Il piano per la “pace totale” di Gustavo Petro

Il presidente neoeletto della Colombia ha messo in atto un piano ardito ma di transizione per voltare le spalle ai duecento anni di governo oligarchico.
CLAUDIO MADRICARDO
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Pubblichiamo, per gentile concessione dell’autore, un’anticipazione del suo intervento al dibattito online di Latinoamericana, che sarà possibile seguire in streaming, il prossimo 15 settembre, alle ore 20.30 (dettagli a fondo pagina).

Nell’assumere la carica di presidente, Gustavo Petro aveva promesso che “da oggi cominciamo a lavorare affinché più cose impossibili siano possibili in Colombia”. Il nuovo governo è il prodotto non solo delle lotte di anni e della crisi del vecchio regime oligarchico che ha sempre governato nei duecento anni di vita repubblicana, ma è stato reso possibile dalle profonde trasformazioni intervenute nel sentire comune. Data la novità che rappresenta, viene spontaneo chiedersi quale sarà il suo reale margine di azione e fino a che punto arriveranno le trasformazioni.

Il bagaglio ideale cui Petro fa costante riferimento è la necessità di riconciliazione e di dialogo come precondizione per una transizione verso un vero progetto democratico basato sulla giustizia sociale. In campagna elettorale ha fatto appello a tutti gli esponenti politici ad unirsi per la giustizia sociale. Una volta vinto, ha accettato i membri meno compromessi del vecchio establishment nel suo progetto politico, dichiarando che l’opposizione avrà sempre ascolto presso di lui.

La sua è una convinzione profonda che gli deriva dal suo essere stato militante della guerriglia dell’M-19 dove uno dei comandanti, Jaime Bateman Cayón, aveva posto sul tappeto la necessità di un grande dialogo nazionale che coinvolgesse i vecchi avversari e le differenti correnti politiche. Consapevole della realtà colombiana, Petro non ha mai posto all’ordine del giorno la costruzione del socialismo, disegnando per sé stesso il compito di guidare un governo di transizione che metta fine alla violenza politica e assicurato il rispetto dei diritti della persona. Il suo compito è quello di aprire un nuovo ciclo che finalmente realizzi la democrazia, perché “la cosa più rivoluzionaria oggi in Colombia è la democrazia”, diceva Jaime Bateman Cayón.

Già all’indomani dell’assunzione della carica il neopresidente ha voluto imprimere una accelerazione lungo le tre direttrici del superamento delle disuguaglianze, della fine dei conflitti interni che ancora affliggono il paese, e del ristabilimento di normali relazioni diplomatiche con il vicino Venezuela.

Il suo primo atto concreto è stata la presentazione l’8 agosto, il giorno dopo essersi insediato nella Casa de Nariño, della Riforma tributaria per l’uguaglianza e la giustizia sociale, un testo che già nel titolo rispecchia un passaggio del suo discorso inaugurale laddove il neopresidente aveva assicurato che “le tasse non saranno confiscatorie, ma saranno semplicemente giuste in un paese che deve riconoscere come aberrazione l’enorme disuguaglianza sociale nella quale viviamo”. Il progetto di riforma ha l’obiettivo di raccogliere nel 2023 circa sei miliardi di dollari, che è pari all’1,78 percento del PIL, conservando la stabilità fiscale e riducendo disuguaglianza e povertà.

Senza voler rivoluzionare la struttura del sistema tributario vigente, il progetto si muove in un’ottica riformatrice basata sulla tassazione progressiva che punta a pesare maggiormente sulle persone che guadagnano di più, anche se il proposito è quello di far in modo che in gran parte il sistema impositivo poggi sul mondo dell’impresa, ma non in modo indifferenziato.

Lo scopo è quello di pesare su alcuni settori economici legati all’estrazione di idrocarburi e carbone, dato che quello della transazione energetica è stato uno dei temi cardine della campagna del neopresidente. In quest’ottica, sottoporre a maggiore tassazione quei settori economici che Petro vuole limitare e auspicabilmente abbandonare, favorisce lo sviluppo dei settori legati alla transazione energetica.

In assemblea con la popolazione indigena di Silvia, Cauca.

Il testo della riforma tributaria presentato dal ministro dell’economia José Antonio Ocampo, ex professore alla Columbia University e di certo non un esponente della sinistra radicale, introduce anche una tassa sulle plastiche monouso e sulla vendita delle bibite zuccherate e sugli alimenti ultra processati.

Quindi, attraverso la leva fiscale, oltre a tutelare l’ambiente, si vuole salvaguardare la salute, colpendo tutti quei cibi confezionati, come surgelati, fritti, gelati e molto altro, per i quali numerosi studi scientifici hanno provato un collegamento con obesità – problema sociale in America Latina – cancro, malattie cardiovascolari e comunque morte in generale.

