Un tempo umile / uno splendore

semplice nella poesia di Annalisa Ciampalini
GIANCARLO SISSA
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Quarta raccolta dopo L’istante si dilata (2008), L’assenza (2014) e Le distrazioni del viaggio (2018), Tutte le cose che chiudono gli occhi (2022), rispettato l’intervallo di quattro anni che separa un libro dall’altro – e che testimonia di una scrittura governata dalla cura e dalla ponderatezza e avulsa dunque da frette e smanie – ci consegna il punto d’arrivo, provvisorio ma certo, di una scrittura in versi di elegante compostezza e di serena severità anche formale. L’estrema pulizia del dettato poetico di Annalisa Ciampalini è infatti senza dubbio il più corretto strumento, oltre che il più affidabile posizionarsi rispetto alle possibilità stilistiche, per dire e raccontare l’esperienza vissuta, sia di dolore o luce, e per restituirla illimpidita, bonificata, incontrabile (come potrebbe essere nelle intenzioni della madre sufficientemente buona di Wilfred Bion) al lettore attento. Tutto sembra scritto nella luce alta di colline che preludono al mare, in un tempo levigato dove il pensiero ha imparato a sostare nel suo dire tutto il tempo che serve, vale a dire un istante e continuamente, anzi, continuamente l’istante nel quale la luce si fa parola precisa, nitida, necessaria:

È questa l’ora del fuoco

in un tempo deciso oltre il cielo.

Rendi caldo il mio posto liquido

infondi l’idea del grano,

dell’impasto che poi sarà pane.

Il tuo mezzogiorno ampio

in questa luce di fondale.

Come già lasciava presagire l’esergo da un’altra poetessa grande e di nitida pronuncia quale Silvia Bre:

Come quando in una qualche stagione

spicca l’istante che la farà nostra.

Già ne L’assenza il percorso si annunciava preciso ed essenziale, caratterizzato dal dolore che sempre accende le istanze del manque amoroso nella tradizione lirica occidentale, ma qui disciplinato dalla forza d’emblema delle tessere del mosaico testuale in cui ogni parola è argine al rischio del disfacimento così proprio dell’attesa illusa e dunque prossima al vuoto (per il quale vengono a mente le parole incredibili d’una canzone cruda e irriverente come Adeus di Piero Ciampi: «la tua assenza è un assedio»). Ed è nello spazio bianco della pagina, o nel fuori campo sfocato d’una fotografia, che Ciampalini graffia e incide, con precisione chirurgica, i segni del proprio abbandono, il tentativo essendo quello di trasformare l’umiliata distanza in prossimità di poesia:

Sulla superficie delle pagine

tiepida aspetto

un verbo che generi

i nostri corpi e il sangue.

La misura della severa bellezza dei versi di Annalisa Ciampalini trova logica e spontanea continuità attraverso le quattro sezioni (ne L’assenza le sezioni erano tre, in Tutto quello che chiude gli occhi saranno invece cinque, secondo una significativa fiducia nelle possibilità della narrazione in versi) di Le distrazioni del viaggio, raccolta nella quale si incontrano due dimensioni imprescindibili della poetica di questa autrice per la quale il dato biografico e l’assoluto, così sfuggente ai dati terreni, cercano di dirsi e darsi nella lingua della poesia non meno che nella «lingua dei numeri» (Ciampalini è laureata in Matematica e questa disciplina ha insegnato per anni a scuola) intesa come possibilità di «misurazione della bellezza indeterminata dell’universo» e «a servizio del pensiero», secondo la bella intuizione di Monica Guerra che cura la prefazione del volume, e dove la stessa matericità delle cose esprime una sua luce altra:

A volte non conviene addentrarsi

ma rimanere sulla superficie delle pietre

far tacere i secoli

il trambusto della storia e della gente.

Posare la vista

su di una piccola area di grazia

che racconta la sua forma presente.

Silenzio e grazia essendo del resto i medium migliori per accedere a una diversa e più alta visione del tutto:

Il canto che tiene insieme il tempo

arde lassù. Tu chiami mente

l’alto che le mani non arrivano a bucare.

Così consegnato il pensiero a un suo inedito tragitto dove «anche gli alberi si scambiano/ sguardi di luce» e dunque anche la natura e il creato chiedono d’esser detti in modo archetipico e vibrante, si giunge a Tutte le cose che chiudono gli occhi, raccolta nella quale i temi già incontrati – «un tempo denso oltre il cielo», le zone di confine e di frontiera dove l’autobiografia sconfina nella metafisica (secondo la lezione, a esempio, dell’ultimo Caproni) e dove «Bisogna tenere lo sguardo fermo/ non voltare le spalle alle visioni più fragili/ custodire l’ideale di qualcosa/ che risorge e che resta» – si trovano esplorate e dette in una modalità che si sottrae con ragionata e umile eleganza alla teatralizzazione della voce oggi tanto in voga presso certa scrittura in versi in Italia – quello di Annalisa Ciampalini essendo invece «un tempo umile/ uno splendore semplice, di terra/ luce che nasce dall’erba» e che perciò stesso origina la poesia, la preghiera, la cura della parola tersa, ammantata di generoso raccoglimento.

