Autorevoli bufale su agricoltura bio, Sri Lanka e Ogm

Da Federico Rampini lezioni di superficialità più che di giornalismo.
TIZIANO GOMIERO STEFANO MAINI
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Stimiamo e seguiamo il giornalista Federico Rampini, noto esperto di questioni geopolitiche ed economiche. Negli ultimi anni l’abbiamo visto interessarsi anche all’agricoltura biologica e alle biotecnologie (Organismi geneticamente modificati, Ogm), campi lontani dai tradizionali argomenti di cui si occupa. Nulla di male in questo. Anzi, a volte uno sguardo dall’esterno può offrire nuove e interessanti prospettive alla comprensione di una problematica, che gli esperti del settore, educati nell’ambito di un certo paradigma (visione del mondo), potrebbero non essere in grado di vedere, o non voler vedere per interessi di parte. Charles Darwin, per esempio, elaborò la teoria dell’evoluzione non da illustre accademico, ma da autodidatta. Darwin iniziò da dilettante, un dilettante curioso e caparbio che ebbe il merito (e il coraggio) di vedere il mondo da un altro punto di vista, forse proprio perché libero dai paradigmi scientifici e culturali, e dalle pressioni politiche della scienza accademica del tempo. (Come Alfred Russel Wallace, altro naturalista autodidatta britannico, che nello stesso periodo arrivò alle stesse conclusioni di Darwin, anche se con studi meno approfonditi rispetto alla quantità di prove e riflessioni accumulate da Darwin, ma che sosteneva che lo scopo dell’evoluzione fosse quello di portare all’uomo come essere superiore del creato). Ben vengano quindi le analisi di Rampini (certamente persona intelligente, di vasta cultura, saggista di successo, e di lunga esperienza giornalistica), anche sulle questioni agroalimentari.           

Rimaniamo però perplessi sull’approccio con cui egli si accosta a queste tematiche, che risulta di una superficialità disarmante. Una superficialità che potremmo (forse) perdonare a un novizio, ma che risulta inspiegabile per un giornalista del suo calibro, che dovrebbe ben conoscere i principi del mestiere, in primis controllare le informazioni. 

Per esempio, nel 2018, in un articolo su Repubblica Rampini spacciava ai lettori tal Mark Lynas come uno scienziato (di che cosa non era chiaro), un tempo anti Ogm e poi pentito e in seguito pro Ogm, mentre trattasi di un noto “giornalista” britannico, che ammise di aver scritto per anni di tematiche ambientali per noti quotidiani, senza conoscere le basi scientifiche delle questioni che trattava, ma piuttosto cavalcando gli umori del pubblico. Praticamente un “giornalista populista”, a cui non importa ciò che è vero, ma quello che la gente vuol sentire e che fa vendere di più. Rampini ometteva anche di informarci che il tal Lynas lavora per la promozione degli OGM per conto della Cornell Alliance for Science, finanziata dalla fondazione Gates. Si veda un articolo in merito su ytali.com.

In questo articolo analizzeremo alcuni interventi di Rampini che riteniamo alquanto problematici nella loro banalizzazione di problemi complessi, e finanche scorretti nell’approccio comunicativo, per la loro parziale narrazione dei fatti e lo stravolgimento delle relazioni di causa-effetto. 

Il primo intervento analizzato riguarda la crisi economica e alimentare che sta colpendo lo Sri Lanka. Confuteremo la tesi di Rampini (espressa in quotidiani, programmi tv e nel suo ultimo libro Suicidio occidentale), che imputa la grave crisi socio-economica in cui versa lo Sri Lanka alla transizione all’agricoltura biologica, imposta al paese dagli ambientalisti radical chic occidentali. 

