La Serie A impari da Ancelotti

ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Dunque, si riparte. E si ricomincia da dove era terminata la scorsa stagione, ossia dal Real Madrid, che battendo 2 a 0 l’Eintracht Francoforte, si è portato a casa la sua quinta Supercoppa europea e veleggia sereno verso i cento trofei in bacheca. Lo abbiamo seguito con entusiasmo, come sempre, restando affascinati dalla facilità con cui i suoi talenti ricamano sul campo, come se non sentissero il peso della fatica, degli anni che passano e della pressione che gli avversari si sforzano ogni volta di porre sui loro piedi d’oro per arginarne un minimo la classe debordante. Niente da fare: il leader calmo ha colpito ancora. Si è affidato agli undici che avevano battuto il Liverpool a maggio e ha vinto sapendo aspettare. Ha lasciato che i tedeschi sfogassero la propria furia adolescenziale e poi li ha colpiti con l’esperienza di veterani dei palcoscenici internazionali come Alaba e il sicuro pallone d’oro Benzema.

Fra un gol e l’altro, hanno giganteggiato i soliti Casemiro, Modrić e Kroos, si sono esibiti alla grande Valverde e il giovane Vinicius e Courtois ha ribadito,  ancora una volta, di essere il miglior portiere al mondo. Tutto semplice? Non proprio. Se il Real gira a mille, se rende apparentemente normali anche le cose più difficili, è perché Carletto ha saputo trasferire a Madrid la sua indole di emiliano pacioso, la stessa che aveva reso grande il Milan di Berlusconi e Galliani ma, soprattutto, di Inzaghi, Sheva, Kaká e altri fenomeni che il tecnico di Reggiolo seppe magistralmente amalgamare nel primo decennio di questo secolo. Spiace dirlo, ma ha ragione proprio Galliani: nel 2003 eravamo sul tetto del mondo, con due squadre italiane in finale di Champions League e una terza, l’Inter, eliminata dopo due pareggi, uno dei quali per 1 a 1, quando ancora vigeva le regola del gol in trasferta che vale doppio.

Non sappiamo quanto tempo ci vorrà per rivedere tre squadre italiane in semifinale di Champions: temiamo molto, specie se si considera che, sempre Galliani, di cui non condividiamo le idee politiche e alcune visioni gestionali ma che senza dubbio di calcio ne capisce come pochi, ha ragione da vendere quando afferma che siamo in netto ritardo su stadi e diritti televisivi. In poche parole: negli ultimi anni abbiamo sbagliato tutto. Sarebbe interessante ragionare insieme su quanto abbiano influito, in questo disastro, le scelte politiche errate compiute dai vari governi, Berlusconi in primis, che hanno indebolito il sistema-Paese e reso sempre più fragile un assetto imprenditoriale, sociale, culturale e, di conseguenza, anche sportivo che oggi non è più in grado di competere ai massimi livelli.

Ci limitiamo ad affermare che lo strapotere delle televisioni private a scapito di tutto ciò che è pubblico, gli investimenti insensati, i tangibili ritardi, i mancati investimenti sui settori giovanili, la scomparsa degli oratori, la crisi delle nuove generazioni, che va ben al di là dell’ambito calcistico, e il ripudio del gioco in nome di un cinismo apparentemente pragmatico e in realtà stupido e controproducente, tutti questi elementi hanno condotto il nostro movimento sull’orlo del baratro, con compagini che in Europa ottengono risultati complessivamente scadenti, eccezion fatta per la recente vittoria della Roma di Mourinho in Conference League, e una Nazionale che ci aveva illuso l’anno scorso di aver risolto tutti i suoi problemi ma che oggi è tornata al punto di partenza.

Dopo il 2006, il vuoto: due eliminazioni nella fase a gironi e due mancate partecipazioni ai Mondiali rendono la misura di una crisi che non è più solo sportiva ma diremmo quasi antropologica. Alcuni osservatori e osservatrici appuntano la propria attenzione sul fatto che nell’ultimo quindicennio siano esplosi tanti buoni giocatori ma nessun fuoriclasse: è vero, ma bisogna interrogarsi sulle ragioni di quest’assenza. Troppi stranieri nel nostro campionato? Non è una giustificazione valida: negli anni Ottanta e Novanta, la Serie A era la Mecca del calcio e, benché per un periodo siano state in vigore alcune restrizioni sul numero degli stranieri in rosa e in campo, i fenomeni globali che venivano a frotte a giocare alle nostre latitudini non intaccavano in alcun modo la qualità degli azzurri, che anzi traevano beneficio dal confronto quotidiano con miti come Zico, Maradona, Platini, Van Basten e molti altri ancora.

Diciamo allora che la Serie A ha smarrito la sua centralità, che poi è la tesi di Galliani. Diciamo anche che venticinque anni fa Ronaldo il fenomeno, quanto di più simile a Maradona abbia mai calcato i nostri campi, sbarcava in Italia, sponda Inter, ed esplodeva una follia positiva che andava ben al di là dei colori nerazzurri. Diciamo pure che l’altro Ronaldo, il portoghese, è venuto a certificare, nel 2018, la nostra crisi, non riuscendo mai davvero a inserirsi in una Juve che aspira da ventisei anni a vincere la Champions ma non ha fatto nulla per attrezzarsi allo scopo, mantenendo un centrocampo non all’altezza delle grandi d’Europa e affidandosi a una difesa che già quattro anni fa dava evidenti segnali di logoramento.

