Trasparenza e spaesamento

nel viaggio poetico di Monica Guerra
GIANCARLO SISSA
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Percorrendo l’opera in versi di Monica Guerra si incontrano ben presto oasi di ricordo restituite alla coscienza in nodi di pensiero e ricordanza di forte valenza simbolica esistenziale, veri e propri nuclei tematici rappresentativi di eventi autobiografici che la poesia registra, traduce e inaugura a nuova vita, a a più intera luce, attraverso il lavoro che la parola compie agglutinandosi in sequenze profonde e significanti, con veri e propri attraversamenti che rappresentano altrettanti eventi ponte collegati fra loro attraverso distanze e diramazioni che solo il viaggio (nello spazio) e la scrittura (nel tempo) rendono decifrabili come sinapsi salienti d’una stessa rete poetica d’esperienza.

È il caso di Diario di bordo, «Piccolo viaggio nell’inverno russo», prosimetro che costituisce la seconda sezione di Sotto Vuoto (2016) – seconda prova in versi di Monica Guerra, dopo Raggi di luce nel sottosuolo (2013) – e che da subito offre indicazioni preziose per approcciare la psicologia itinerante della poetessa:

«Viaggiare scardina e reinventa, viaggiare vivifica, soprattutto, viaggiare spoglia» (p.31)

«E non capire il senso sublime dell’appartenere, oltre i propri conosciuti confini, un’onda che vaga sul promiscuo della pelle fino ad allagare il cuore. L’incanto inspiegabile dell’inspiegato» (p.30)

e a incontrare già forti e strutturate le immagini dello spaesamento che però in Monica Guerra equivale, sempre e ossimoricamente, anche a un sentirsi a casa che la rende, a tutti gli effetti, cittadina del mondo, viaggiatrice disubbidiente a qualsivoglia mappa classicamente intesa:

Mosca che sfoca in una prima
periferia il caffè all’angolo dell’Andriaka
(…)
e noi stranieri, a casa,
in un folto di neve
tutta la bellezza
il cuore che mulina. (p.31)

proprio perché per l’autrice il territorio non è una spazio previsto quanto piuttosto l’ipotesi conoscitiva nella quale sono i generosi movimenti del cuore a dare accesso a  «tutta la bellezza», dimensione ospitale per la poesia:

Quanta neve cade
ogni dove si fa casa
ogni cosa si fa bellezza
alla vita spalancata.  (p.33)

Bellezza (e neve) del resto riconoscibile nelle note di diario, in prosa, e nelle folgorazioni dei testi in versi raccolte in dialogo dalla voce controllata, luminosa e severa di Monica che delle esperienze della lontananza sceglie di evocare, ancora una volta ossimoricamente, l’ansito di presenza e l’accesa volontà di ricreare in «minuscoli versi» le immensità contraddittorie di un paese vasto come la Russia dove spiccano «le sacre geometrie» di Mosca e Pietroburgo, così come i miraggi delle «dacie in un colmo di neve» cui lo sguardo rapinosamente indugia nel trascorrere del treno. E in tanto spazio più forte si fa la presenza di un concetto caro all’autrice, ovvero quello del silenzio che ospita musicalmente la parola, il verso, il procedere della luce nella pagina, e già più volte evocato dal bianco assoluto di tanta neve. Suggestioni tutte vicine alla trasparenza convocata da Filigrane, testo di apertura dell’intera raccolta e vera e propria dichiarazione di poetica in nuce:

Le mie reliquie quotidiane
nelle tue minuzie d’amore.  (p.13)

Lo stato d’animo e la condizione esistenziale e psicologica dell’essere Monica Guerra sempre straniera e al tempo stesso sempre a casa, lo ritroviamo nella breve silloge Spezzare il pane – accolta nel 2020 nel Quarto repertorio di poesia italiana contemporanea edito nel 2020 per le edizioni di Arcipelago itaca con una nota critica di Danilo Mandolini – dove il protagonista è un tu/noi relatore dei gesti di una quotidianità condivisa, questa volta dall’altra parte del globo (Monica, va ricordato, ha studiato e vissuto a lungo negli Stati Uniti). Qui è Los Angeles il teatro che ospita una vera e propria liturgia pudicamente proiettata nei versi:

il gesto quotidiano
di spezzare il pane
amarsi è dalle briciole

e di nuovo è il piccolo, il minuto, il minuscolo che si incarica dei gesti (sacri) del dire, in una manciata di testi (nove in tutto) perlopiù brevi e attraverso un linguaggio ora problematizzato da una sintassi talvolta sospesa e come rallentata nel tempo volta a restituire lacerti di un ricordo reso al presente e nella volontà del parlato e di un dialogo che lungi dall’esaurirsi profetizza piuttosto un suo affettuoso futuro domestico:

ma se chiudo gli occhi ti rivedo
tra trent’anni un supermercato
la tua mano che mi sfila piano
una borsa della spesa  (p.30)

vera e propria moviola al rallentatore e proiezione interiorizzata di istanze d’esperienza e di concreta e riconoscibile icasticità:

tu mi dici «tornare all’ikea
dopo i quaranta sa di sconfitta»
io  ti rispondo che in fondo
ogni battaglia ci tiene in vita,
giro il volto, a volte amarsi
è schivare lo sguardo, ognuno
cela tra i denti la sua ferita  (p.37)

consapevolezza cruciale per proseguire il viaggio, per:
uscire di casa sigillare le spalle
o un rubinetto nella borsa una foto
scolorita cinque versi sul retro
di un biglietto un luogo non è mai
lo spazio una goccia che straripa  (p.38)

poiché, in viaggio, la poesia sa scriversi anche (soprattutto?) sul retro di un biglietto, di una foto e farsi anelito emblematico del passo successivo.

Quello che troviamo, poco dopo, nello stesso anno, in apertura di Nella Moltitudine (2020) la cui prima sezione è costituita da una sequenza di venti straordinarie prose poetiche raccolte sotto il titolo di maddalene. Si configura qui un vero e proprio cammino – pellegrinaggio? via crucis? – le cui stazioni sono altrettanti lampi di buio incandescente, lampi di coscienza capovolta nella propria interrogazione («hai mai perso un continente maddalena …» p.21) dove persino il nome perde la sua maiuscola, la smarrisce forse in un esercizio di lucidissima e inquieta umiltà dove «ogni goccia è un canto vivo; l’intarsio è l’unico perimetro che rimane» (p.20) e ogni parola esprime il suo massimo di dimessa, precisissima concretezza spirituale facendo della poesia una vera e propria preghiera laica. Ed è così che il respiro, la ferita,, il silenzio, il perdere e il perdersi (questa volta il viaggio è anche verso l’alto) si fanno categorie dell’anima, lacerti di una precisa volontà di sottrarsi e opporsi alla «leggerezza dei disastri» (p.22) perché:

la leggerezza pesa cent’anni sull’ombra dei tuoi capelli, ma tu non essere muta, l’estate brucia la tela tenue dei ricordi, lo sapevi maddalena che amare un poeta è una palude ma sottovoce è un chiodo che lava nel fango tutte le ferite; la distanza non è un grido ma la misura della bellezza di uno stame dalla sua radice. (p.23)

Eccoci allora a dondolare nel vuoto come foglie, come in un gioco di bambini dalla pericolosa leggerezza, come in una equazione esistenziale massimamente esposta e dall’esito incerto:

la dimenticanza maddalena è solo un problema matematico, quando non sei più tu la misura esatta dell’attesa, tra i viticci si sgretola sotto uno sguardo abbassato la ruggine di una qualche prospettiva; la decadenza è un cigolio preciso, l’erba matta che zittisce il passo, il nostro baricentro: l’unità del tempo su un’altalena vuota (p.25)

