Luci e ombre della Biennale 2022

Tutto quello che avete sempre voluto sapere ma non avete mai osato chiedere.
FIAMMETTA MARTEGANI
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Anche quest’anno, come ogni due anni, ho approfittato della depandance veneziana di mia madre per visitare l’evento più atteso nel panorama dell’arte contemporanea internazionale: la Biennale.
E anche questa volta, essendo Venezia la mia seconda casa, e avendo avuto più di due settimane a disposizione per esplorarla in lungo e in largo, in molti, che non hanno ancora avuto il tempo per farlo, e che al momento buono avranno a disposizione poco più di un weekend, mi hanno posto la fatidica domanda “cos’è il meglio della Biennale di quest’anno?”
È per me sempre molto difficile formulare una risposta a questa domanda. Probabilmente una risposta vera e propria non c’è. Tuttavia, come curatrice, ci sono alcune questioni cruciali che riguardano non solo l’edizione di quest’anno, ma la Biennale, in generale, come istituzione e veicolo di trasmissione e studio dello stato dell’arte, che vorrei condividere con il pubblico, anche di non addetti ai lavori, ma appassionati di arte contemporanea e di Venezia, che, di fatto, è la grande protagonista di questa prestigiosa rassegna. O almeno dovrebbe esserlo.

Cominciamo dalla mostra tematica “Il latte dei sogni” a cura di Cecilia Alemani che, per la prima volta nella storia della Biennale, ha scelto di dar voce a oltre il novanta per cento di artiste donne. Una scelta coraggiosa e vincente, vista l’eccellente selezione di opere esposte. Quanto alla curatela e all’eterno dibattito Giardini VS Arsenale, trovo che le opere esposte alle Corderie dell’Arsenale siano sempre molto più interessanti rispetto a quelle presentate al Padiglione Centrale ai Giardini. Credo che si tratti, prima di tutto, di una questione di usi degli spazi. Il lungo “corridoio” delle Corderie, infatti, permette ai curatori di essere molto più liberi che nel Padiglione Centrale, che si trasforma quasi sempre in un “labirinto”: un’esperienza quasi più “stressante” che piacevole, come dovrebbe essere, invece, la visita e l’accesso alle opere d’arte. Inoltre, dal punto di vista dell’“ospitalità”, se ai Giardini si fatica sempre a trovare un “rifugio” in cui riposare mente e corpo, terminata la visita all’Arsenale, consiglio di aspettate lo shuttle acquatico che vi porterà allo Spazio Thetis che quest’anno, per la prima volta nella storia della Biennale, ospita un padiglione dedicato al Metaverso. Stupisce che non ci abbia ancora pensato la Biennale, dedicandovi un padiglione “metanazionale”, soprattutto vista l’esigenza di cominciare a lavorare seriamente, su scala globale, su come portare avanti la curatela nel mondo NFT. Di lavoro da fare ce n’è ancora molto, ma la scelta di ospitare una mostra del genere dimostra l’avanguardia di questo centro che, da anni, cerca di promuovere giovani artisti in questi remoti spazi dell’Arsenale circondati da uno splendido giardino: un’oasi che accoglie un piccolo museo open air di artisti contemporanei di calibro internazionale, fra cui Joseph Beuys, Jan Fabre, Michelangelo Pistoletto, oltre al celebre “Building Bridges” di Lorenzo Quinn.

Danimarca, Biennale di Venezia (da Twitter: @Daniele72Italy)

Veniamo ora, nel dettaglio, ai Padiglioni nazionali. Essendo esposti quasi un centinaio di Paesi, mi limiterò a quella che considero la mia – personale – TOP 5, in ordine rigorosamente alfabetico:

1. Danimarca: un padiglione inquietante, ma allo stesso tempo, e forse proprio per questo, estremamente affascinante, e, sicuramente, con opere d’arte mai viste prima.

2. Francia: divertente e al tempo stesso poetico omaggio alla storia del cinema e del postcolonialismo.

3. Malta: dal fuoco all’acqua, un esempio perfetto di “less is more”.

4. Olanda, presso la Chiesa della Misericordia: vale il viaggio fino a Cannaregio. Soprattutto perché, finalmente, ci si può riposare sui colorati puff che fanno parte della splendida istallazione.

5. USA: quest’anno Simone Light ha reinventato il padiglione statunitense sia dentro che fuori. Credo fermamente che l’utilizzo dello stesso spazio espositivo dovrebbe diventare uno dei temi centrali delle Biennali del futuro.