Quattro anni dopo, il portoghese non ha ancora scelto cosa fare: a Manchester, sponda United, si sente a disagio ma il suo ingaggio stratosferico e le sue pretese,  fuori dall’ordinario in tutti i sensi, scoraggiano ogni possibile acquirente. Noi, nel frattempo, ci avviamo ai blocchi di partenza, con un Milan rinfrancato dalla cura Pioli e, più che mai, dalla saggezza di Paolo Mqldini, capace di infondere un’anima ai rossoneri e di avviare una politica di rinnovamento che ha portato alla vittoria di un insperato scudetto la scorsa stagione, ponendo questa rodata banda di ragazzi terribili in prima fila anche nella corsa al titolo della stagione che sta per iniziare. In caso di vittoria, sarebbe il ventesimo e varrebbe l’agognata doppia stella. Il Milan si presenta all’avvio del campionato con una squadra rodata ma, al tempo stesso, fresca, un impianto di gioco consolidato, un condottiero di livello, un Leão chiamato al definitivo salto di qualità e un De Ketelaere destinato ad affermarsi, con quel visetto da bravo ragazzo che ricorda lo sguardo sornione di Kaká al suo arrivo in Italia.

La rivale più accreditata è l’Inter di Inzaghino, con un Lukaku, un Asllani e un Mkhitaryan in più e una voglia di riscatto senza confini dopo la beffa dell’anno scorso a Bologna. Onana è un signor portiere e, di sicuro  potrà sostituire Handanović meglio di quanto non abbia fatto Radu in quella circostanza, dando vita a una competizione interna che potrebbe rivelarsi fruttuosa per entrambi. Certo, o la va o la spacca e la difesa non consente di dormire sonni tranquilli, specie se si considerano le ultime uscite in amichevole e le incertezze cui abbiamo assistito in più di un’occasione. Capitolo Juve. Pogba, Di María, Kostić, Bremer: tutto bene, infortuni a parte, ma qui è proprio l’impianto a non funzionare. Allegri, con ogni probabilità, ha fatto il suo tempo, la difesa non è certo a prova di bomba, soprattutto dopo gli addii di Chiellini e De Ligt, il centrocampo ha guadagnato muscoli e talento ma non è paragonabile ai grandi reparti centrali che hanno reso nobile Madama e l’attacco, potenzialmente stratosferico, dipende molto dagli umori di un Vlahović che finora, in bianconero, non ha confermato le ottime impressioni che aveva destato a Firenze. E poi, manca la società.

Può sembrare un paradosso ma, mentre si apprestano a festeggiare il centenario alla guida della Juventus, gli Agnelli-Elkann danno l’impressione di non essere più in grado di trasmettere ai giocatori lo spirito e il DNA juventino, una serie di virtù che andava ben al di là del calcio e faceva la differenza nei momenti più delicati. Speriamo di sbagliarci, ma questa Juve non la riconosciamo più. Occhio al Napoli di Spalletti, che potrebbe costituire una piacevole sorpresa, ma soprattutto alla Roma dei Friedkin e del vate di Setúbal, che quest’anno potrà contare su una rosa di prim’ordine, con Dybala, Matić e Wijnaldum a scaldare i cuori dei tifosi e il resto della rosa desideroso di spingersi oltre i propri limiti. Se non sarà suddetto, di sicuro lotterà per qualcosa di importante. Fiorentina e Atalanta sono chiamate a ritrovare se stesse, mentre la Lazio di Sarri può giocare in scioltezza e togliersi notevoli soddisfazioni.

Vediamo dove arriveranno Sassuolo e Torino e, più che mai, cosa combinerà il Monza di Berlusconi e Galliani, artefici di una storica promozione nella massima serie (la prima in centodieci anni) e desiderosi di vivere un campionato da protagonisti. Sampdoria, Bologna, Torino, Udinese e Verona si candidano a vivere un’annata tranquilla, sperando di poter regalare qualche gioia ai propri tifosi. Empoli, Lecce, Salernitana, Spezia e Cremonese dovranno lottare per la salvezza e per nessuna di loro sarà un’impresa agevole conquistarla. Nel frattenpo, abbiamo festeggiato i sessant’anni di Michelangelo Rampulla, portiere della Cremonese e vice di Peruzzi, Van der Sar e Buffon alla Juve, e detto addio, a soli settantatre anni, al grande William Vecchi, il portiere che vinse, con il Milan di Rocco, la Coppa delle Coppe del ’73, quattro giorni prima della fatal Verona, e, più che mai, l’allenatore dei portieri che ha fatto la fortuna di Carletto Ancelotti sia al Milan sia al Real Madrid.

Un grande in bocca al lupo, poi, a Maria Sole Ferrieri Caputi, la prima donna arbitro in Serie A. Auspichiamo che a breve siano in tante e la cosa non faccia più notizia.Uno sguardo, infine, alla Serie B, mai come quest’anno ricca di campioni: da Buffon a Fabregas, neo-acquisto di un Como che pensa e sogna in grande. Lontano dal calcio, Serena Williams si ritira,  lasciando il mondo del tennis orfano della sua grandezza, e gli altri sport continuano a regalarci medaglie e felicità. Sarebbe bello se l’universo pallonaro traesse esempio da realtà meno ricche e famose ma, evidentemente, assai più abili a valorizzare la classe dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze.

La Serie A impari da Ancelotti ultima modifica: 2022-08-12T12:27:09+02:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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