Fascismo e antifascismo al tempo delle elezioni

Ragionando su una riflessione di Guido Moltedo di pochi giorni fa mentre il dibattito elettorale non decolla e il rischio della “fuffa” corre sui quotidiani e le riviste per accompagnarci alla prossima lettura delle liste e delle candidature.
ROBERTO DI GIOVAN PAOLO
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Era normale accadesse, lottando Fratelli d’Italia per il primo posto e Giorgia Meloni per la Presidenza del Consiglio, che si tornasse a parlare di fascismo e antifascismo era una cosa da considerarsi.
Ma può essere il viatico di una campagna elettorale? E al di là del marketing politico, ormai quotidiano, rassomiglia, almeno alla lontana, a una riflessione seria su una costante della nostra vita politica nazionale, e non solo, sociale, culturale? 

Se si guarda ai commenti un po’ più corposi in quotidiani e riviste, appare evidente anche ai protagonisti della campagna elettorale dei vari partiti che di fronte a bollette, guerre e pandemia e la gran paura dei ceti medi italiani (il vero “centro” dove si gioca la partita tattica elettorale, ormai sempre) il tema del fascismo e dell’antifascismo sta davvero un po’ stretto e sembra piuttosto anacronistico sotto i 55/60 anni di età. E tuttavia fa capolino, viene gettato là con “nonchalance”: si parla (riparla) della simbologia della fiamma missina, si assicura che ne si è orgogliosi… e un po’ più in là, dalle parti della Lega, una volta con Bossi dichiaratamente antifascista (anche se collaborante con Fini), si giunge a scegliere il campo del “sacro” con lo slogan “Credo”, che tanto male con “Dio, Patria e Famiglia”, poi non sta. Ma il problema vero non sono gli ammiccamenti di qua e di là del discrimine fascista, bensì l’opacità che in tanti anni ha circondato sia il fascismo e le sue radici nella società che l’antifascismo e la sua proclamata universalità. 

Il Fascismo in Italia ha goduto di una lunga vita consensuale col Paese per oltre venti anni, per poi scomparire in immediatezza il 25 luglio del 1943. E da luglio al settembre di quell’anno cruciale l’Italia ha virato in una situazione anche Costituzionale precaria, tanto che alcuni storici e costituzionalisti hanno parlato di “assenza dello Stato” per alcune settimane. Di fatto la metafora che mi sovviene ogni volta che parlo di queste cose è quelle immagini del film di Bertolucci “Il Conformista”, quando il protagonista cammina per le strade del 25 luglio su una marea di distintivi del Pnf lasciati cadere a terra (e per ognuno c’era una camicia o una giacca che li portava su…). Lo stesso Bertolucci che in “Novecento” racconta l’adunata in chiesa dove si compone l’alleanza dei ceti che propugnano il fascismo e scelgono il campiere (Donald Sutherland) come garante e guardiano della “rivoluzione”. Ma fuor di metafora, quanti in Italia hanno davvero approfondito il fascismo, le sue radici nel trasformismo giolittiano e post giolittiano, la sua idea di “rivoluzione” dell’uomo o di “ritrovamento dell’Uomo romano dell’Impero”, il suo ruolo di “levatrice” del nazismo e dei fascismi nazionalisti europei dell’epoca e successivi? 

Nel nostro Paese, del manzoniano “sopire e troncare”, è stata già dalla fine del conflitto una gara a nascondere le responsabilità politiche e morali sotto la coperta dell’orribile e abnorme, a dire e mostrare, del nazismo. Nascondendo i nostri campi di sterminio e trasferimento (per esempio la Risiera di San Sabba o Fossoli) e attribuendo ogni responsabilità di eccidi (molti nascosti nell’“armadio della vergogna” di cui raccontò mirabilmente Giustolisi) o rastrellamenti di ebrei, rom, gay e dissidenti (il Ghetto di Roma e di tutte le grandi città italiane…) dietro la cortina fumogena di un minor male meno responsabile (il Fascismo) a fronte di un male assoluto (il Nazismo). 

Dall’altro lato l’antifascismo esaltava con retorica lo sforzo dei partigiani (in alcuni casi come se gli alleati non ci fossero stati), nascondendo le discordie e i regolamenti di conti (Osoppo e il fratello di Pasolini in Friuli, per dire) e divideva lo sforzo tra la sinistra incaricata della memoria combattente e un centro democratico che esaltava maggiormente lo sforzo antinazista alleato e Atlantico. 

Ovviamente la storia non può essere ridotta in poche righe ed è molto più complessa e ricca di figure che hanno cercato di contrastare le ovvietà, a cominciare dai Padri Costituenti nel formulare sia la nostra Costituzione che le disposizioni transitorie tra cui quella che vieta “la riorganizzazione del disciolto partito fascista” (e molto opportunamente – su suggerimento anche di Togliatti – non vieta e non ha vietato le opinioni di destra ai fini di salvaguardare il principio ben più meritevole della libertà di idee nella società). 

Allora cosa è mancato se oggi appare normale, non tanto pensare ai pochi disperati reduci in camicia nera a Predappio, ma a un governo trainato da una idea rinnovata di fascismo “democratico”? 

Direi che è mancata una didattica del fascismo e dell’antifascismo. Una grammatica quotidiana. 