Il secondo intervento di Rampini che analizzeremo data 14 agosto del 2021. Un articolo su Repubblica Donna (p. 84), nel quale Rampini elogia la professoressa Elena Cattaneo per la sua posizione contro la legge sull’agricoltura biologica, ed equiparava chi critica gli Ogm ai no-vax, ai negazionisti climatici, a reazionari che preferiscono il “pensiero magico” alla scienza. Rampini ci spiega che questo irrazionale no alle biotecnologie ha causato danni allo sviluppo della scienza e all’economia del nostro paese, e critica una sinistra che teme le nuove tecnologie, e così facendo ci condanna ai pesticidi dell’agricoltura convenzionale, dato che, afferma Rampini, gli Ogm ci libereranno dai prodotti chimici tossici.     

La bancarotta dello Sri Lanka ha poco a che fare con l’agricoltura biologica   

Nei mesi scorsi i media italiani hanno dato notizia della bancarotta dello Sri Lanka, un’isola che si trova nella punta sud dell’India (in passato chiamata Ceylon, nota in Europa per la qualità del tè; da ricordare che lo Sri Lanka annovera la prima donna al mondo a ricoprire la carica di primo ministro. Sirimavo Ratwatte Dias Bandaranaike, fu in carica negli anni 1960-1965, 1970-1977 e 1994-2000). A maggio 2022 il paese non è stato in grado di pagare gli interessi sul debito, per la prima volta nella storia, e si è trovato a vivere una gravissima crisi sociale con i prezzi dell’energia e degli alimenti alle stelle, in un paese già allo stremo dopo la crisi del settore turistico (che rappresentava un sei per cento del Pil).

Rampini sulla questione sembra avere le idee chiare. Cosa insegna lo Sri Lanka (alla fame) al resto del mondo sulla Cina e il «bio» titola un articolo di Rampini sul Corriere della Sera il 20 luglio 2022. Dalle pagine del Corriere, Rampini ci svela il segreto sulla bancarotta del paese asiatico …

Un piccolo, sporco segreto, quasi invisibile nei resoconti internazionali, è all’origine della crisi agroalimentare che affama la popolazione. I fratelli Rajapaksa, ascoltando consiglieri occidentali dalle credenziali ultra-ambientaliste, cercarono di convertire l’intera agricoltura dell’isola ai metodi agro-biologici.

Rampini quindi continua spiegando che

L’agricoltura biologica, allo stato dell’arte attuale, fornisce prodotti meno contaminati ma ha una produttività molto inferiore a quella tradizionale. Detto in modo molto esplicito, è un lusso per ricchi, insostenibile se applicato su vasta scala

Il 28 luglio, nel programma de La7 “In Onda”, Rampini indica nei “radical chic” del ricco Occidente i responsabili del collasso socio-economico del paese, per aver indotto il governo all’adozione dell’agricoltura biologica. 

Nel suo ultimo libro Suicidio occidentale, edito da Mondadori (2022), una disamina dei pericoli del politicamente corretto e delle ideologie della sinistra estremista “radical chic” che, secondo Rampini, stanno mettendo in crisi le fondamenta stesse delle democrazie occidentali, l’autore scrive (p. 120)

Una delle vittime delle farneticazioni estremiste è lo Sri Lanka: in quest’isola dell’oceano Indiano nel 2021 il governo ha avuto la malsana idea di seguire le mode ambientaliste dei paesi ricchi e ha convertito quasi tutta la sua agricoltura perché fosse “biologica”. I raccolti sono crollati. I prezzi di alimenti essenziali sono saliti del 30 percento. Le masse contadine sono state impoverite. Dopo sette mesi di quel folle esperimento il governo dello Sri Lanka ha dovuto fare marcia indietro abbandonando i consigli irresponsabili degli ambientalisti radical chic.         