Nella fattispecie, la riforma tributaria si propone di raccogliere risorse tassando le persone con un reddito di dieci milioni di pesos al mese o più, al cambio circa duemila 400 dollari, che rappresentano solo il due percento dei colombiani, le aziende finanziarie e del settore estrattivo, le bevande zuccherate e i prodotti che danneggiano l’ambiente. Secondo gli studi fatti dagli economisti, l’effetto sarebbe di ridurre il coefficiente di Gini, dove 0 corrisponde all’uguaglianza perfetta e 1 alla concentrazione di tutto in una sola persona, da 0,514 a 0,491.

A seguito della presentazione della sua riforma, Petro a metà agosto ha incontrato a Cartagena de Indias una platea di circa duemila imprenditori. Il loro presidente Bruce Mac Master gli ha espresso la preoccupazione della categoria, dato che il progetto dovrebbe riscuotere più della metà delle risorse previste per il 2023 dal mondo dell’impresa. La riforma è in discussione al congresso.

La seconda direttrice dello sprint di avvio del mandato è stata quella della “pace totale” da raggiungere con la riapertura del dialogo con la guerriglia dell’Esercito di liberazione nazionale, e con altri gruppi armati ancora attivi nel territorio. Per rendere concreta questa prospettiva, il ministro degli esteri Álvaro Leyva è volato all’Avana l’11 agosto per riannodare il dialogo con i rappresentanti dell’ELN che risiedono a Cuba. Con l’occasione il ministro degli esteri ha respinto la decisione degli Stati Uniti di mantenere Cuba nella lista degli stati patrocinatori del terrorismo.

I negoziati con l’ELN avevano avuto inizio nel 2017 a Quito durante il governo di Juan Manuel Santos e successivamente erano stati trasferiti all’Avana. La presidenza Duque aveva congelato il processo di pace che ora Petro ha deciso di riprendere. A tale proposito Eliécer Herlinto Chamorro, massimo comandante dell’ELN, aveva dichiarato che i colloqui di pace dovevano essere riannodati nel punto in cui erano stati interrotti nel 2018 per volontà dell’allora presidente Duque che aveva chiesto alla guerriglia di liberare tutti i sequestrati rinunciando alle sue attività.

Dopo la strage organizzata dall’ELN nel 2019 nella scuola dei cadetti di Bogotà che ha causato ventidue morti e sessantotto feriti, il governo colombiano ha chiesto a Cuba di consegnare i negoziatori che stavano all’Avana. La richiesta era stata respinta dal governo cubano che aveva invocato protocolli diplomatici. Nella prospettiva di riavviare il dialogo di pace, sono stati da poco revocati i mandati di arresto nei confronti dei negoziatori residenti all’Avana al fine di consentire loro di tornare in Colombia per poter consultarsi con la guerriglia. Infine, sempre recentemente, l’esecutivo ha deciso di sospendere i bombardamenti militari sopra accampamenti guerriglieri dove possano esserci minori reclutati con la forza, che tante polemiche avevano suscitato al tempo del governo precedente. A tale proposito il ministro della difesa Iván Velásquez ha dichiarato che “i minori reclutati sono vittime”, ribadendo che ogni azione militare contro organizzazioni illegali “non può mettere in pericolo la vita di queste vittime della violenza”.

Il governo si propone di riformare, ma non sopprimere, lo Escuadrón Móvil Antidisturbios (ESMAD) responsabile per l’uso spropositato della forza durante le rivolte sociali del 2019 e 2021, accusato dalle Nazioni Unite della morte di ventotto persone. Il nuovo direttore della polizia, annunciando che d’ora in poi il corpo prenderà il nome di Unidad de diálogo y acompañamiento a la manifestación, ha dichiarato che quello che si vuole è una forza che sia capace di gestire una manifestazione che diventi violenta.

Nel suo primo discorso da presidente, Petro ha dichiarato che “la pace è possibile se si cambia la politica contro le droghe vista come una guerra per una politica di prevenzione forte del consumo nelle società sviluppate”. Conseguentemente è stato deciso di sospendere la eradicazione forzata delle colture di coca e gli studi per riprendere la fumigazione aerea delle piantagioni con glifosato, anche se il neopresidente ha precisato che ciò non significa che sia permesso seminare piante di coca. Le scelte del governo vanno verso l’implementazione del sistema di sostituzione delle colture illecite attuato attraverso progetti di agro industrializzazione, un netto cambio rispetto alle politiche di Duque che era in linea con l’uso delle misure militari.

