto IV, principale orchestratore della fallita congiura dei Pazzi, in cui si progettò di fare a pezzi Lorenzo e Giuliano de’ Medici, per dare Imola al nipote di Sisto. Né fu migliore il furibondo Giulio II, successore di Papa Borgia. Né il predecessore di costui, il “mite” Innocenzo VIII, che con una famosa bolla aprì ufficialmente la grande caccia europea alle streghe. Un vero e proprio sterminio. Quasi tutte innocenti ‘herbarie’ – donne di campagna con qualche nozione di erboristeria, che applicavano con destrezza ai più comuni malanni. 
Ma vengo al punto: gli “incestuosi” Borgia. È ormai acclarato presso gli storici che “l’immonda” accusa contro Alessandro VI di aver abusato di sua figlia Lucrezia partì dalle irritate mani dello Sforza, signore di Pesaro e primo marito della fanciulla. Questo Sforzino – belloccio ma di flebile personalità – s’irritò alquanto quando suocero e cognato (Cesare) gli tolsero la dolce e giovanissima sposa, per farle combinare nozze più vantaggiose, con un Aragona. “O ti dichiari impotente – gli disse Cesare, brutale e sbrigativo come sempre – e consenti all’annullamento, o ti facciamo fuori”. Non furono certo queste le parole, ma tanto per semplificare. Il signore di Pesaro s’irritò alquanto e scrisse a un illustre parente che il Papa gli aveva tolta la moglie al puro scopo di “usare” con lei. Ghiottoneria da fetido tabloid, che fece il giro dell’Europa e attraversò i secoli. Nel romanzo ho introdotto un “prequel” della faccenda. Alessandro Borgia, che amava tenerissimamente questa sua figlioletta Lucrezia, amava anche, talvolta, visitarne il sonno notturno, che Lucrezia condivideva con la governante e tre gattini persiani. Perché gli piaceva guardarla dormire, ascoltarne il respiro e immaginare per lei un futuro di splendore. Cose normali, cose da padre vero. In questi momenti, la giovane governante usciva discretamente dalla stanza. M’è piaciuto immaginare che proprio dalla governante, invelenita perché il cardinale – uomo di magnetico fascino, a quei tempi – non si era dimostrato minimamente attratto dalle sue grazie, fosse partito il primo dardo venefico. Che avesse spiato quella scena notturna, di padre affettuoso che “sogna” il futuro della bimba, coi gattini curiosi che gli si arrampicano sulla vestaglia. E che, delusa, invidiosa, fosse stata la prima a gettare il seme di quel sospetto scellerato… 

Una curiosità: Il titolo di un famoso romanzo storico che le piacerebbe aver scritto lei. 
Les Misérables, di Hugo. Gide ha detto che a suo avviso il più grande poeta francese è Victor Hugo. E ha aggiunto un rammaricato “Hélas!” (ahimè). Forse perché gli dispiaceva di non poter contrapporre a quel Gange ottocentesco qualcosa di meno sterminato, di meno ridondante. Di moderno, insomma. Io tolgo l’hélas. Di tante cose rilette “da grande”, I Miserabili mi ha folgorata. Una sorta d’inesauribile sfolgorante imprevedibile fucina dove si sfornano immagini, metafore, arditissimi ossimori…una vera vertigine. Non mi stanco di consigliarne – anzi, più fastidiosamente, di predicarne – un’urgente rilettura… 

Il libro si chiude con una delle sue pagine più belle, il Magnifico Lorenzo che passa le consegne a Floridiana ancora bambina, le affida il compito di trasmettere la luce e lo splendore di questa epoca drammatica e straordinaria alle generazioni future. Un gran finale ma anche la promessa di un seguito? 
Siamo positivi, purché non al Covid! Più che la promessa, la certezza, a meno che la mia accidentata biografia non incorra in una brusca interruzione…ma ho una figlia a carico – Floridiana – e non posso lasciarla sola a sette anni ad affrontare temperie che si annunciano sempre più fosche.

Il potere e le sue spine. Conversando con Carlotta Wittig ultima modifica: 2022-08-10T16:35:18+02:00 da IDALBERTO FEI

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2 commenti

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Vitaliano Tiberia 11 Agosto 2022 a 20:13

Un romanzo storico, come questo di Carlotta Wittig, in epoca di consumismo sessuomane, è una rivincita del buon gusto fondato sul senso estetico della storia e sulla felice frequentazione della nostalgia. L’intervistatore, Idalberto Fei, ne ha colto i tratti salienti con eleganza.

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Claudia Gabrielli 11 Agosto 2022 a 20:16

Intervista affascinante e …desiderio di leggere il libro. Grazie

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