Per la cronaca, Rampini non è il solo a promuovere questa narrativa. Angelo Bruscino sull’Huffington Post del 26 luglio 2022 c’informa che lo Sri Lanka è allo sbando a causa del “biologico dei ricchi”. Carlo Cambi, su Panorama del 17 agosto (p. 61) ci dice che lo Sri Lanka è stato mandato in rovina dal biologico. A difesa del bio troviamo per esempio l’intervento di Francesco Sottile (Slow Food) su Repubblica del 28 luglio, tuttavia poco efficace in quando non fornisce informazioni utili a capire la questione. Per un resoconto che più riflette i fatti si veda l’articolo di Carlo Pizzani del 26 dicembre 2021 su Repubblica, scritto quindi sei mesi prima della bancarotta. Nel suo resoconto, l’autore ci parla della crisi del paese legata al debito e agli effetti del Covid sull’economia, e sulla decisione del presidente di bloccare l’acquisto dei prodotti agrochimici come misura per risparmiare in sussidi e in preziosa valuta straniera, oramai agli sgoccioli. 

Il sito di scienze agrarie italiano Agrarian Science, noto per la sua feroce critica al biologico, il 5 agosto pubblica un articolo dell’agronomo Luigi Mariani, che ci parla del caso Sri Lanka, ovviamente in chiave anti biologico. Tuttavia Mariani correttamente c’informa che

Proprio per limitare i flussi di valuta verso l’estero il governo ha deciso di operare una transizione forzata dell’intero settore agricolo all’agricoltura biologica, con la rinuncia alle tecnologie evolute ed in particolare a quella di concimi di sintesi e fitofarmaci (insetticidi, fungicidi e erbicidi), prodotti all’estero e per l’acquisto dei quali il governo finanziava gli agricoltori.

Siamo anche concordi con Mariani che si debba “… evitare il dirigismo che abbiamo visto all’opera nello Sri Lanka”, e che a volte vediamo anche nelle politiche della Commissione Europea. Mariani però non ci dice che il programma di transizione era originariamente pensato della durata di una decina di anni, con una serie di azioni di supporto e sostegno agli agricoltori, e che è stato completamente stravolto da improvvide decisioni del presidente, nel panico per la sopraggiunta crisi economica. In altri articoli ci siamo espressi per l’attento monitoraggio delle transizioni (p.es. energetica, agroalimentare), perché il processo di aumento di scala può portare a situazioni impreviste. Ogni “transizione” si dovrebbe attuare in modo graduale e sotto attento monitoraggio.        

Vediamo di contestualizzare meglio la questione per darne un resoconto più fedele ai fatti. 

L’idea di portare lo Sri Lanka verso pratiche agricole più sostenibili risale al programma elettorale dell’ex presidente dello Sri Lanka Maithripala Sirisena, 2015-2019, preoccupato per l’eccessivo uso di prodotti chimici. Tuttavia poco o nulla fece il governo di allora in questo senso.   

L’idea fu ripresa dai candidati alla presidenza nella campagna elettorale del 2019. La transizione al biologico dell’isola divenne un punto della campagna elettorale del futuro presidente Gotabaya Rajapaksa. La transizione si sarebbe dovuta sviluppare nell’arco di dieci anni. “Promote and popularize organic agriculture during next ten years” recita il programma postato sul sito del governo in data 19 dicembre 2019 (disponibile, in inglese). Il programma includeva l’adozione di nuove tecnologie (high tech agriculture, nel programma si parla anche di biotecnologie!), la promozione di nuove forme cooperativistiche di lavoro agricolo, la fornitura gratuita da parte dello stato agli agricoltori di fertilizzanti organici e inorganici, e un sostegno economico agli stessi per la transizione. 

Tuttavia, nel 2021, l’effetto del Covid ha acutizzato la crisi economica che aleggiava su un’economia già precaria e molto indebitata (cinquanta miliardi di dollari soprattutto verso Giappone, India e Cina, a fronte di un Pil di ottanta miliardi di dollari). Il turismo, che generava un sei per cento del Pil si fermò, (l’apporto al Pil si ridusse a meno dell’uno per cento nel 2020), causando anche una crisi di valuta straniera (alla quale il turismo contribuiva per un quindici per cento). La crisi ha portato il governo a rendere immediata la “transizione” al biologico con la messa al bando, nella primavera 2021, dell’importazione di prodotti agrochimici. Con questo il governo prevedeva di risparmiare cinquecento milioni di dollari all’anno tra sussidi ai fertilizzanti e acquisto degli stessi all’estero in moneta pregiata (che scarseggiava nelle casse dello stato). 