Petro ha anche rivolto un appello alle Forze di Autodifesa Gaitanista della Colombia (AUG), un gruppo di paramilitari confluiti nel narcotraffico conosciuto come Clan del golfo, affinché accettino i benefici previsti dalla sua proposta di “pace totale”. Alcune fazioni della dissidenza e bande di narcotrafficanti che si riconoscono nel Clan del golfo si sono dimostrati aperti a partecipare al cessate il fuoco, ma senza giungere ad un accordo con il governo.

Ai militari, dopo decenni di conflitto interno, Petro ha chiesto di trasformarsi in “esercito di pace”, con la “funzione essenziale di difendere la sovranità nazionale” davanti a minacce come il crimine organizzato legato al narcotraffico. E ha chiesto di assumere la difesa della selva amazzonica come “un affare di sicurezza nazionale” di fronte all’avanzamento della deforestazione. La sua politica nei confronti dei militari è stata definita come ambiziosa, audace e perfino provocatoria. Con il suo piano di pace vuole lasciarsi alle spalle le strategie ereditate dalla Guerra fredda, favorire un dibattito internazionale sulla legalizzazione delle droghe, e superare le disuguaglianze economiche che sono alla base dei conflitti armati in Colombia.

Nelle sue prime settimane di governo, Petro ha rimosso dai loro incarichi circa settanta tra generali e colonnelli dell’esercito e della polizia. Alcuni degli ufficiali erano accusati di aver commesso delitti, altri, tuttavia, non avevano motivi tali per essere rimossi. L’impressione che si è diffusa è che i provvedimenti siano frutto di una certa improvvisazione, saltando i meccanismi tradizionali seguiti in questo caso.

Il neopresidente con la nuova cupole delle forze armate colombiane

Al posto degli ufficiali destituiti Petro ha messo uomini che avevano appoggiato il processo di pace con le FARC firmato nel 2016, militari che non sono accusati di essersi macchiati di delitti e che non sono ammanigliati con una qualunque delle cerchie di potere che per decenni hanno indirizzato le forze armate. Ha inoltre collocato due membri dell’M-19 in posizioni chiave come quelle che afferiscono all’intelligence e alla protezione delle vittime. Secondo i media colombiani, un altro obiettivo del repulisti dei vertici militari sarebbe quello di aumentare il numero delle donne nei posti di comando.

Le scelte hanno suscitato sconcerto nell’ambiente militare, a tal punto che il colonnello della riserva John Marulanda ha recentemente confidato alla BBC che “tutto quello che si è venuto presentando in questo primo mese è stata una montagna russa che ci tiene tutti con i capelli dritti, senza sapere realmente dove stiamo andando.” È probabile che questa situazione di incertezza sia il prodotto momentaneo del cambiamento, dal momento che con l’avvento del nuovo governo è stata ripensata la strategia per affrontare il conflitto con i quasi trenta gruppi armati che sopravvivono nel paese.

L’attacco portato venerdì 2 settembre con esplosivo nel villaggio di San Luis, nel dipartimento di Huila nel sud est della Colombia, dove sono stati assassinati sette poliziotti, è il fatto più grave commesso nel paese dall’inizio del suo mandato. Petro lo ha giudicato un sabotaggio contro la sua proposta di “pace totale”. L’ex presidente e padre padrone della Colombia Álvaro Uribe, esprimendo il suo dolore profondo, ha fatto intendere che coloro i quali hanno commesso il crimine sfruttano la supposta impunità che il governo garantirebbe loro. Dal suo account Twitter, Uribe, indagato per frode processuale e manipolazione di testimoni, ha dichiarato che “i terroristi si burlano della generosità, sono sprezzanti con le offerte sociali, rafforzano la loro capacità criminale con l’impunità. Il terrorismo è spaventato solo dall’autorità”. L’attentato può dare l’ulteriore spinta alla pace, ma può anche aumentare lo scetticismo da parte delle forze armate nei confronti di Petro.

Da parte sua il neoeletto non può interrompere il processo di pace che ha posto come uno dei cardini del suo governo, facendone la priorità numero uno. Se cedesse su questo, verrebbe meno una delle parti più importanti del suo progetto. Rinnegherebbe tutta la sua campagna elettorale e le indicazioni presentategli dalla Comisión de la verdad, prevista dagli accordi di pace, sui cinquant’anni di violenza politica in Colombia. Quelle verità emerse dal rapporto sono state recepite da Petro, fanno parte della sua azione di governo. Mentre Duque, ancora presidente al momento della consegna del rapporto, si era dato latitante.

Gustavo Petro con una famiglia di un giovane assassinato in un’area particolarmente povera di Chocò.

