Il meraviglioso verde veneziano

Venezia è, è sempre stata, anche una città di orti e giardini. Lo raccontava, quasi cento anni fa, Gino Damerini, giornalista e uomo di cultura raffinata, in un volumetto pubblicato a Bologna da Zanichelli nel 1927: “Giardini di Venezia”. Il saggio è tornato recentemente sugli scaffali delle librerie grazie, di nuovo, a una casa editrice felsinea, la Pendragon.
SANDRA GASTALDO
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Non solo pietre, non solo acqua e luce. Venezia è, è sempre stata, anche una città di orti e giardini. Lo raccontava, quasi cento anni fa, Gino Damerini, giornalista e uomo di cultura raffinata, in un volumetto pubblicato a Bologna da Zanichelli nel 1927: Giardini di Venezia. Conservato nelle biblioteche cittadine (dal Correr alla Marciana, dalla Cini alla Querini) il saggio è tornato recentemente sugli scaffali delle librerie grazie, di nuovo, a una casa editrice felsinea, la Pendragon.

Il volume comprende quindici capitoli dedicati alla città “verde” e altri sei alla storia di specifici luoghi: da palazzo Balbi alla Querini Stampalia, da palazzo Grassi, allora Stucky, all’ex teatro dell’Anatomia a San Giacomo dell’Orio al tempo ancora osteria dalla facciata ornata da un’ombrosa pergola: la“ Vida”, meta apprezzata da Medardo Rosso e da molti altri artisti.

Gli abitanti di San Giacomo dell’Orio si battono perché l’ex Teatro di Anatomia – la Vida— (sullo sfondo) sia tutelato come edificio pubblico e di uso pubblico.

Con uno sguardo permeato dalla nostalgia per la Venezia conosciuta in gioventù – la prima edizione uscì quando Damerini aveva 46 anni – ma non velato da essa, l’autore ricostruisce la storia del verde in laguna.

Da una parte – in sei capitoli – quello pubblico, fruibile da tutti, nato con i decreti napoleonici. Dall’’altra quello privato, di congregazioni e aristocrazia, caratterizzato da una mai netta distinzione tra orto e giardino. Di questo “verde” – censito, scrive Damerini, sestiere per sestiere, da Sansovino – godevano i religiosi e soprattutto le élite che vi si ritrovavano per cercar distrazione o per ozio filosofico.

Ai nostri giorni restano di tutto ciò scampoli di vigneti nei conventi e un vasto spazio alla Giudecca letteralmente inaccessibile per volontà testamentarie dell’ultimo proprietario noto, l’artista austriaco Friedensreich Hundertwasser (1928-2000). Si tratta di quello che è ancora conosciuto come il giardino Eden, dal nome dell’inglese Frederic Eden (1828-1916) che acquistò gli oltre quindicimila metri di terreno con la moglie Caroline (1837-1928) negli anni Ottanta dell’Ottocento. Eden – autore del volumetto Un giardino a Venezia (prima edizione in inglese del 1903) ristampato proprio da Pendragon nel 2008 – nel suo giardino accolse, tra gli altri, Proust, Henry James, Reiner Maria Rilke e Gabriele D’Annunzio.

La nuova edizione di Giardini di Venezia è corredata da alcune pagine dedicate a Gino Damerini (Venezia 1881- Asolo 1967) scritte dal figlio Ferdinando.

Un capitolo necessario e utile, benché non esaustivo, poiché Damerini, critico e autore teatrale, saggista e giornalista che diresse per quasi vent’anni il prestigioso quotidiano La Gazzetta di Venezia (giornale, secondo la definizione dello storico Mario Isnenghi, di ascendenza settecentesca e gozziana ), è figura a rischio oblio. Tutto ciò nonostante siano oltre trenta le sue opere – su teatro, arte, storia – consultabili nelle biblioteche veneziane. E nonostante il ruolo di primo piano avuto da Damerini in città fino a tutto il 1940 (anno dell’entrata in guerra dell’Italia) quando Giuseppe Volpi, il potente fondatore di Porto Marghera, divenuto editore sia della Gazzetta di Venezia (testata di riferimento delle élite cittadine) sia del più popolare Gazzettino, decise un accorpamento.
Di fatto, con l’operazione, la Gazzetta venne letteralmente fagocitata.

Veduta dell’isola di San Giorgio e di quella della Giudecca ampiamente occupate anticamente da orti e giardini.

Maria Damerini, moglie di Gino, nel libro Gli ultimi anni del Leone, la cui pubblicazione per il Poligrafo (1988), fu curata da Mario Isnenghi, racconta in modo asciutto gli eventi.
“Gino era stato convocato dal prefetto”, scrive Maria ricordando che l’appuntamento decise la vita del giornale. “Il pretesto, se così si può dire di una tragedia nella tragedia della guerra, già vicina anche per noi, fu la campagna razziale”.

“Il prefetto ‘sapeva e deprecava’ come la Gazzetta non la conducesse come avrebbe dovuto e non fossero stati licenziati quelli che andavano licenziati“.
“Non si trattava in verità di questo: già a diverse riprese gerarchi locali e della capitale avevano avvertito – annota Maria Damerini – che l’indipendenza di giudizio non era gradita”.