Monica Guerra mette in campo qui il coraggio consapevole e anche formale – si ricordi che due importanti poeti e suoi notevoli prefatori, Gianfranco Lauretano e Francesco Sassetto, hanno legittimamente accostato nelle loro analisi, il nome di Monica a quello di Ungaretti – di chi non teme di dire e dirsi in riva alla trance ipnotica della sacerdotale presenza di non una ma di più «maddalene» e di mettere pienamente a frutto la forma laicizzata della prosa lirica che le consente una libertà d’azione e di pensiero in grado di affondare e riemergere dagli abissi del sacro, grazie anche a un linguaggio terso, limpido, nitido, atto a pronunciarsi nella sua più intera ed esposta religiosità poiché anche

la forza talvolta è una ferita, il senso unico verso l’unica via d’uscita, oppure un cerchio spinato senza lo straccio di una direzione, lo sai maddalena che la vita a giorni alterni è ombre superstiti o colpi da schivare, così scrutare il lato eterno delle cose, oltre una disfatta quotidiana, è il balsamo normale (p.28)

una religiosità, d’altro canto, accudita anche dai (e nei) gesti domestici più semplici e dimessi, alcuni dei quali abbiamo già incontrato, e che qui vengono come assolti e svincolati, dall’aura incognita del quotidiano per essere restituiti alla loro musicale evidenza e irriverenza;

 «ho posato dodici parole sul copriletto, spalancale come un ombrello se precipita una pioggia insolente di domande (…)» (p.29)

parole come apostoli dunque, parole come atti, gesti di protezione, piccole insurrezioni, nomi magici di ogni naufragio, perché

«la vita è solo il sogno al centro della gravità del mare» (p.27)

e da qui in poi si tratterà di un confine, di muri, di cui prendere atto con lucida determinazione come di ciò che, per definizione, ostacola il viaggio, dolorosa presa di coscienza di sé, di ciò che non consente di farsi casa:

ho sigillato le malinconie nella periferia della mano, che poi cos’è un confine, se non una mera convenzione, da sempre un muro fra l’impero e l’impero (…) d’altronde maddalena chi ha la chiave per sopportare una sommatoria che sfocia nell’uguale? (p.30)

è così che la quète si interiorizza, poiché si tratta ora di «scovare, sotto pelle, un seme di senso in una piantagione di silenzio» (p.34) e alla poesia viene chiesto di farsi parabola apertamente, scopertamente, legittimata in questo, a esempio, dall’amore:

la gratitudine maddalena è il gran finale, nonostante il tentativo d’essere uomini, allora è non allinearsi alle idee prestabilite, accettare pacatamente l’infrangersi dell’onda sulle aspettative, o persino il repentino cambio di corrente, non c’è nulla che non si possa ripensare entro la geografia dell’amore (p.37)

eccola, dunque la chiave da portare con sé nell’inesausto desiderio del viaggio, la meditazione offerta alla propria coscienza in movimento – da Tredozio a Mosca, da Las Vegas a Faenza ai Carpazi.

È così che attraversata la dolorosa cronologia inversa di Sulla soglia (2017) intensissimo congedo e stremata interrogazione bilingue (Monica Guerra possiede l’inglese come una “seconda prima” lingua) del dolore dove abbiamo imparato che «il silenzio scrive a matita» (p.85) «nel cerchio esatto dell’impermanenza» (p.51) e dopo Expectations, in Journal of Italian Studies (Texas, 2017) solo in inglese e di cui alcuni testi saranno ripresi nella versione in italiano del più recente libro di Monica Guerra eccoci giunti, appunto a Entro fuori le mura (2021) raccolta paradigmatica e provvisorio punto d’approdo di un percorso conoscitivo e di scrittura esemplare, raccolta di limpido valore riepilogativo e al tempo stesso sperimentale, nella quale il bianco e il silenzio tornano a dirsi di concerto al nitore del verso asciutto ed essenziale di Monica, lungo una sequenza di quattro sezioni corredate (inaugurate) da altrettante (bellissime!) fotografie di Virginia Morini e corredate da un saggio di Sandro Pecchiari (poeta a sua volta e sodale, come anche Sassetto, di Monica nella bella impresa poetica e critica di Independent POETRY). Il dire in versi oscilla qui fra una generosità discorsiva dalle movenze quasi narrative ed estremamente comunicativa e una asciuttezza di tono ermetico, quasi sperimentale, talvolta quasi criptico nel quale la voce – in tempi di isolamento pandemico (la prima sezione del libro, La misura del vuoto, vi fa esplicito riferimento) – si fa franta, accorata, più raccolta in se stessa, di modo che l’intento comunicativo si sposta in effetti dal piano dialogico a uno più nettamente sinestetico, secondo modalità quasi mallarmeane, essendo la dimensione del dialogo e dell’incontro piuttosto affidata alla collaborazione implicitamente proposta dalle citazione (da Heaney, Rilke, Simic, Antonio Porta, Handke, Lucrezio) poste in apertura di ogni sezione e dalla interazione con le immagini di Virginia Morini, quasi che la pronuncia poetica fosse ora matura al punto da staccarsi (e sopravanzare) dalla conseguita trasparenza del discorso poetico testimoniata nelle raccolte precedenti. La parola dunque opta per una posizione più protetta, difficile, di profondità e così rinnovata si consegna a una sorta di riepilogo del proprio viaggio, in cui nulla manca dei luoghi e delle suggestioni che costellano il cammino fin qui percorso, giacché vivi più che mai sono i punti cardinali della «geografia dell’amore» cosiddetta. E del resto Entro fuori le mura già dal titolo dichiara esplicitamente il processo osmotico in atto fra le mura del cuore e le mura della città, o dell’anima, o del mondo, poiché qui chi parla è