Quanto al padiglione Italia, curato da Eugenio Viola, sorprendentemente – era da anni che aspettavamo un “rinascimento” italiano – Gian Maria Tosatti ci ha riportato ai tempi in cui l’Arsenale era una fabbrica. Ed uscimmo a riveder le stelle.

Padiglione Italia

A proposito dei Padiglioni nazionali, un’ultima nota aggiuntiva. Mi ha spezzato il cuore vedere chiuso il Padiglione Russo – con tanto di sicurezza alle porte – perché avrebbe potuto offrire una grande opportunità agli artisti russi per esprimere il loro dissenso contro il regime di Putin, come per altro stanno già facendo nel resto del mondo, nei Paesi dove hanno trovato rifugio politico. Perché non darglielo proprio qui? Una vera occasione mancata.

Quanto agli Eventi Collaterali e a quelli NOT ONLY BIENNALE, tra le numerose location disperse tra Venezia e Laguna, alla fine, negli anni, le mie preferite sono sempre le stesse, credo non per caso. Si tratta, infatti, di Chiese o dimore veneziane d’epoca: luoghi ricchi di storia e con molto spazio a disposizione, dove le opere d’arte hanno, finalmente, il respiro necessario per essere esposte. Qui la mia TOP 5, in ordine rigorosamente alfabetico:

1. Chun Kwang Young a Palazzo Polignac

2. Ocean Space presso la Chiesa di San Lorenzo

3. Bosco Sodi a Palazzo Vendramin Grimani (da non confondere con Palazzo Grimani, sede di un’altra esposizione)

4. Lorenzo Quinn: trovo che tutti i suoi lavori, a Venezia, sappiano sempre integrarsi perfettamente con la città, ma che questo, in particolare, sia uno dei più “leggeri” e meglio integrati nella splendida location del Canal Grande. Aperto al pubblico solo durante il fine settimana, uno dei modi migliori per ammirarlo è dallo splendido terrazzo del Guggenheim, che per la sua collezione permanente vale sempre una visita, aldilà della mostra temporanea in corso.

5. Uncombed, Unforeseen, Unconstrained al Conservatorio Benedetto Marcello, dove se siete fortunati potrete ascoltare anche la musica degli studenti che vi si esercitano. Un valore aggiunto a questo luogo già di per sé magico.

Quanto al miglior artista, quest’anno il consenso è unanime. Simone Leigh ha stravinto il Leone d’oro non solo per il lavoro realizzato presso il Padiglione degli Stati Uniti ma anche all’Arsenale, dove ha aperto alle Corderie e chiuso al Giardino delle Vergini toccando, allo stesso tempo, questioni di politica, postcolonialismo, femminismo ed estetica, decretandosi il ruolo di Dogaressa della Biennale.

Anish Kapoor, Gallerie dell’Accademia di Venezia, Palazzo Manfrin.

Arriviamo così al podio dei tre “Fuori Biennale”, e fuori classe. Di nuovo, in ordine rigorosamente alfabetico, rimangono imperdibili:

1. Anish Kapoor: non ci sono parole per descrivere il suo lavoro, davvero impressionante, nel senso letterale di  saper “impressionare”. Tuttavia, dal punto di vista curatoriale, ritengo sia stato un peccato dividere la mostra in due sedi, soprattutto sapendo che Palazzo Manfrin presto si trasformerà nella Fondazione Anish Kapoor. Per tanto, non c’era davvero bisogno di portare le sue opere anche alle Gallerie dell’Accademia dove, nonostante la loro potenza, sembrano “disperdersi”. Ancora una volta, less is more.

2. Anselm Kiefer a Palazzo Ducale: uno dei più grandi artisti contemporanei in uno dei più incredibili palazzi della Serenissima. Per chi non ci fosse mai stato, la Sala del Maggior Consiglio vale un viaggio a Venezia.

3. Ai Wei Wei all’Isola di San Giorgio: uno dei più grandi artisti contemporanei in una delle isole più belle della Laguna. Prendetevi del tempo anche per uscire nel giardino e godervi l’opera di Renee van Bavel. Gustatevi un caffè con vista porticciolo e San Marco. E per una vera vista mozza fiato su tutta la Laguna salite sul Campanile. Vale il viaggio all’isola.