La Fao, in una relazione sulla situazione del paese, conferma il drammatico effetto del Covid sull’economia. Da un lato la diminuzione delle riserve in valuta estera dovuto alla crisi del turismo, e dall’altro l’altrettanto drammatico effetto della riduzione delle attività produttive e sul reddito delle famiglie dovuto alle misure anti pandemiche adottate dal paese.            

Alcuni esperti rintracciano le cause della presente crisi in una concezione populista dei governi che dal 2009 si sono succeduti al potere. Governi che hanno promosso politiche basate sui sussidi, sull’importazione a scapito dell’esportazione, e ultimamente sulla riduzione delle tasse, che a lungo andare hanno compromesso la tenuta dei conti pubblici, finendo per dilapidare le riserve di moneta estera (con le quali si pagano i debiti dello stato). Il presidente Gotabaya Rajapaksa (quello della “transizione” al bio) vinse le ultime elezioni del 2019 promettendo il taglio delle tasse, una mossa decisamente populista che ha concorso a garantirgli la rielezione, ma che si è rivelato un boomerang per lo stato che in un anno ha perso 1,4 miliardi di dollari di entrate.

Il noto giornalista e politologo indiano Seshadri Chari sostiene, come altri esperti, che alla base della crisi del paese vi sia la corruzione e l’avidità della famiglia Rajapaksa (il fratello di Gotabaya Rajapaksa, Mahinda Rajapaksa è stato presidente del paese dal 2005 al 2015), che si è servita del credito cinese per le sue politiche populiste (lo Sri Lanka si è indebitato con la Cina per 12 miliardi di dollari).   

In sintesi: 

  • la bancarotta dello Sri Lanka, ha poco a che fare col biologico e più a che fare con una sorta di “tempesta perfetta”: un paese corrotto e inefficiente, caratterizzato da un potere familistico e da un decennio di politiche populiste che lo indebitano fortemente, è già sull’orlo della crisi economica, quindi compare il Covid a far precipitare gli eventi,
  • non vi fu alcuna reale transizione al biologico, come prevista dal programma, ma piuttosto una improvvisa e scriteriata messa al bando dei prodotti agrochimici per ragioni di cassa (la transizione fu strumentalizzata dal governo a questo fine). Una “transizione” imposta nonostante le preoccupazioni espresse dai tecnici, con le comunità rurali lasciate a loro stesse, senza la necessaria preparazione sulle pratiche gestionali, senza il necessario sostegno economico e senza l’altrettanto necessario monitoraggio degli effetti della transizione, contribuendo così a peggiorare la già drammatica situazione socioeconomica del paese, 
  • la crisi economica e alimentare precede la “transizione” al biologico, la quale ovviamente ne ha esacerbato gli effetti, soprattutto per l’approccio sconsiderato con la quale è stata imposta e implementata. 

Forse la vera lezione che ci viene dallo Sri Lanka è che il populismo è una attitudine pericolosa. Se paga nel breve termine per il politico che lo pratica (e per il popolo che lo segue), per la facile acquisizione del consenso (e i benefici che porta ai cittadini nel breve termine), alla fine presenta un conto salatissimo per la società.     