(…) l’io superstite
entro le mura del cuore qualche mito utile
sporadiche razioni di luce (…) (p.17)

forse per ricominciare a vivere in una nuova casa, o in una casa che ha rischiato di diventare estranea, questa volta, nell’autoconfinamento pandemico, nella reclusione forzata, vero esilio, in fondo. Al punto che, oltre ai già citati (ma di inediti se ne aggiungono, come Parco Bucci a Faenza, Venezia, Bologna), nuovi luoghi, persino non geografici (addirittura Instagram!), chiedono d’essere visitati e vissuti:

una domenica a nord della primavera
il thermos tra le dita sulla panchina
dietro il grido di un pavone
la voce si spezza con il pane
e allora è dissodare bene il giorno
sgranare le mani fra le briciole
per sentirsi a casa – chi a casa di chi? –
(…)  (p.38)

in perfetta consonanza con il «a Novunque – una città come un’altra» secondo la bella citazione da Charles Simic posta in apertura della sezione Istantanee.

E a suggellare il tutto, come detto, le belle versioni in italiano di alcuni testi da Expectations:

una pace distratta
fra le dita di uno scoiattolo
e il cemento, l’abbandono
è un verde selvatico
a presa rapida una malinconia
ma tu srotola le ciglia
scompiglia i nidi vergini
la verità freme libera
in una tana disabitata

all’insegna, dunque di una raggelata bellezza passibile tuttavia di sciogliersi riscaldata dalla fremente e libera verità che non si può non collegare al mulinare del cuore nella bellezza moscovita di Diario di bordo. Del resto altri, nuovi nidi accudiscono ipotesi di rinnovamento:

stamane a Reghin i nidi
delle cicogne sono chiodi gelati
forse è un’alba di dicembre
ma già s’affaccia sui pali
un pigolio – il buio è solo un’inezia
temporale – la vita cova

                                     – nonostante noi

ogni primavera

È ancora l’estetica simbolica delle piccole cose, minuzie, gocce, briciole o pigolio che dir si voglia a contrastare il buio, scintilla minima ma imprescindibile capace di incorrotta speranza al cospetto della realtà.

In apertura della prima sezione di Entro fuori le mura, La misura del vuoto, si trova, immagine emblematica, una delle quattro fotografie di Virginia Morini: un abbraccio solitario e capovolto, la dolcezza limpida di un viso dallo sguardo antico, mani intrecciate e piedi bianchissimi, del nitore del marmo, circondate (accolte e accudite? a loro volta abbracciate?) dal nero (non dal buio), la luce si concentra sui dati dell’umano, su ciò che resta de «l’io superstite/ entro le mura del cuore» e che meglio non si poteva dire o significare.

Monica Guerra
Entro fuori le mura
Con quattro immagini di Virginia Morini
ed un saggio di Sandro Pecchiari
Arcipelago itaca Edizioni, 2021
pp. 119 euro 14,00

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Trasparenza e spaesamento ultima modifica: 2022-09-03T19:41:47+02:00 da GIANCARLO SISSA

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