Cosa rappresenta un’elezione anticipata nell’“inverno del nostro scontento”?

ROBERTO DI GIOVAN PAOLO
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L’intervista a Giuseppe Laganà, segretario dell’Aiempr, c’introduce a una realtà di valori e credenze naturali e religiosi che non sembrano più entrare direttamente nell’agone politico odierno. E nondimeno sono sottesi ai tanti scontri di idee fin quasi ai fondamentalismi “quotidiani” con cui ci siamo abituati a convivere, dalle sentenze delle corti costituzionali agli ukase politici e le teorie complottiste. Ma allora quale è il ruolo che il “sacro” gioca nel tempo della “crisi” permanente? [Qui il link al recente convegno mondiale di fine luglio]

L’Aiempr nasce con l’intento di riflettere sul ruolo del sacro ed è frequentato da sociologi,studiosi di religioni e credenze, antropologi, psicologi, e quest’anno, poche settimane fa, ha riflettuto in un congresso mondiale sul “sacro al tempo della crisi”. Come si è incrociata questa riflessione con una situazione mondiale in piena crisi: ambiente, pandemia e guerre, guerra in Europa in Ucraina, fondamentalismi e crisi di tutte le ideologie… l’umanità sembra vivere una drammatica fase epocale di passaggio… che cosa ne avete dedotto nel vostro congresso mondiale?
Nato quattro anni fa – quando ancora la pandemia era di là da venire – da un’intuizione del presidente uscente Salvatore Zipparri, che è venuto a mancare negli scorsi giorni, dopo aver tenacemente e brillantemente portato a compimento il Congresso, il tema del sacro all’epoca della crisi, ha accompagnato la riflessione delle diverse delegazioni nazionali che ha poi avuto il suo vertice durante i lavori che si sono svolti a Roma dal 26 al 31 luglio u.s. Dalla pluralità dei contributi presentati è emerso che il sacro può essere la categoria concettuale che accomuna persone appartenenti a diverse fedi o a nessuna fede, avendo come punto irrinunciabile per una rinnovata antropologia della fraternità il rispetto per l’altro da sé, per il mondo in cui ci troviamo a vivere, insieme alla consapevolezza che ogni qual volta fallisce la relazione fondata sulla parola che favorisce il confronto, l’espressione della pluralità delle opinioni, siamo di fronte ad un evento tragico, ad un trauma, ad una ferita che può sanguinare per diverse generazioni, che attenta al piacere e alla gioia del vivere insieme nonostante le innumerevoli difficoltà che la Vita stessa contiene. Abbiamo “respirato” il dolore di un post pandemia neanche tanto post e la drammaticità di una guerra, l’ennesima, che metta a dura prova la speranza come azione continua e quotidiana nella costruzione faticosa di un sistema di relazioni che si possa lasciare definitivamente alle spalle la guerra come strumento di risoluzione delle controversie tra gli uomini e gli stati. In sintesi , ci siamo trovati e ci siamo salutati al termine dei lavori nella condizione di coloro che vogliono continuare a sperare nonostante tutto.

Lei è divenuto al termine del congresso il segretario mondiale di questa associazione di studiosi ed è italiano. Vive cioè in uno dei Paesi più industrializzati e che nello stesso tempo ha una grande inquietudine ma anche la presenza del Papa cattolico che a volte sembra essere un punto di riferimento non solo per la sua Chiesa cattolica ma anche per laici di impronta umanitaria e perfino illuministica. È l’ Italia un campo di osservazione particolarmente ricco della crisi e del ruolo del sacro?
Ho l’onore e il piacere di ricoprire questo ruolo per i prossimi tre anni al fianco del nuovo presidente, la catalana Maria Núria Ribera. Penso che sia anche il riconoscimento per il lavoro portato avanti dalla Delegazione italiana negli scorsi tre anni e per un metodo di lavoro che punta a coinvolgere, ad includere che non ha paura del conflitto che può e deve scaturire dalla diversità di pensieri, idee ed opinioni, perché convinti che il conflitto è una dimensione ineliminabile della condizione umana. La sua fecondità dipende dall’uso che se ne fa: se per costruire o annientare l’altro coltivando masochisticamente e sadicamente il piacere della distruzione. Può sembrare strano, ma esistono percorsi personali orientati in questa direzione che rispondono ad una grande seduzione ed eccitazione per poi lasciare alla fine un senso di vuoto e di frustrazione che per essere colmati hanno bisogno della loro ripetitività. In sintesi, si è dentro un circolo vizioso difficile da spezzare che ostacola e a volte rende quasi impossibile il lavorare insieme con creatività e gioia.