Chi critica gli Ogm è un reazionario che preferisce il “pensiero magico” alla scienza

In riferimento all’articolo di Federico Rampini su Repubblica Donna, del 14 agosto 2021, in tema di sicurezza delle colture Geneticamente Modificate (Ogm), facciamo una necessaria permessa. Chi scrive si ritiene di tendenze progressiste, è vaccinato da tempo, non crede all’omeopatia (stando alle revisioni della letteratura scientifica al momento disponibili, anche se efficace nell’indurre l’effetto placebo), non è uso al pensiero magico, è assai preoccupato per le questioni legate al cambiamento climatico e per gli effetti dell’inquinamento sulla salute umana e ambientale. Chi scrive non ha problemi sull’uso biomedico delle biotecnologie, perché operano in un contesto completamente diverso (il laboratorio e il singolo paziente, che spesso non ha alternative, ovviamente anche in questo settore si richiede la dovuta precauzione). Chi scrive ha poco a che fare con i presunti radical chic e svolge attività di ricerca nel settore agroecologico (Gomiero ha lavorato in vari progetti presso diversi istituti di ricerca nazionali e internazionali, ed è stato docente a contratto di agroecologia presso l’Università degli Studi di Padova, Maini è stato professore ordinario di entomologia presso l’Università degli studi di Bologna).

Siamo rimasti molto colpiti dalla tesi di Rampini, secondo cui chi critica gli Ogm è un no-vax, un negazionista climatico, un reazionario che preferisce il “pensiero magico” alla scienza. Un paragone che riteniamo insensato, che non aiuta in alcun modo il dibattito su questa complessa questione, che non può essere semplificata in “pro-Ogm buoni e pro-scienza” e “critici cattivi anti-scienza”. 

Vi sono centinaia di illustri scienziati che sono apertamente critici, o per lo meno cauti, sull’uso diffuso di queste tecniche di manipolazione genetica. Solo alcuni esempi. Uno dei primi a preoccuparsi fu un tal Erwin Chargaff, il padre della biologia molecolare, colui che pose le basi alla scoperta della struttura del Dna (critico con l’accademia degli anni Novanta, dove a suo giudizio oramai gli affari contavano più della scienza). Sir David Anthony King, uno tra i più importati scienziati britannici, e consulente del governo, anche se tendenzialmente favorevole agli Ogm, in una relazione scrisse “GM is not a homogeneous technology on which scientists can make blanket assurances on safety. Applications of GM technology will have to be considered on a case-by-case basis”. (trad. La modificazione genetica non è una tecnologia omogenea sulla quale gli scienziati possono dare assicurazioni generali sulla sicurezza. Le applicazioni di questa tecnologia devono essere valutate caso per caso). L’ecologo ed evoluzionista R. Ford Denison (della Minnesota University, Usa) nel suo importante libro Darwinian agriculture (2012), discute i limiti della manipolazione genetica in agricoltura (un testo recensito con grande entusiasmo da Kenneth G. Cassman, uno dei più importanti agronomi viventi). Norman C. Ellstrand, un famoso genetista dell’Università della California, già del 2003 nel suo libro “Dangerous liaisons? When cultivated plants mate with their wild relatives” (trad. Relazioni pericolose? Quando le piante coltivate si riproducono con i parenti selvatici) discute a fondo dei rischi e dei problemi legati alla contaminazione genetica posti dalle colture Gm. 

Per il campo agroecologico, Stephen R. Gliessman (Università della California, Santa Cruz) e Miguel Altieri (Università della California, Berkeley), due delle figure più importanti dell’agroecologia, hanno spesso criticato la mitizzazione delle biotecnologie, per esempio come soluzione per la fame nel mondo, e messo in luce i loro rischi (sia di tipo ecologico che socio-economico e politico) (Miguel Altieri e sicurezza alimentare su youtube).       