Le memorie di Maria Damerini, volume pubblicato oltre trent’anni fa e di complesso reperimento fuori dal circuito bibliotecario, offrono un contributo fondamentale per conoscere la figura del direttore della Gazzetta. Altre tracce si trovano sempre nelle raccolte pubbliche: del 1968 è una pubblicazione della Fondazione Cini per il primo anniversario della morte del giornalista e scrittore.

Nel dicembre del 2000 l’Ateneo Veneto organizzò un convegno di due giorni intitolato “La Venezia di Gino Damerini: continuità e modernità nella cultura veneziana del Novecento” di cui sono stati pubblicati gli atti a cura di Giannantonio Paladini.

Sempre a Paladini si deve la postfazione di una riedizione del 1992 del volume di Damerini D’Annunzio a Venezia (1943). Del 1969 è la ristampa di un testo pubblicato per la prima volta dall’ex direttore della Gazzetta nel 1956: L’isola e il cenobio di San Giorgio Maggiore.

Con queste due eccezioni, il catalogo dell’opera di Damerini – pubblicata tra i gli anni Venti e gli anni Sessanta del Novecento – non ha avuto ristampe recenti, eccezion fatta per i Giardini di Venezia. Eppure gli scritti di Damerini non sono pagine datate e superate. Risultano invece essenziali per una riflessione su eventi e scelte di politica culturale del nostro tempo oltre che per capire la Venezia della prima metà del Novecento.

Uno scorcio delle viti nell’orto di San Francesco della Vigna. Sullo sfondo l’isola di Murano.

Un arco di tempo segnato da due guerre, da una grave crisi economica locale ampliata dall’onda del ‘29, dal Fascismo e dalle leggi razziali. Ma pure un periodo di sviluppo: del settore secondario, e, a caduta, del terziario, e anche della vita e delle istituzioni culturali cittadine oltre che del sistema museale civico in piena formazione sotto la spinta di un uomo vicino a Damerini: Nino Barbantini. Nato nel 1885 a Ferrara, nel 1907 Nino Barbantini vinse per concorso il posto di direttore della Galleria internazionale d’arte moderna e delle Esposizioni della Fondazione Bevilacqua la Masa. Istituzioni comunali che, come registra la Treccani in una voce redatta proprio da Damerini, esistevano allora soltanto sulla carta e alle quali Barbantini dette impulso, forma e contenuto tanto che per lui fu costituito nel 1930 l’ufficio per le Belle Arti della città.

A Barbantini, al quale aveva affidato la critica d’arte sulla Gazzetta, Damerini fu legato da un rapporto di stima, amicizia e collaborazione manifestata anche nel sostegno dato alle esposizioni “secessioniste” dei giovani artisti capesarini – tra essi Gino Rossi e Arturo Martini – che produssero grande interesse e molte frizioni con i vertici della Biennale d’arte di allora.

Non è superfluo qui ricordare che a Nino Barbantini si devono il Museo di arte Moderna di Ca’ Pesaro e quello del Settecento a Ca’ Rezzonico, il nuovo slancio dato al vetro col Museo di Murano, quando l’isola fu “riunita” a Venezia sotto la medesima amministrazione comunale. E, ancora, l’organizzatore di grandi mostre (sul Settecento Veneziano, Tiziano e Tintoretto) e l’ideazione del progetto che portò al restauro dei monumenti palladiani dell’Isola di San Giorgio e alla nascita della Fondazione Cini.

L’isola di San Giorgio, con la chiesa progettata da Andrea Palladio, divenuta sede della Fondazione Cini creata anche sotto l’impulso di Nino Barbantini. 

Se Damerini molto contribuì a fare per l’arte e la cultura a Venezia, con l’influenza della penna e delle relazioni, poco poté contro l’assedio alla vegetazione in una città che alle origini e per secoli aveva mantenuto e difeso una dimensione anche rurale.
“Non più tardi di venticinque anni addietro – scrive Damerini nel libro appena ristampato – Venezia era ancora un tripudio di verde”.

Con amarezza, l’autore, nella stesura di Giardini di Venezia considerava come, a rovescio di quanto accaduto per i giardini pubblici – creati abbattendo edifici e chiese – a Venezia gli alberi fossero stati divelti per cedere il luogo ai muri e alle finestre.


Nei giardini lavoravano assidue le accette, le piccozze, e le cazzuole; il ‘verde di Venezia’ scomparve.
La città anziché ampliarsi come avrebbe potuto terminò così di impietrirsi quando gli edili delle altre città ponevano a base dei loro studi per gli allargamenti urbani la creazione di parchi.

Considerazioni del 1927 che si potrebbero riscrivere tal quali anche oggi.

Immagine di copertina: Veduta dell’area occupata dai Giardini di Castello

Il meraviglioso verde veneziano ultima modifica: 2022-08-15T15:09:41+02:00 da SANDRA GASTALDO
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