L’Italia – alla fine molto più della Germania – non ha fatto i conti con cosa ha significato il fascismo per vent’anni, le sue radici politiche nell’elitismo derivato dal Risorgimento fatto da pochi e certo non “popolari” (c’era il sentimento ma non certo una democrazia, e una sorta di impegno di “happy few”); il razzismo “scientifico” col corollario finale delle leggi razziali del 1938; il colonialismo, applicazione italiana – tra le peggiori del colonialismo europeo – del razzismo e dell’imperialismo; un’idea di società nazionalista e populista che gli italiani del ventennio, con rare eccezioni, hanno accettato come una “superfetazione” necessaria e che però prendeva le mosse in una storia patria di guerre civili, di insussistenza del civismo, assenza di regole in grandi parti del Paese abbandonate al latifondismo ed al giudizio (anche giudiziale per l’appunto) di pochi, alle regole di una monarchia molto poco costituzionale e tra le più arretrate culturalmente (il Re “Buono” Umberto primo, dei tanti Corsi delle cittadine italiane, santificato dall’attentato anarchico ma repressore a colpi di cannone delle manifestazioni popolari e delle leghe bianche e rosse, per dire). Tutto il “non detto” è stato assunto dagli epigoni del fascismo senza citarlo e dagli epigoni dell’antifascismo trasformando l’oggetto necessario di studio in un insulto e così chiudendo la partita senza mai aprirla.

Indagare il fascismo e le sue “permanenze” nell’animo, nel carattere degli italiani, avrebbe forse risvegliato fantasmi e richiamato a scelte di realtà ma, e questa è la colpa maggiore dell’antifascismo, coprirlo di insulti (anche motivati) ed esercitare una “cancel culture” antemarcia, ha distolto da una fatica la società italiana che dunque è divenuta preda del “non detto” o del “detto a metà” su cui lo storico Francesco Filippi ha scritto cose davvero interessanti, vedi il suo Mussolini ha fatto anche cose buone

Per cui ci sono voluti oltre trent’anni per comprendere il dramma dei prigionieri di guerra italiani nei lager o il cuore delle storie di Rigoni Stern e oltre sessant’anni per capire Cefalonia oppure la dinamica dell’attentato di via Rasella e dell’eccidio delle Fosse Ardeatine in una città, Roma, che non è mai stata “città aperta” (Alessandro Portelli, L’ordine è già stato eseguito). 

La rimozione del fascismo, delle sue cause, delle sue opere sociali inquadrate in un disegno che fu l’architrave di nazismo e degli altri fascismi europei, ha causato un dibattito che oltretutto, perdendo i protagonisti in carne e ossa, è divenuto asfittico, retorico e poco fondato sugli argomenti. 

Evitabile da chi fa riferimento a nazionalismi e populismi moderni e pieno di “trappole” per chi li contesta, a rischio di passare per i veri conservatori o comunque incapaci di confrontarsi con le proposte “moderne” della destra di oggi. 

Rifondare uno studio reale del fascismo e del suo ruolo e connessione con le “permanenze” culturali degli italiani dovrebbe essere il nuovo antifascismo. Rileggere la nostra Costituzione nella parte sociale che Dossetti e altri intendevano porre a presidio di un’“evoluzione” della società italiana per cancellare le cause sociali e culturali , che Gobetti e Donati analizzarono così bene in visione contemporanea e futura, dovrebbe essere la base di un lavoro programmatico e politico che i progressisti italiani dovrebbero sviluppare negli anni ed è impossibile fare nelle poche settimane prima di ogni elezione. 

Solo così potremmo sfuggire alla retorica, annullata dalla necessità di presenziare a iniziative di chi si richiama alle idee nazionaliste e populiste, base del fascismo italiano, per dimostrare tolleranza e “laicità” culturale. 

Non si può commentare l’ultimo libro della Meloni con lei in un salotto politico o in talk show televisivi e poi chiamare all’antifascismo militante nel momento elettorale. Il richiamo Pavloviano non funziona sotto i sessant’anni e sopra non è detto che funzioni più bene. C’è bisogno di un ragionamento che diventi politica in un programma realmente alternativo in quanto a disegno sociale. 

Quello che non può essere negato ai fascismi di ieri e di oggi: avere un chiaro disegno sociale per le nostre società. Regressivo, conservativo, attento al consolidamento dei gruppi di potere elitari e rivolto a legare a questi le masse popolari con scelte affabulatorie e propagandistiche, ma di un certo effetto. 

Per smontare questo castello serve ragionare di più, tutti i giorni, sul filo rosso di una Costituzione che incentiva uguaglianza e fraternità nella libertà. 

L’unico fatto positivo di questa crisi che stiamo vivendo, con la destra non più trainata da Forza Italia ma dagli epigoni della “Fiamma”, sarebbe quello di contribuire a rinnovare anche lo sforzo di reinquadrare fascismo e antifascismo sotto lenti meno opache e più ragionate. Non sarebbe un risultato malvagio. Se lo si comprendesse fino in fondo. 

Fascismo e antifascismo al tempo delle elezioni ultima modifica: 2022-08-15T23:59:26+02:00 da ROBERTO DI GIOVAN PAOLO

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