Per rispondere alla sua domanda, penso che l’Italia, innanzitutto per la sua storia, per la collocazione geografica che fa da cerniera tra il Mediterraneo e il resto dell’Europa, per lo stretto legame con la sede di una delle tre religioni abramitiche, costituisca uno dei luoghi di crisi più rilevanti e più importanti da analizzare e studiare. E se si assume questa consapevolezza, può diventare il laboratorio in cui continuare a pensare quella che il compianto don Tonino Bello, vescovo di Molfetta, chiamava la “convivialità delle differenze”. Se il sacro è in crisi, se la religio è in crisi, come da anni viene evidenziato da studiosi di diverse discipline, a mio avviso una delle strade da percorrere per ripensare creativamente entrambi, è di non dimenticare che il religare è un tratto ineliminabile dell’essere umano che nasce e cresce. In altre parole, non esiste vita possibile al di fuori della relazione. Ora la scelta di appartenere a una religio è frutto di diversi fattori e non è data una volta per tutte e chi ci sta dentro deve continuamente vigilare per evitare di cadere nel proselitismo e chi sceglie di starne fuori, non lasciarsi andare al sarcasmo e al disprezzo. Forse il punto in cui ci si può incontrare è rappresentato dalla categoria del rispetto che salvaguarda la relazione quando si è in completo disaccordo sui contenuti. Lavorare culturalmente in questa direzione potrebbe aiutare a costruire un mondo un po’ più fraterno. Particolarmente con questo papa, ma senza dimenticare il Magistero dei suoi predecessori a partire almeno da Papa Giovanni XXIII, dal Concilio Vaticano II, per quel che riguarda la Chiesa Cattolica la riflessioni sulla crisi è una costante evidente. E la situazione è talmente complicata che faticosamente se ne riesce a venire a capo. Riguarda tutti, credenti e non credenti, e il seguito che Papa Francesco ha nel mondo è il segnale che la crisi ha investito e continua ad investire l’umano al di là dell’appartenenza o meno ad una fede. Attiene principalmente a come continuare a stare al mondo su un pianeta che arranca dal punto di vista climatico sociale e politico.

Tra poco si andrà al voto e viene da chiedersi come sia cambiato il rapporto tra ciò che è la politica e ciò che è sacro o affine, come la religione, la tradizione popolare, i comportamenti sociali. C’è ancora un rapporto tra la politica e questi mondi e di che genere è in caso esista?
È  crisi di sistema, non solo valoriale. Ai cambiamenti sociali, economici, tecnologici, continuiamo a rispondere negando, di fatto, la rilevanza della crisi e la scorciatoia presa da molti è parlare alla pancia dei cittadini, brandire il simbolismo religioso con funzione rassicurante, giocarsi la “partita” cercando di placare l’angoscia legittima sul presente e sul futuro. Quello che attiene alle cosiddette “realtà penultime”: la politica con le sue leggi, l’economia con le sue risorse e i vincoli stringenti, il diritto, straordinaria invenzione, quando funziona, per regolare i rapporti tra persone e realtà gruppali, sistematicamente ed in larga parte ignorato. Non vorrei essere equivocato: non sto dicendo che le riflessioni su questi aspetti non ci siano, sarei un folle se lo negassi, ma faticano, nella gran parte dei casi a diventare legislazione. E senza legislazione aggiornata in grado di rispondere alle nuove istanze, ai nuovi bisogni, di connettere diritti e doveri,  e, perché no,  anche a nuovi desideri, arranchiamo e di brutto.

Il sacro fa riferimento a tutto ciò che per l’ umanità è spesso inspiegabile o quantomeno difficile da comprendere o conseguire. E dunque è presente in chi è religioso oppure no. In chiunque cerchi una spiegazione alla vita propria o collettiva. In questo senso le grandi narrazioni del passato nel civile informavano anche le scelte politiche, ideologiche, anche quotidiane. E quindi anche quelle politiche. Lei trova ci siano “permanenze” anche cambiate di segno oppure la politica attuale è completamente scevra di riferimenti che non siano pratici.
Nel rispondere a questa sua domanda sarò palesemente  di parte a partire da una premessa: abitiamo una porzione infinitesimale dell’universo che, secondo gli ultimi studi cosmologici, è nato 13,83 miliardi di anni fa, in cui le previsioni di durata del Sole, la nostra maggiore stella, sono di 5 miliardi di anni; dove circa 100.000 anni dopo il cosiddetto Big Bang è apparsa la prima luce e poi, a poco a poco, si sono formate tutte le strutture, che si espandono e addirittura accelerano grazie ad una forza opposta alla gravità. Anche noi siamo in costante movimento sin dal primo momento in un percorso che non può fare a meno della conoscenza ( più o meno profonda) di  noi stessi e del mondo che ci circonda. Cosa voglio dire? Della necessità di  un pizzico di umiltà e di consapevolezza sulla nostra finitezza e fragilità anche se siamo capaci di cose grandiose nel bene e nel male. Ora, le risposte a questa situazione ognuno le cerca e forse le trova condizionato da una serie di fattori: costituzionali, la famiglia e il luogo di nascita, le persone incontrate, gli eventi vissuti, ma sul fatto che siamo Ospiti temporanei su questa terra è fuori discussione. Possiamo accettare o rifiutare quello che c’è stato dato, ma sul fatto che non ne siamo noi gli artefici, penso, che neanche questo possa essere messo in discussione. A un certo punto come magistralmente raccontato nel mito di Adamo ed Eva ci siamo messi in testa che siamo onnipotenti, salvo poi ricevere periodicamente delle autentiche mazzate sia sul piano individuale che collettivo che ci ridimensionano. Tutto questo dura il tempo del ricordo per poi ricominciare.