David Pimentel, un noto entomologo e agroecologo della Cornell University (Usa) col collega italiano Maurizio G. Paoletti, dell’Università di Padova, già negli anni novanta pubblicarono dei lavori sui possibili problemi ambientali posti dalle colture Ogm (tra cui il prevedibile sviluppo della resistenza da parte di piante competitrici e dei parassiti). Il noto entomologo ed etologo Giorgio Celli (1935-2011), dell’Università di Bologna (col quale uno di noi, Maini, ha avuto l’onore di collaborare), un caposcuola dell’ecologia italiana (suoi i primi studi sulle api come indicatori di qualità dell’ambiente e sulle pratiche di controllo biologico), espresse i suoi dubbi sulle biotecnologie in agricoltura in saggi e quotidiani. In Ecologi e scimmie di dio (Feltrinelli, 1985), ci avvertiva sui pericoli della manipolazione genetica dei virus, e in uno dei suoi ultimi articoli sosteneva la necessità di informare i consumatori sulla modalità di produzione degli alimenti, nello specifico l’etichettatura dei prodotti Ogm. Alla figura e alla scuola di questo influente e poliedrico scienziato e intellettuale italiano (fu anche scrittore prolifico, conduttore televisivo di programmi di divulgazione scientifica, e uomo politico), alcuni ex-studenti e colleghi hanno recentemente dedicato il libro Come rami della grande quercia (inEdit edizioni, 2021). 

Alla luce della “dottrina Rampini” dovremmo considerare questi illustri scienziati dei reazionari oscurantisti dediti al pensiero magico.  

Nell’approccio di Rampini e della professoressa Cattaneo ravvisiamo una visione troppo semplicistica delle questioni poste dagli Ogm. Per esempio non si fa un distinguo, si trattano gli Ogm come fossero tutti la stessa cosa, mentre questo non è. Esistono tecniche diverse, su caratteri diversi, con benefici e rischi diversi per l’agroecosistema e per l’uomo. Questo approccio non aiuta la corretta informazione scientifica, ma veicola una narrativa fuorviante, possiamo anche dire falsa.  

In un articolo di qualche anno fa la professoressa Cattaneo assicurava che gli agricoltori possono riseminare a piacere le sementi Ogm, mentre questo non è vero ed è anzi un reato. Il supposto aumento della produttività apportato delle colture Ogm, spesso citato dalla professoressa, è stato smentito dalla stessa National Academy of Science statunitense. Test condotti in Spagna sul mais non hanno trovato differenza tra la produttività delle varietà tradizionali e identiche (isogeniche) non Ogm. Stando alle statistiche nazionali i paesi che coltivano mais e soia Ogm hanno una produttività per ettaro simile o addirittura inferiore ai paesi che coltivano varietà non Ogm. La valutazione delle modificazioni genetiche indotte nelle colture va valutata caso per caso, e adottando il principio di precauzione. Un esempio per chiarire la questione. La maggior parte delle colture Ogm oggi in coltivazione sono resistenti all’erbicida glifosato, e in misura minore ad altri erbicidi. La coltivazione di queste varietà Ogm comporta un aumento massiccio dell’uso degli erbicidi, non una loro riduzione, visto che per le colture non Ogm questi erbicidi non si usano (o si usano in misura molto minore). Già oggi le falde idriche del nord Italia sono in gran parte contaminate da glifosato, figurarsi con la coltivazione delle colture Ogm. Trattamenti con pesticidi si fanno anche su colture Ogm per difenderle da organismi dannosi che non possono essere controllati dai pesticidi prodotti dalla pianta Ogm stessa. Non possiamo quindi parlare in generale di riduzione dell’uso della chimica come beneficio apportato dalle colture Ogm. 

Le colture Ogm resistenti agli erbicidi assorbono anch’esse l’erbicida, che è quindi accumulato nella pianta, anche nelle parti eduli che finiscono nel piatto. Dovrebbe essere ovvio che alimenti che contengono residui di erbicidi in quanto Ogm, non sono sostanzialmente equivalenti alle colture tradizionali, che non contengono tali residui (oltre al principio attivo, per esempio il glifosato, anche gli altri coformulanti, che facilitano il lavoro del principio attivo, e che hanno una loro tossicità anche elevata). Vi sono oramai molti studi scientifici che indicano la tossicità del glifosato, come anche dei prodotti di degradazione e dei coformulanti, per la salute animale e umana. È di questi giorni una pubblicazione scientifica di un gruppo di ricerca statunitense che ha dimostrato come il glifosato può diffondersi nel cervello e innescare un tipo di infiammazione dei tessuti che si riscontra nei malati di Alzheimer.