Ha fatto scalpore il non voto della Colombia, unico paese membro dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), alla condanna per violazione dei diritti umani nei confronti del Nicaragua lo scorso 12 agosto, quando il Ministero degli esteri colombiano ha deciso di non presenziare al Consiglio Permanente. Inizialmente l’assenza era stata interpretata come un disguido dovuto al cambio di ambasciatori a pochi giorni dall’insediamento di Petro, anche se poi si è capito che si era trattato di una decisione volontaria, dato che nemmeno successivamente il nuovo governo ha espresso appoggio alla risoluzione. Ciò ha sollevato critiche nei confronti di un governo che ha fatto del rispetto dei diritti umani la sua linea di condotta cardine, e ha provocato la presentazione di una mozione di censura contro il ministro degli esteri Álvaro Leyva da parte dell’opposizione, che, visti i rapporti di forza in parlamento, ha poche chance di successo. Il suo Ministero ha comunque voluto precisare che l’assenza era dovuta a ragioni strategiche e umanitarie, e non ideologiche.

La condotta della diplomazia colombiana è stata chiarita recentemente da William Grisby, secondo El Confidencial “uno dei principali propagandisti del regime di Daniel Ortega”, nel corso del suo programma radiofonico. Si è quindi capito che il non voto contro il Nicaragua era la contropartita che il governo colombiano aveva offerto in cambio del rilascio da parte delle autorità di Managua di un gruppo di quattordici prigionieri politici, tra i quali gli ex candidati presidenziali Chamorro, Mairena, Mora Barberena e Madariaga. Un negoziato in cui, secondo Daniel Coronell di W RADIO, sarebbe coinvolto anche il governo cubano. Oltre a ciò, il negoziato poi naufragato riguardava la possibilità per i pescatori dell’isola caraibica di San Andrés di pescare in acque che il Tribunale Internazionale dell’Aja aveva dichiarato nicaraguensi nel 2012.

Petro è consapevole di avere davanti numerosi e potenti avversari che vanno dai settori finanziari, alle mafie di vario genere, agli eserciti del narcotraffico, all’oligopolio mediatico. Per finire con i grandi proprietari terrieri che temono una riforma annunciata. E in un momento di sua debolezza, c’è da scommettere che faranno di tutto per arrestare l’azione del governo.

Colombia e Venezuela condividono una frontiera di 2.219 chilometri, e ciononostante non hanno relazioni diplomatiche dal 23 febbraio 2019, quando Maduro decise la fine dei rapporti diplomatici dopo che Iván Duque aveva reso noto di appoggiare Juan Guaidó. Se le relazioni diplomatiche sono state interrotte per quattro anni, la frontiera è stata chiusa per sette. L’impatto è stato enorme, a cominciare dall’affermarsi di transiti illegali, dal conseguente aumento della criminalità e degli scontri tra gruppi armati. Per non parlare della moltitudine di colombiani e venezuelani che hanno visto modificare le loro abitudini di vita a causa di un conflitto che opponeva Maduro all’ex presidente Duque.

Petro, ancor prima di essere eletto, aveva dichiarato di voler riallacciare le relazione diplomatiche con il vicino Venezuela, e ha nominato ambasciatore a Caracas Armando Benedetti, capo della sua campagna elettorale, che è stato ricevuto al Palacio de Miraflores il 29 agosto da Maduro in persona. Ambasciatore venezuelano a Bogotà è stato nominato Félix Plasencia. Mentre si parla di un prossimo incontro tra i due capi di Stato ad ottobre, il ristabilimento dei rapporti diplomatici segna il primo passo di un percorso che richiederà il suo tempo affinché le cose tornino alla normalità, soprattutto nelle zone di frontiera.

La notizia della riapertura dei transiti ha suscitato entusiasmo a Cúcuta, capitale del dipartimento di Norte de Santander, la città più importante della zona di confine, un tempo uno dei valici di frontiera più attivi dell’America Latina. Per Petro, costituisce un successo e segna un passaggio obbligato nel suo progetto di pacificazione e di consolidamento della democrazia. Gli è di ausilio nel suo sforzo di riportare sotto il controllo dello stato un’area che fino ad ora era dominio dell’illegalità, e dà impulso a quella trasformazione di lungo respiro della Colombia di cui il neopresidente è ben consapevole di rappresentare solo il momento iniziale.

Primolunedidelmese – Latinoamericana

CILE: perché e a chi non è piaciuta la proposta di nuova costituzione, e come si mette ora per il governo Boric / Ludovica Costantini e Claudia Fanti.
COLOMBIA: tanti nodi da sciogliere; priorità, metodo di governo e primi importanti passi del neo presidente Petro / Claudio Madricardo.
Moderatore: Marco Cantarelli.

Il piano per la “pace totale” di Gustavo Petro ultima modifica: 2022-09-13T17:19:47+02:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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