Nazionalismo e coscienza nazionale

Oggi siamo costretti a misurarci con nazioni in guerra, con territori rivendicati, con sogni imperiali, che partono da Mosca e arrivano fino ad Ankara, ma l’Europa continua a firmare assegni in bianco a Washington, dimenticando che il problema è qua, vicino a noi.
DIMITRI DELIOLANES
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[ATENE]

Riflettevo sulle note di Gramsci nei Quaderni riguardanti la formazione, oppure meglio, sulla non formazione in Italia di quello che gli studiosi anglosassoni chiamano “nazionalismo” ma noi in Europa chiamiamo “coscienza nazionale”. Dalle nostre parti il termine nazionalismo richiama a un movimento politico di estrema destra, quindi un’esasperazione della coscienza nazionale. E proprio di questo mancato legame tra nazionalismo italiano e coscienza nazionale si stava occupando in carcere il leader del Pci, cercando, unico tra i comunisti europei,  di interpretare il fenomeno del fascismo: un nazionalismo estremista che doveva fungere come ideologia autoritaria di unificazione dell’Italia.

La mia riflessione era nata da due sollecitazioni. Da una parte dal dibattito che si svolge in Grecia in occasione del fatto che quest’anno si compie un secolo da quello che i greci chiamano la “catastrofe dell’Asia Minore” e i turchi la “gloriosa rivoluzione di Mustafa Kemal Atatürk”. In estrema sintesi, si tratta della pesante sconfitta subita dalle armate greche che avevano occupato, su mandato dell’Intesa, Smirne e la costa sull’Egeo dell’Asia Minore. L’aspetto più catastrofico è che la sconfitta militare ha travolto le numerosissime popolazioni greche e cristiane da secoli residenti in quei luoghi. Con la precipitosa ritirata dei soldati, anche i civili, nel panico, hanno abbandonato per sempre le loro piccole patrie per trovare rifugio nel modestissimo Regno di Atene, diviso profondamente tra monarchici e repubblicani, umiliato militarmente, in bancarotta e poco ospitale verso i milioni di nuovi sudditi che affluivano a ondate. 

Mark Rothko, Black, Red and Black, 1968

Da un secolo ferve il dibattito: questa disgraziata spedizione era un’operazione nazionalista, di conquista di terre altrui? Era un tentativo di reprimere i ribelli di Kemal per conto dei britannici? Era una giusta campagna di liberazione delle preponderanti popolazioni greche della costa? In poche parole, un’altra questione dove il nazionalismo si scontra con la coscienza nazionale. 

La seconda sollecitazione mi è venuta dalla tragica attualità. Volodimir Zelenskyj, in occasione del compimento di 31 anni d’indipendenza dell’Ucraina, ha dichiarato che, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica “una nuova nazione è apparsa al mondo il 24 febbraio, alle 4 del mattino. Non è nata ma rinata”.

Potrebbe però anche essere nata. Forse una coscienza nazionale ucraina c’era già ma pochi se n’erano accorti. Forse era quella che hanno cercato di ravvivare i nazisti, puntando sul tradizionale antisemitismo e su un embrionale nazionalismo fondato sull’ostilità delle campagne verso i bolscevichi. 

Dall’aggressione russa del 24 febbraio le cose sono cambiate parecchio. Molti ucraini russofoni pare che abbiano cominciato ad apprendere la variante ucraina della lingua. Forse negli anni a venire gli ucraini festeggeranno l’attuale guerra come fanno ora i serbi con la battaglia del Kossovo, la quale, anche se alla fine si è conclusa con una sconfitta, ha definito la coscienza della nazione.

Mark Rothko, Orange and Yellow, 1956

Questo processo di “nazionalizzazione” dell’Ucraina era già iniziato prima della guerra, con la caduta del presidente filorusso nel 2014. Qualsiasi sia stato il ruolo dell’Occidente in quel sovvertimento, per molti ucraini il capitalismo neoliberista, malgrado le disastrose crisi provocate nell’Europa meridionale, appariva più attraente dei regimi capitalisti autoritari come quello russo. C’è stata quindi un’occidentalizzazione de facto per molti ucraini. Putin ha reagito con il consueto cinismo, sottraendo al paese vicino i territori considerati russi, a cominciare dalla Crimea dove effettivamente gran parte della popolazione si sente russa e da sempre desiderava il ritorno sotto le ali di Mosca.

In Occidente prevale l’idea che Putin ragioni e si comporti con i termini di due secoli fa: nazionalismo, guerre, conquiste, zone d’influenza e via di seguito. Ma ci sono anche quelli che sostengono che anche l’Occidente si comporta allo stesso modo, solo che usa prevalentemente lo strumento economico. Se questa ultima affermazione ha qualche elemento di validità, questo confermerebbe che la Russia ha fallito proprio nel tentativo di affrontare l’espansione occidentale con strumenti di oggi e non di due secoli fa. 

Mark Rothko, Red, White, and Brown, 1957

Si potrebbe anche considerare che, fino a un certo punto, il fallimento russo di rispondere con strumenti moderni è in parte dovuto al fatto che negli ultimi decenni l’Occidente non ha mai voluto considerare la Russia in termini moderni, tenere cioè nei suoi confronti un’atteggiamento rispettoso  e non quello altezzoso del vincitore degli anni 1989-1990. 

Sono tensioni e contrapposizioni di caratteri e di psicologie molto antiche in Europa, che precedono la Rivoluzione d’Ottobre. Oggi però il grosso problema è che la leadership dell’Occidente sta lontano, dall’altra parte dell’Atlantico e l’Europa si è trovata priva dei suoi tradizionali strumenti di gestione psicologica ma anche diplomatica dello scomodo gigante orientale. Forse solo la Merkel aveva qualche sospetto e manteneva vivi i canali di comunicazione. Il resto d’Europa marciava come i sonnambuli, in un oceano di spensieratezza, di vanità e di ingenuità, osservando distrattamente le parate nazionaliste o solo nazionali nelle varie piazze dell’ex Urss. In un contesto simile è difficile prevedere qualcosa. Oggi quindi siamo costretti a misurarci con nazioni in guerra, con territori rivendicati, con sogni imperiali, che partono da Mosca e arrivano fino ad Ankara, ma l’Europa continua a firmare assegni in bianco a Washington, dimenticando che il problema è qua, vicino a noi.

Immagine di copertina: Mark Rothko, senza titolo, Gemeentemuseum den Haag, l’Aia, Paesi Bassi.

Nazionalismo e coscienza nazionale ultima modifica: 2022-09-03T17:11:02+02:00 da DIMITRI DELIOLANES

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