Queste le luci. Ora arriviamo alle “ombre”, delle Biennali di questo ultimo ventennio, partendo da quest’ultima. Anche se ho avuto oltre due settimane per ammirare quasi l’intero panorama di arte contemporanea di Venezia, questa volta, più di ogni altra, mi sono sentita davvero sopraffatta dal punto di vista dell’offerta, in termini, ahimè, quantitativi. E non qualitativi. Sopraffatta non solo dalla Biennale stessa, ma anche da tutti gli altri eventi, collaterali o meno, a volte del tutto non necessari, ma utilizzati come “vetrina” per non perdere questo grande momento di visibilità, che accade ogni due anni. In questo girone dantesco di arte contemporanea, nonostante abbia visto alcuni lavori eccezionali – come quelli precedentemente menzionati – ho visto anche molte opere orribili. Peggio, banali.

In linea di massima, in questa come nelle ultime Biennali, si potrebbe concludere che:

1. BASTA CON LA VIDEOART: Ogni volta che vedo un video esposto alla Biennale,  mi sembra sempre di essere sottoposta a un’enorme perdita di tempo. E di soldi. Non fraintendetemi, non ho mai avuto nulla contro l’uso di uno schermo come strumento artistico, come è stato fatto, ad esempio, in modo molto efficace, al Padiglione francese. Ma quando viene utilizzato solo per mostrare l’ennesimo video – su schermo – come è stato fatto al Padiglione del Regno Unito – nonostante questo Paese abbia vinto il Leone d’Oro – non posso fare a meno di pensare che avrebbero potuto semplicemente utilizzare un canale YouTube, senza privare, ad altri artisti, una piattaforma così costosa come quella della Biennale, a scapito dell’esposizioni di Belle Arti che ancora esistono, hanno molto da dire e lottano, ogni giorno sempre di più, per poter trovare uno spazio in cui essere esposte.

2. LESS IS MORE: Uno dei musei più belli che abbia mai visto in vita mia è il Chichu Art Museum di Naoshima, in Giappone, realizzato da Tadao Ando: dieci stanze per dieci opere d’arte. È così che credo, nel profondo, che l’arte debba essere esibita. E selezionata. Perché non scegliere un solo artista per ogni padiglione nazionale? Perché non mostrare solo un’opera d’arte per ogni sala espositiva? Perché non scegliere la qualità invece della quantità? Se il problema è la mancanza di spazio perché, per esempio, non allargarsi al Lido, meta relegata al turismo da spiaggia che, invece, meriterebbe di essere esplorato per la sua bellezza, anche dagli appassionati d’arte, producendo un effetto virtuoso di “deprovincializzazione” e di “ricambio” turistico, dalla ventata più internazionale, non solo durante la breve – e troppo intensa – settimana del Festival del Cinema.

3. LAST BUT NOT LEAST: NON DIMENTICHIAMOCI DI DOVE SIAMO!

Oltre a tutti i padiglioni e gli eventi per cui abbiamo deciso di imbarcarci in questa avventura, stiamo, di fatto, camminando nella città più incredibile del mondo. E non mi riferisco solo al Canova e al Palladio o ad alcuni musei che sono delle vere gemme nascoste – come, per esempio, il Fortuny, appena ristrutturato, che vale da solo un viaggio a Venezia – ma ad ogni angolo, scorcio, interstizio, di questa strabiliante città: quella delle Fondamenta degli Incurabili di Brodsky e delle Pietre di Ruskin. Non dimentichiamocelo. Esploriamola, sbirciamo tra le calli che attraversano le strade principali, prendiamo un vaporetto al volo verso un’altra isola, facciamo un bagno al Lido. Affondiamo le dita nella sabbia, tra le conchiglie e le onde, che hanno generato questo miracolo a cielo – e mare – aperto.

Così, dopo aver trascorso oltre due settimane immergendomi a 360 gradi nel più grande palcoscenico di arte contemporanea su scala mondiale, l’esperienza più bella che ho avuto è stata quella di visitare San Francesco del Deserto, un’isola quasi deserta, scoperta da San Francesco in ritorno dalla Terra Santa, dove è ancora possibile ritirarsi nella quiete dello splendido Monastero francescano, qualunque fede si osservi, o non si osservi. 

Mentre ero lì – solo lì – dopo due settimane di “Artporn”, finalmente, mi sono sentita libera. 

E questa è stata, senza dubbio, la sensazione più appagante che dell’intera Biennale 2022.

Luci e ombre della Biennale 2022 ultima modifica: 2022-08-29T22:48:24+02:00 da FIAMMETTA MARTEGANI

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