Col tempo l’uso del glifosato porta alla selezione di piante resistenti all’erbicida, per cui se ne deve usare sempre di più, o si devono impiegare miscele di erbicidi. Sono già in commercio varietà Ogm resistenti contemporaneamente a vari erbicidi (noti per essere molto pericolosi per la biodiversità e la salute umana), il che significa un grande aumento della quantità di erbicidi impiegati e un aumento del loro potenziale tossico, anche per effetto sinergico (l’amplificazione esponenziale della tossicità dovuta all’interazione delle sostanze chimiche). 

Inoltre, è noto da decenni (per esempio il citato lavoro di Ellstrand) che geni inseriti nel Dna di colture Gm possono successivamente passare nelle specie selvatiche, generando problemi di gestione delle erbe infestanti e della biodiversità. Sul tema sono state pubblicate numerose ricerche scientifiche e i casi riscontrati sono centinaia. 

Si potrebbero fare ancora altre osservazioni sull’impatto delle varietà Gm, ma crediamo che gli esempi riportati bastino a far comprendere come le questioni siamo più complesse rispetto alla semplicistica narrativa che ci viene proposta dalla professoressa Cattaneo e da Federico Rampini.   

Rampini ci informa sugli “indiscutibili risultati” di relazioni indipendenti promosse dalla Commissione Europea sulla sicurezza delle colture Ogm, purtroppo senza informarci a quali relazioni si riferisca. Una relazione importante, che ha fatto discutere, è quella dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), sulla sicurezza del glifosato, pubblicata nel 2015. La relazione ha fatto discutere per essere risultata, in parti chiave, un mero copia-incolla di un documento della Monsanto del 2012 (la produttrice del glifosato e delle varietà Ogm resistenti al medesimo erbicida). Va notato che l’Efsa subappaltò la relazione a un istituto tedesco (l’Istituto Federale per la Valutazione del Rischio, che fa capo al Ministero dell’Alimentazione e dell’Agricoltura) proprio mentre la tedesca Bayer stava trattando l’acquisto della Monsanto. Vi è oramai una gran mole di evidenze, pubblicate dai maggiori quotidiani internazionali, sul fatto che i produttori di Ogm abbiano manipolato i dati delle loro relazioni, coinvolgendo anche accademici accondiscendenti per firmare “articoli scientifici” preparati dalle industrie. Anche i problemi legati ai conflitti di interessi devono essere apertamente discussi se non vogliamo che i cittadini perdano la fiducia nelle istituzioni. Il rischio di un controllo monopolistico del mercato sementiero e del sistema agroalimentare è un’altra questione che dovrebbe essere attentamente analizzata.

In sintesi, le problematiche legate agli Ogm sono variegate e complesse. Ribadiamo qui che la semplicistica narrazione “Ogm buoni e critici cattivi” oltre a non avere basi scientifiche ha un sapore propagandistico che non aiuta un serio dibattito scientifico e sociale sul tema, ma che anzi rischia di minare ulteriormente la fiducia della società nell’informazione e nella scienza.    

Ci fa piacere che Rampini si preoccupi del futuro dei nostri studenti di biotecnologie agrarie. Ci farebbe piacere che si interessasse anche dello stato generale della ricerca e delle università italiane e dei massicci tagli che da decenni affliggono e depotenziano la ricerca nazionale. Ricordiamo che non esistono solo le biotecnologie, vi sono praterie da esplorare in tutte le discipline scientifiche, incluse le scienze agrarie (si pensi alla scienza del suolo, al controllo biologico, al recupero di geni e varietà a rischio scomparsa, all’agricoltura di precisione), che forse interessano meno perché meno appetibili agli interessi del capitale. Limitare i nostri interessi alla corsa al brevetto e al profitto che ne deriva, per quanto questo sia certamente rilevante e finanche necessario (non siamo contro l’impresa privata), significa umiliare l’impresa scientifica, riducendo a mera impresa tecnico-speculativa ciò che dovrebbe essere invece una disinteressata e libera impresa intellettuale, volta al bene dell’umanità tutta. 

