Una poesia da ricostruire

Un libro a più voci, curato da Elena Polledri e Simone Costagli, indaga sugli intellettuali di lingua tedesca che nel secondo dopoguerra si confrontarono con l’eredità classica, con la volontà di fornire nuova linfa a quegli ideali umanistici traditi e manipolati durante l’epoca nazionalsocialista.
ERIKA CAPOVILLA
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Polledri, Elena/Costagli, Simone (a cura di), Riscritture dei classici tedeschi nella poesia del secondo dopoguerra, Milano/Udine, Mimesis, 2022.

Al ricordo di due cari amici e colleghi germanisti, Fabrizio Cambi e Luigi Reitani – la cui eredità intellettuale affiora significativa tra le pagine del volume – i curatori Elena Polledri e Simone Costagli dedicano il loro compendio Riscritture dei classici tedeschi nella poesia del secondo dopoguerra, pubblicato quest’anno presso la casa editrice Mimesis. L’idea di un’eredità spirituale da recepire, valorizzare e portare avanti in virtù di un confronto critico costituisce d’altronde il filo conduttore del volume, incentrato sulla ricezione del klassisches Erbe da parte di autori e autrici di lingua tedesca nel secondo dopoguerra (1945-1968). I dieci contributi qui raccolti – che non aspirano a creare una trattazione completa sull’argomento, ma si pongono piuttosto come una rassegna di specifici e minuziosi case-studies – restituiscono in modo nitido l’eterogeneità delle risposte poetiche (citazioni, rivisitazioni, ri- e contro-scritture) innescate dal dialogo a distanza con i “classici” tedeschi.

L’ampio saggio introduttivo di Elena Polledri posto a seguito della premessa funge da criterio ordinatore della raccolta laddove, offrendo una panoramica riassuntiva ma dettagliata sul tema, fornisce al lettore le coordinate utili per orientarsi all’interno del volume. A farsi strada fin dalle prime righe sono le motivazioni che spingono gli intellettuali di lingua tedesca nel secondo dopoguerra a confrontarsi con l’eredità classica, la volontà di fornire nuova linfa a quegli ideali umanistici traditi e manipolati durante l’epoca nazionalsocialista. Nonostante questa comunanza di intenti, la ricezione e la rielaborazione del klassisches Erbe si collocherebbe in una costellazione multiforme e articolata (Weiter-, Wieder-, Widerschreiben), che viene qui ordinatamente illustrata nelle sue tendenze fondamentali per ciascuna delle tre diverse realtà tedescofone (Repubblica Federale Tedesca, Repubblica Democratica Tedesca e Austria) e per ognuno dei tre grandi autori “classici” (Goethe, Schiller, Hölderlin).

Gottfried Benn

La rassegna dei saggi si apre con il contributo di Stefania Sbarra dedicato alle relazioni intertestuali che la lirica Wer allein ist (in Statische Gedichte, 1948) di Gottfried Benn intrattiene con Goethe (in particolare con Selige Sehnsucht, Venezianische Epigramme, Im Ernsten Beinhaus war’s). L’inquadramento del confronto con l’autore classico da parte di Benn all’interno del suo percorso biografico e letterario mira a evidenziare come, da un lato, questo assumerebbe la forma di una rielaborazione critica sul modello della Gegenbildlichkeit e, dall’altro, come la sua ricezione di Goethe si inserirebbe all’interno di una costellazione a tre, passando attraverso la corrispondenza con Friedrich Wilhelm Oelze.

Günter Eich

Radicando il fitto dialogo del poeta con la tradizione nel contesto della sua spasmodica ricerca di forme espressive sempre nuove, Simone Furlani analizza in quest’ottica la lirica Botschaften des Regens (dalla raccolta omonima del 1955) di Günter Eich, mettendo in evidenza principalmente la relazione con Naturlyrik e politische Lyrik. Il risultato si mostrerebbe ambivalente: il processo decostruttivo dei topoi classici si incaglierebbe infatti laddove, all’aspirazione di superare i princìpi di queste due tradizioni poetiche, non seguirebbe una diretta messa in discussione dei limiti e possibilità della poesia e del linguaggio stesso, mostrando così un evidente scarto tra teoria e prassi e portando di conseguenza all’inevitabile ripiegamento interiore del poeta.

Peter Rühmkorf

Sul delicato equilibrio tra sfera artistica e politico-sociale è esplicitamente incentrato lo studio critico di Carmela Lorella Ausilia Bosco, che affronta questa tematica attraverso il dialogo intertestuale che Hochseil (in Walter von der Vogelweide, Klopstock und ich, 1975) di Peter Rühmkorf intesse con il celebre Lied di Heinrich Heine Ich weiß nicht, was soll es bedeuten. Rifacendosi all’interpretazione di Heine come simbolo di rottura ed epitome della ricerca di un equilibrio fra arte e vita, la ricezione da parte di Rühmkorf della sua produzione liederistica si porrebbe nell’ottica di un sovvertimento della tradizione che porta dei tratti di spiccata identificazione: Rühmkorf e l’autore della Loreley sarebbero legati da un’indiretta e intima connessione proprio in virtù del loro comune status di poeti/funamboli in un’epoca di transizione e mutamento.

Hans Magnus Enzensberger

Della sostanziale analogia di impostazione tra due poeti di epoche differenti si occupa anche il saggio di Francesco Rossi, il quale indaga le affinità tra la poetica di Clemens Brentano e la prima produzione di Hans Magnus Enzensberger per mezzo di due liriche (Schläferung e Bild) della raccolta Verteidigung der Wölfe (1957). Ad accomunare i due autori sarebbe proprio il loro particolare approccio alla tradizione, che si manifesterebbe anzitutto nella dimensione musicale della loro lirica. Emblematica nei due componimenti sopraccitati la procedura della Entstellung (la decostruzione e successiva rifunzionalizzazione di espressioni idiomatiche convenzionali), la quale sfocerebbe in una vera e propria critica culturale che investirebbe tanto i contemporanei quanto i classici, in un rapporto continuamente discusso e rinegoziato.