Ruota peraltro, questa raccolta, attorno a due sezioni che a me paiono fondanti di quello che si può considerare sia il punto d’arrivo – provvisorio – della poesia di Ciampalini, sia il luogo dal quale ripartire per nuove ipotesi di scrittura. Mi riferisco a Il posto (la terza dopo Stagioni in prestito e Forme del tempo) e a La stanza condivisa (la quarta, prima della conclusiva Viaggi). La sezione Il posto si apre con una prosa di straordinaria resa onirica caratterizzata da un’aura diffusa d’incantesimo, di cosa che non si vuole scordare. Il luogo, ci informa l’autrice, esiste realmente ed ha subito negli anni gli effetti del degrado e della dimenticanza che tanti scorci naturali hanno subito in Italia a tutto, osceno, vantaggio di sterpaglie e immondizie, e sopravvive tuttavia in questa sequenza di dieci testi come misterioso varco spazio-temporale, come possibilità di ritorno a un inizio archetipico, alla traccia di un antico cammino aperto alle ipotesi della luce:

Qualcuno si sporge dai pioppi

sulla riva opposta del fiume.

E insieme a quella figura

tutto il silenzio

e la luce calma di un tempo.

Per un attimo il posto aderisce alla vita

alla prima impronta lasciata.

Vive, con le anse e gli alberi

nella sua luce ancestrale

e noi – piccoli piedi –

dall’acqua levigati.

E se misteriose figure umane si affacciano sulla riva del fiume, ecco che il cammino, il percorso, può essere condiviso, plurale, la reminiscenza ospita il noi che abita e agisce La stanza condivisa, secondo la definizione di Annalisa: «il luogo dove più luoghi coincidono, stanza di comunità, stanze d’aspetto di reparti difficili, ospizi, talora anche un’aula di scuola », ipotesi insomma comunitaria, ipotesi d’amore e di pietas partecipata, esposta e raccolta al tempo stesso, restituita al mondo e ai suoi soggetti secondo una grammatica anche spirituale ma inedita, da scoprire, da imparare, da far propria con la dovuta attenzione («Ci vollero giorni per capire i compiti che ci erano stati assegnati.») perché l’attenzione all’altro – e a se stessi – esclude ogni infingimento e impone regole severe, atte a testimoniare:

Nessuno di noi

può sostare nei pressi della parete più esposta.

Oltre quel muro

risiedono i malati veri

coloro che per le continue febbri

disertano le lezioni mattutine.

Le menti illuminate

che fissano un punto fuori campo

e colgono nel segno.

Nella stanza condivisa

i posti vuoti

creano il luogo di un amore cresciuto a dismisura

la forma sensuale dei corpi

tramutati in assenza.

Piace pensare, che oltre al “caproniano” cogliere nel segno, l’assenza, le assenze, preludano a nuovo cammino, senza certezze se non forse quella del ritorno all’inizio cui si accennava sopra, nel compimento dunque di una parabola di luce:

Escono da queste case basse

cercano i sassi levigati del lago

mettono i piedi nell’acqua

pensano alla luce in cui partiranno

al riflesso chiaro che inonda la soglia.

Ma restano a riva

offuscati da una pioggia sottile

in attesa che un destino li raggiunga

e si compia.

Non è un caso forse che anche questa sezione ospiti passaggi in prosa lirica – ben tre, mentre uno si trovava, come detto, nella sezione precedente e una prosa si troverà nella conclusiva Viaggi – come se ogni nuova ipotesi necessitasse di una voce più distesa e disposta al racconto, forse alla confessione e capace di raccogliere tutti i segni e tutti i sogni – o le visioni – in un intento di massima scorrevolezza, proprio come un fiume («Stanotte ho sognato che dormivo in una casa attraversata da un fiume. Quando sono entrata nella stanza condivisa, i corpi di tutti splendevano come alberi chiari.») un fiume che attraversa le pagine, bagna autobiografia e storia, suggerisce nuove grammatiche, illumina e rinfresca la coscienza di chi scrive, di chi legge.

Tutte le cose che chiudono gli occhi
di Annalisa Ciampalini
peQuod editore, 2022
Prezzo: euro 13,00

Immagine di copertina: Annalisa Ciampalini da Interno Poesia

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Un tempo umile / uno splendore ultima modifica: 2022-08-23T16:15:14+02:00 da GIANCARLO SISSA
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