I pericoli della superficialità 

Crediamo di aver compreso la posizione di Rampini, chiaramente esposta nel suo ultimo libro “Suicidio occidentale”, nel quale l’autore denuncia i rischi dell’ideologia del politically correct promulgata dalla sinistra, dove nulla si può più criticare e dove all’occidente viene imposto un senso del peccato per tutti i mali del mondo. Una sinistra di facciata, allo stesso tempo alla mercè della finanza globalista che ha imposto alla sinistra la sua agenda dove ha sostituito la giustizia sociale con salviamo il pianeta, una salvezza che può venire solo dai ricchi con la loro magnificenza e la loro intelligenza. In parte condividiamo i suoi allarmi (che troviamo anche in altri importanti autori, alcuni citati anche da Rampini). 

Condividiamo anche la critica a un certo tipo di ambientalismo ideologico, che a volte perde di vista la realtà e i problemi e le esigenze dei meno fortunati. Certamente possiamo e dobbiamo anche parlare dei limiti di approcci alternativi. Si veda per esempio un recente articolo apparso sul Guardian dove si pongono delle questioni sui costi ambientali di alcune produzioni biologiche, costi che devono certamente essere valutati.  

Rampini su questi temi fa riferimento in particolare al libro di Michael Shellenberger “L’apocalisse può attendere”, Marsilio 2020, un testo interessante e che vale certamente la pena di leggere (anche se alcuni casi studio sono narrati in modo parziale, e dove però alla fine, in modo semplicistico, si individua nell’energia nucleare la soluzione ai problemi del mondo). Come vale sicuramente la pena di leggere il citato Suicidio occidentale di Rampini. 

È su questa linea di pensiero, la critica all’ambientalismo ideologico e radicale, all’ambientalismo dei ricchi, dei radical chic, che Rampini si inserisce quando lancia le sue accuse contro il biologico e contro chi critica gli Ogm. Anche in questo caso, possiamo certamente condividere alcune riflessioni dei citati autori. Tuttavia nel loro approccio notiamo altrettanta ideologia quando dividono il mondo in buoni, coloro che sono per la scienza e per la salvezza dell’umanità (chi la pensa come loro) e i cattivi, i reazionari del pensiero magico (gli altri). Non è così che si può impostare una seria analisi di questioni così complesse. 

Non possiamo poi non notare anche dei paradossi in questo approccio. Per esempio, un Rampini che critica la finanza globalista e allo stesso tempo sembra non rendersi conto che è proprio la finanza globalista che controlla e cerca di imporre al mondo le biotecnologie, e che, con le attuali normative, potrebbe arrivare ad avere nelle sue mani il controllo del sistema agroalimentare del pianeta. Curiosamente Rampini non mette in discussione la privatizzazione del vivente. Rampini denuncia la sinistra radicale e illiberale statunitense che controlla le università più prestigiose imponendo la dittatura del politically correct (pp. 62-63), ma sembra non sapere che tali università sono anche controllate dai finanziamenti delle multinazionali del biotech, su questo si tace. 

Concludiamo con un appello all’approfondimento delle informazioni. In questo senso, un giornalista e saggista del calibro di Rampini dovrebbe dare l’esempio, non ridursi alla facile propaganda del politically correct in versione biotech. Siamo sicuri che a Rampini non mancano le risorse per informarsi meglio, sarebbe grave che mancasse la volontà.     

Autorevoli bufale su agricoltura bio, Sri Lanka e Ogm ultima modifica: 2022-09-13T20:45:25+02:00 da TIZIANO GOMIERO STEFANO MAINI

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1 commento

stefano vicini 14 Settembre 2022 a 20:19

Molto molto interessante. Riguardo a Rampini….lasciamo stare….

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