Johannes Bobrowski

Spostandosi verso il panorama della DDR, Simone Costagli presenta il personale rapporto con la tradizione di Johannes Bobrowski, esemplificandolo attraverso la relazione con il poeta della Frühlingsfeier, così come emerge dalla lirica An Klopstock (in Wetterzeichen, 1967). L’analisi della poesia che, pur mostrando un evidente debito verso Klopstock, se ne discosta sul piano formale appoggiandosi tuttavia a una complessa rete di suggestioni classiche e antiche, risulterebbe funzionale a chiarire la posizione di Bobrowski rispetto alla ricezione dei classici: una ricezione che, carica del peso della storia e inesorabilmente macchiata dalla “colpa tedesca”, non si porrebbe come mera imitatio, ma necessariamente come reinterpretazione e rielaborazione critica contestualizzata nel presente.

A tematizzare la rilevanza dei classici per il contesto contemporaneo è anche il contributo di Anna Chiarloni. Tramite due poesie paradigmatiche di Hans Georg Bulla (Hölderlin, solitär, in Kindheit und Kreide, 1986) e Sarah Kirsch (Noah Nemo, in Erdreich, 1982), la germanista illustra – appoggiandosi alla ricezione di Hölderlin tipica dell’epoca – come la sua figura fungerebbe sovente da modello identificativo per gli intellettuali del tempo. Benché in accezioni e forme differenti, le liriche di Bulla e Kirsch attesterebbero come proprio il ‘senza patria’ per eccellenza e il grande incompreso fungerebbe da porto spirituale per gli intellettuali ormai privi di punti di riferimento.

Il busto di Ingeborg Bachmann alla Klagenfurter Stadthaus

Il primo dei contributi dedicati allo scenario austriaco è lo studio critico di Luigi Reitani sul rapporto di Ingeborg Bachmann con la tradizione, così come affiora dall’ultima sezione della raccolta poetica Anrufung des Großen Bären (1956), intitolata Lieder auf der Flucht. Attraverso una rigorosa analisi – radicata anche negli eventi storici che ne fungono da cornice – viene qui dimostrato come i componimenti della sezione, pur nella loro estrema eterogeneità, sarebbero accomunati da un continuo attingere alle fonti tradizionali, creando una vera e propria polifonia di richiami intertestuali. La fuga alla quale allude il titolo assumerebbe dunque un valore topografico e poetologico, designando il rapporto di un soggetto – anch’esso istanza plurale – con la tradizione. Un rapporto, questo, che si costituirebbe come continua negoziazione, come avvicinamento e appropriazione di topoi classici intrecciati tuttavia a esperienze personali e memoria storica, sottoposti dunque a costante rilettura e rielaborazione. Una fuga – come ricorda emblematicamente il titolo del saggio – “con (e dal)la tradizione”.

Heinrich Heine (1797-1856) ritratto da Moritz Daniel Oppenheim, Hamburger Kunsthalle, Hamburg

I concetti di polifonia, intertestualità e riscrittura vengono ripresi da Camilla Miglio in relazione all’esperienza poetica di Paul Celan, il cui peculiare modello di riscrittura viene illustrato attraverso Die Niemandsrose (1963) e le corrispondenze con Heinrich Heine. La figura di quest’ultimo emerge infatti dall’innumerevole e complessa rete di riferimenti intertestuali, contribuendo a creare un’identità autoriale multipla e stratificata; Heine stesso, d’altronde, fungerebbe da paradigma di questo procedimento poetico in cui l’autore si appropria non soltanto dei modelli, ma anche delle voci altrui intrecciandole con la propria, scontrandosi e sfidando continuamente le possibilità della lingua e della poesia.

Paul Celan

Ancora alle esperienze di riscrittura del poeta di Czernowitz è dedicato il saggio conclusivo del volume, nel quale Arno Dusini, servendosi del concetto poetologico dello Sprachgitter, si concentra sul peculiare processo di ritorno al tedesco attraverso altre lingue. Nella cornice della riflessione critica sulla lingua tedesca portata avanti dopo l’Olocausto, l’indagine paradigmatica delle relazioni tra la lirica Memorial (2020), composta da Peter Waterhouse in occasione del centenario della nascita di Celan, e la raccolta Sprachgitter del 1959 (in particolare la poesia Stimmen), mostra come l’avvicinamento alla lingua e alla tradizione tedesca si darebbe proprio attraverso il passaggio dall’inglese, rivelando connessioni e transizioni che travalicherebbero il mero processo traduttivo e meriterebbero di essere documentate in un vero e proprio atlante linguistico.

“Taglio netto”, “cesura”, “anno zero”: l’utilizzo arbitrario di queste formule applicate tradizionalmente alla letteratura del secondo dopoguerra sembra vacillare alla luce delle indagini condotte in questo volume. La raccolta curata da Polledri e Costagli dimostra infatti distintamente come autori e autrici dell’epoca ricercherebbero nella tradizione quei valori cardine sui quali ricostruire la propria identità, ben consci tuttavia di non potersi limitare alla loro mera imitazione, ma di doversi porre rispetto ad essi in una posizione critica e innovativa, sfidandoli, contestandoli e, in ultima istanza, riscrivendoli col proprio linguaggio.

Una poesia da ricostruire ultima modifica: 2022-09-14T20:55:01+02:00 da ERIKA CAPOVILLA

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