Siamo fatti così. E arrivo a quel “spudoratamente di parte”, riferito al nostro continente, alla nostra Europa che in certe circostanze è specializzata nel darsi la zappa sui piedi; ad una scelta politica ben precisa, deleteria, sul piano interno e devastante verso l’esterno: aver rifiutato qualsiasi riferimento alle radice religiose della sua storia. Non si trattava di privilegiare una fede a scapito delle altre, ma di riconoscere la potenza che il vissuto religioso nelle sue diverse declinazioni ( artistiche, teologiche , filosofiche)  aveva rappresentato per il nostro continente. Se non hai rispetto per la tua storia, difficile e controversa quanto vuoi, come puoi chiedere rispetto a chi ti guarda da fuori? Come se la politica dovesse essere qualcosa d’altro rispetto ad un fantomatico mondo religioso che viene pensato da tanti come superato, intriso esclusivamente di superstizione. Questo, a mio avviso, l’errore strategico che rende monca la politica come arte difficile ed affascinante del  governare la complessità dell’umano. E della complessità dell’umano la discussione, perenne, sul sacro e sul religioso e sui loro rapporti, è parte integrante.

Da un lato i partiti politici non possono certo più richiamarsi ad ispirazioni religiose o parareligiose (la Dc, la “chiesa” Pci) ma dall’altro lato crescono i fondamentalismi anche minimi (no vax, no green pass, no tap etc…..) . Non sarà che proprio una negazione assoluta del “sacro” ( in realtà spesso solo proclamata), sia all’ origine delle nostre crisi? Ovvero che non fare i conti razionali con il sacro ci conduce ad un uso solo delle categorie “non -discutibili” del sacro stesso e dunque ai piccoli fondamentalismi quotidiani, che hanno spesso orientato anche il voto degli ultimi anni?
Quando riduci la riflessione  sull’umano, nella sua dimensione conscia e inconscia, dentro uno schema in cui la politica, e mi ripeto, è esclusivamente la risposta tecnica ad esigenze di portafoglio e basta, manchi costantemente la finalità per cui è stata inventata. Da sempre. Le “chiese laiche” della nostra recente storia politica  (cioè i partiti) erano innanzitutto delle grandi comunità in cui ci si incontrava, si dibatteva aspramente e ferocemente, in cui si condivideva una visione del mondo e della storia, giusta o sbagliata che fosse. A un certo punto si sono identificate quelle storie con i loro inevitabili errori, con gli ineludibili deficit che qualsiasi visione del mondo contiene in sé. Ogni interpretazione del mondo ha la sua nascita, il suo sviluppo, le sue crisi e la sua fine. È sempre stato così e sempre cosi sarà. Allora, se questo universo sta in piedi da 14 miliardi di anni cosa vuole che sia una teoria che magari dura un secolo, due nel migliore dei casi. Quel che voglio dire è  che procediamo per approssimazioni e che quando pensiamo di aver trovato la soluzione definitiva ad un problema, in realtà ne abbiamo trovato una parziale. Questo aspetto per alcune persone è inquietante ed angosciante ed ecco la ricerca di un  “Grande Padre” o di una “Grande Madre” che rassicuri nelle proprie certezze, nei propri convincimenti. Da qui alla chiusura nel proprio mondo in cui l’altro con la sua soggettività, non può e non deve entrare, il passo è breve. Per come la vedo io, al  punto in cui sono arrivato nel mio percorso di vita, abbiamo a che fare con un Grande Giocherellone che forse in certi momenti si è anche un po’ distratto, con il quale il rapporto non è mai risolto una volta per tutte. E una continua lotta a volte anche incomprensibile e sfiancante, ma  che a volte ci immerge nella Bellezza,  suscita Stupore e Meraviglia, alcune delle porte di accesso  di quello che possiamo chiamare il Sacro. 

immagine di copertina: La preghiera di papa Francesco in una piazza San Pietro deserta al tempo del coronavirus

Cosa rappresenta un’elezione anticipata nell’“inverno del nostro scontento”? ultima modifica: 2022-08-20T15:25:57+02:00 da ROBERTO DI GIOVAN PAOLO

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