Città storica sotto i cinquantamila

CARLO RUBINI
Condividi
PDF

Il tema della discesa sotto i cinquantamila abitanti/residenti della città storica di Venezia come prevedibile ha avuto un’eco che è andato oltre il piano locale. E per la prima volta è stato posto anche a livello mass mediatico con la complessità che merita, per i molti spunti demografici ad esso correlati; e che non si esauriscono solo in quel fenomeno che da tempo è stato chiamato Esodo. Infatti, un po’ tutti gli articoli e i servizi radiotelevisivi hanno finalmente rimarcato lo sfavorevole rapporto tra i deceduti e i nuovi nati come causa primaria, anche se ovviamente non l’unica, della diminuzione di residenti. A differenza del passato quando il calo avveniva soprattutto per il rapporto sfavorevole tra chi se ne andava e chi entrava a risiedere, a sfavore di questi s’intende. Quando in un mese nella città storica – e mi pare – sia accaduto a maggio – ci sono stati sette nati e cinquanta deceduti si capirà che il problema sta soprattutto lì, ereditato dall’esodo, questo sì, massiccio di quaranta e trenta anni fa. Infatti è assente o molto carente oggi la fascia d’età deputata a fare figli, mentre nonostante l’allungamento della vita, questa prima o poi finisce per tutti, e in città storica quelli sulla soglia della fine sono tanti.

Si dirà, e a ragione, che, se ci si concentra soprattutto sulle urgenti scelte per arginare il fenomeno e possibilmente invertirlo, poco conta la causa della diminuzione, sempre più lenta ma anche sempre incessante. Come dire che se piove devi comunque aprire l’ombrello e non fa differenza nell’aprirlo se la pioggia viene da una perturbazione atlantica o da un temporale estivo. L’importante è prima di tutto aprirlo. Da questo punto di vista mi sento del tutto allineato e solidale con coloro che, associazioni, partiti, movimenti, in vario modo denunciano con veemenza il fenomeno e propongono soluzioni. Soluzioni che non dovrebbero essere alternative tra di loro, ma sommarsi virtuosamente. E personalmente mi attengo alle proposte di chi nel settore degli alloggi e della residenza a Venezia – perché poi banalmente di questo, non facile da dipanare, si tratta – ne sa più di me. 

Quello che però su questo tema del declino veneziano mi preme sottolineare, fosse anche irreversibile, è il forte disagio che provo quando lo vedo descritto e accompagnato, soprattutto nei mass media, con termini apocalittici e sensazionalistici. 

Dramma, morte, funerale, estinzione, disastro, angoscia, dolore, grido di dolore, tragedia, catastrofe, paura è il breve e incompleto inventario che ho stilato dei termini di accompagnamento che circolano sul tema spopolamento; e che di solito fa tutt’uno con il dissesto idrogeologico lagunare, con l’overtourism, con la desertificazione commerciale ad uso residenti. Vorrei dirlo chiaramente: sulla sostanza ho poco da obiettare, è quella che è, sull’uso di questi termini sì, e molto, invece.

So che rischio di passare per ciò che non sono e non mi sento, quello che si dice negazionista, ma cerco le parole giuste per ogni cosa. Se uso per il declino veneziano, fosse anche più grave e portato a conseguenze più estreme, gli stessi aggettivi e le stesse parole che avrei potuto usare per le trentamila vittime in una notte nel bombardamento di Dresda nel ’45, per i terremoti con migliaia di vittime o anche solo per la perdita traumatica di persone care o per altri casi di sofferenza vera individuale, c’è qualcosa che non va.  

Diamine! C’è una gerarchia anche in ciò che di male ci accade e se tutti i mali sono posti sullo stesso piano c’è qualcosa che non va, o nel valutarli, oppure semplicemente nel lessico per esprimerli. 

È quindi solo una questione di proporzioni lessicali – ma a cascata anche concettuali – che pongo, per rispetto verso tragedie vere come quelle che ho citato, che rimarrebbero ben più avanti nella gerarchia dei mali e delle parole per descriverli anche se tutte, ma proprio tutte le situazioni di crisi veneziane dovessero aggravarsi ancora di più, e persino in via definitiva. 

E ammetto che è questo il disagio che mi ha portato una seconda volta in dieci anni a prendere le distanze da un’associazione come Venessia.com che porta da anni avanti con merito (sottolineo e pubblicamente non per la prima volta, con merito) il tema dello spopolamento e del declino (e in ciò mi sento del tutto solidale con lei e i suoi promotori), ma lo fa a parer mio con una sproporzione di sentimento, di lessico e di termini per descriverlo. Recentemente mi son lasciato andare pubblicamente ad un’ironia nei loro confronti (e però niente più che una semplice ironia, senza alcuna offesa diretta o indiretta) okay, forse eccessiva e troppo emotiva, ma se devo dare una spiegazione è solo questa: il punto non è nel merito, su cui sostanzialmente concordo, ma nei modi e nelle forme. 

Oltre dieci anni fa mi ero permesso di contestare a loro il funerale di Venezia. E per una ragione ben precisa. Quando si nomina una città non si indicano solo un insieme di pietre, di muri e di selciati, ma una comunità di persone, tra cui c’ero anch’io; che non mi sentivo defunto allora, come non mi sento defunto oggi. Si dirà: era ed è defunta la comunità non le singole persone, il funerale si riferiva alla comunità. Mi spiace, neppure la mia comunità è e sarà mai defunta. Se non lo sono stati gli Ebrei dispersi nel mondo intero, qualcosa di più di cinque sei chilometri verso ovest – cosa dite? – non defungerà neppure la mia comunità. 

Ed è una prospettiva che non porrei neppure strumentalmente allo scopo di attirare l’attenzione, per quanto, come ho già detto, ne riconosco perfino l’efficacia. Non va bene. Mai. 

Anche perché se si cercano strategie, oltre a quelle imprescindibili delle residenze, per attirare persone, e poi si descrive il nostro come un luogo deserto e di morti che camminano, non è un servizio utile per far arrivare gente; la gente dovrebbe fuggire ancor di più con queste prospettive, sempre che si consideri l’arrivo di gente da fuori utile al ripopolamento. Perché a volte ho la sensazione che l’arrivo di gente da fuori lo si consideri comunque un imbastardimento etnico, ma forse questa è solo una fuggevole sensazione. 

Poi però è evidente che la considerazione e la valutazione sull’under cinquanrtamila cambia a seconda di come si legge la città e la sua vicenda, non solo nell’ultimo secolo, ma di sempre si può dire. 

Se se ne ha una visione larga, risalente persino al suo antico Dogado (superato? non so, non credo del tutto) che dava il nome di Venezia a tutto l’arco lagunare da Grado a Chioggia; o se più banalmente la si vuole coincidente con il suo attuale Comune (coincidenza comune/città che avviene per tutte le città dell’universo globo), allora si è portati ad una valutazione meno ansiogena, perché si considera che una comunità non è comunque in via di estinzione, ma è una comunità che si mantiene decentrandosi e allargandosi. È una visione questa che, me ne rendo perfettamente conto, rischia fortemente di abbassare la guardia sullo spopolamento della città storica, ma nello stesso tempo fa i conti con quel che è successo nella contemporaneità e che non può essere ignorato. Non pretenderei condivisione per questa lettura, ma rispetto si, è sempre stata in campo e ha i suoi sostenitori. 

Se invece si fa coincidere la città solo con la Civitas Rivoalti, quella che oggi si chiama il pesce, l’isola di isole dei sei sestieri, allora, non lo nego, è comprensibile e giustificabile un sentimento più cupo. E neppur questo, tuttavia, e qui mi ripeto, dovrebbe arrivare ai toni catastrofistici di morte già abbondantemente citati; anche se, di nuovo ammetto e riconosco, questa è una visione che ha certo il pregio non da poco di mantenere molto più viva della precedente l’attenzione sullo spopolamento e di rendere più urgente la questione, meritando, fosse solo per ciò, altrettanto rispetto. 

Dal Corriere del Veneto

C’è poi infine da dire che anche con una visione più ampia che fa coincidere Venezia con il Comune, sul popolamento non c’è da stare allegri. Perché anche il Comune di Venezia è in costante calo numerico di residenti da dieci anni in qua e ha lasciato da poco il primato regionale a Verona, pur rimanendo (ma non si sa fino a quando a questo punto) il tredicesimo comune d’Italia per numero di abitanti.  Sia chiaro non è il declino demografico di tutto il comune iniziato negli anni Settanta, detto con termine tecnico de-urbanizzazione, e che ha interessato tutte le grandi e le medie città italiane e d’Europa a favore dei comuni di cintura. Questo trend in calo è nella sua generalità cessato da tempo e alcuni grandi comuni centrali hanno cominciato a invertire la rotta; i comuni di Milano e Bologna, per esempio, in costante crescita complessiva di residenti. Evidentemente città piuttosto attrattive queste, seppure, la prima soprattutto, non certo attrattiva per i costi altissimi in tutti i comparti civili, abitazioni comprese; ma evidentemente c’è dell’altro e molto d’altro di attrattivo, in grado di vincere l’ostacolo economico. Al contrario il calo costante della Grande Venezia, vicina ormai a scendere sotto i 250.000 residenti, certifica una scarsa attrattività complessiva, a differenza della sua cintura sempre in lenta ma costante crescita. Ci sono alle spalle ragioni strutturali e sociali di un declino complessivo, questo sì veramente preoccupante. Qui non c’è lo spazio, ma c’è la sensazione che anche e soprattutto di questo bisognerebbe occuparsi, perché è una cornice che serve a inquadrare anche il grave problema demografico della città storica, per provare a trovare soluzioni, le due cose non sono disgiunte. Ed è anche questo un tema su cui si può fare fronte comune con tutti coloro, e sono tanti, che con coraggio intendono occuparsene. Comprese le associazioni da me citate. 

Al lavoro, dunque.

Immagini: Disnar per la Storica (tratte da @veneziaunica)

Città storica sotto i cinquantamila ultima modifica: 2022-08-30T11:11:19+02:00 da CARLO RUBINI
Iscriviti alla newsletter di ytali.
Sostienici
DONA IL TUO 5 PER MILLE A YTALI
Aggiungi la tua firma e il codice fiscale 94097630274 nel riquadro SOSTEGNO DEGLI ENTI DEL TERZO SETTORE della tua dichiarazione dei redditi.
Grazie!

VAI AL PROSSIMO ARTICOLO:

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento