Scuola. Da dopo il Covid a prima del Covid

GIAMPAOLO SBARRA
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1. C’era una volta un sistema scolastico con problemi evidenti, ma non identificati al punto tale da diventare priorità per il decisore politico: dispersione scolastica, sperequazione sociale e territoriale, risultati deludenti nei test comparativi nazionali e internazionali, modalità di reclutamento dei docenti, carriera e retribuzione dei docenti, precariato.
Alle categorie di problemi sopra elencati (che meriterebbero un approfondimento analitico) se ne possono aggiungere altri, come la mancata realizzazione dell’autonomia scolastica (concetto che ha valore costituzionale, ma non bene accolto anche da chi vuole “difendere la Costituzione”), l’arretratezza tecnologica – ma anche in questo caso va sottolineata la disomogeneità dei territori e anche all’interno dei territori, dove non mancano isole di eccellenza – e l’arretratezza logistica (edifici oggi inadeguati anche alla scuola di un tempo, improponibili per nuove didattiche innovative, che richiedono innanzitutto flessibilità).

2. Questo “c’era una volta”, poi la novità è stata rappresentata non da un ministro o da un governo illuminati che hanno saputo dare al sistema scolastico una svolta e una prospettiva di medio-lungo periodo, ma dal Covid, che ha obbligato i governi a prendere decisioni d’urgenza, in condizioni emergenziali.
In questo contesto (e lascio perdere la polemica sui banchi a rotelle, ma sarebbe interessante andare a fondo, perché quei banchi sono stati acquistati dal governo tramite il Commissario, ma richiesti dai Dirigenti scolastici) le lezioni in presenza sono state sospese a lungo e si è attivata la Didattica a distanza (Dad) poi ridefinita come Didattica digitale integrata (Ddi), cercando di inserirla nella normale attività didattica.

Di fatto abbiamo assistito alla demonizzazione della Dad, e ancora oggi giornali e televisioni titolano “Basta Dad!”, che avrebbe fatto una montagna di danni.

3. Il Covid, però, ha indotto l’Unione europea a promuovere lo strumento finanziario denominato Next Generation EU, nel contesto del quale è stato elaborato il PNRR, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.
Il PNRR prevede interventi e investimenti in sei “missioni”, la quarta e la quinta riguardano l’istruzione-ricerca e l’inclusione-coesione, finanziate rispettivamente con 30,88 e 19,81 miliardi di euro; quasi cinquanta miliardi di euro, per farla breve.

Sarebbe interessante scendere nel dettaglio degli interventi previsti, ma non è l’obiettivo di questo scritto.

Resta il fatto, chissà perché sottaciuto e misconosciuto, che in questo periodo alle scuole stanno arrivando molti soldi.

Per fare un esempio, per contrastare la dispersione scolastica sono stati stanziati, e distribuiti alle istituzioni scolastiche, cinquecento milioni di euro (51 per cento al Sud), di cui oltre 26 milioni al Veneto.

In attuazione del Piano “Scuola 4.0”, Azione 1 (Next Generation Classrooms) sono stati destinati alle Istituzioni scolastiche 1.296.000.000,00 euri, mentre in attuazione del Piano “Scuola 4.0”, Azione 2 (Next Generation Labs) sono destinati alle scuole circa 425 milioni di euri.

Qualcuno si chiede, con un certo scetticismo, se e come saranno spesi questi soldi; se, addirittura, le scuole siano in grado di programmare e utilizzare questi finanziamenti per investimenti che lascino il segno, che favoriscano un salto di qualità e il raggiungimento di un punto di non ritorno.

Questo scetticismo – percepibile non solo tra i critici esterni, ma anche tra i migliori professionisti della scuola – si inserisce nel contesto di una crisi di sistema che non sembra in via di soluzione, e mi riferisco all’inefficienza degli apparati amministrativi (le segreterie scolastiche), alla instabilità del corpo docente e dirigente e alla precarietà degli spazi dedicati all’attività didattica.

4. A un certo punto di questa storia, però, è arrivata la crisi del governo Draghi e si è attivata una campagna elettorale che come sempre, e più di sempre, ha visto il fiorire di straordinarie promesse: tutto quello che non è stato fatto in anni di governo, viene promesso per la prossima legislatura e con il prossimo governo.
Del resto, se si pensa che in 22 anni di XXI secolo abbiamo avuto tredici ministri dell’Istruzione, si può capire quale livello di credibilità possano avere non solo le promesse, ma anche i programmi elettorali.

In ogni, caso, programmi e promesse sembrano prescindere dal PNRR, dall’emergenza Covid che si spera superata e dalle prospettive demografiche che prevedono – per i prossimi anni – una diminuzione di oltre centomila studenti l’anno, con relativo adeguamento delle cattedre; per rendere l’idea, in dieci anni la scuola statale ha perso 558.000 studenti; nel complesso gli studenti sono passati da 8,9 milioni a poco più di otto milioni.

Aggiungo che questa infelice prospettiva demografica (che va affrontata con gli strumenti economici e sociali adeguati, non con allarmi ormai scontati ed inefficaci) potrebbe favorire l’aggiornamento e l’aumento delle retribuzioni dei docenti, oggi scandalosamente basse (ma frutto di un perfido e paradossale scambio tra massima occupazione e minima retribuzione); il rischio è che si continui a mettere al centro il numero di occupati e non la qualità della formazione.

5. Cerchiamo, quindi, di scorrere rapidamente i programmi elettorali, individuandone gli elementi caratterizzanti.
Emerge immediatamente la scomparsa dell’Autonomia scolastica: non ne parla nessuno; ovviamente non va confusa con la “Autonomia differenziata” chiesta dalla Lega, che di fatto prefigura un nuovo centralismo regionale, forse più pericoloso – perché più ideologico – del centralismo statale.

Nel dettaglio.

I partiti della coalizione di centrosinistra partono da premesse diverse; il Pd, tra le molte cose ovviamente positive ma generiche in quanto ad attuabilità, prevede l’obbligatorietà della scuola dell’infanzia “in seno al servizio integrato”, ovvero anche nella scuola privata; ma non mi pare accettabile prevedere un’obbligatorietà senza creare le istituzioni che lo permettano; è pur vero che si chiede di “Definire i livelli essenziali delle prestazioni per il sistema di istruzione, per assicurare l’esigibilità del diritto in modo uniforme su tutto il territorio nazionale”, ma questa dovrebbe essere una premessa per creare le scuole dell’infanzia statali, non per obbligare a frequentare quelle private.

Inoltre si prevede l’obbligo formativo di tredici anni; in verità non si capisce se per obbligo formativo si intenda l’obbligo scolastico (oggi di dieci anni, fino ai sedici di età); ma sembra di capire di sì, anche perché si aggiunge che ci deve essere la “relativa armonizzazione dei percorsi di istruzione e formazione professionale”, ovvero anche la Istruzione e formazione professionale (IeFP) dovrebbe essere di cinque anni e concludersi a 19 anni? Voglio ricordare che gli ultimi governi hanno sostenuto la sperimentazione di curricoli quadriennali, che si concludono con il 18° anno di età. Anche in questo caso, una questione evitata, che andrebbe invece affrontata con chiarezza e senza equivoci, conoscendone la portata e le necessità conseguenti. Oggi siamo al paradosso che negli ultimi anni di obbligo scolastico, gli studenti studiano la storia antica e medievale.

Sempre nell’alleanza di centrosinistra, il programma di Sinistra italiana ha una natura prevalentemente ideologica, partendo dalla critica alla “aziendalizzazione” e alla logica di mercato e di sottomissione agli interessi delle aziende, che vedrebbe un suo apice nell’operazione fatta dal governo Draghi con il PNRR, il quale governo avrebbe abbandonato la strada indicata dal governo Conte 2 (centralità del bene comune, giustizia sociale).

L’autonomia scolastica si è inserita in questo percorso di aziendalizzazione; tra le proposte più significative farei notare l’obbligo scolastico a 18 anni, la definizione a 15, massimo 18, del numero di alunni per classe, la critica alle prove standardizzate Invalsi e la revisione (ma sostanzialmente eliminazione) dell’alternanza scuola-lavoro.

Si resta sul generico in quanto a reclutamento dei docenti (concorsi annuali e regolari, evidentemente nazionali, perché si critica la regionalizzazione), si punta alla sistemazione dei precari con un doppio canale non meglio definito; non si accenna a una carriera per i docenti, ma si parla di una “formazione permanente libera e gratuita” (e quindi non obbligatoria).

Il programma dei Verdi è analogo a quello di Sinistra Italiana, chiaro ma equivoco sulla sistemazione dei precari (“anche stabilizzando coloro che insegnano precariamente da più tempo”).

Anche +Europa propone di portare il diploma a 18 anni, ma redistribuendo le ore di lezione nei quattro anni.

Per quanto riguarda il centrodestra, va sottolineato che i partiti hanno elaborato un programma di coalizione che punta su alcuni aspetti, per altro non sempre chiari: meritocrazia e professionalizzazione, valorizzazione scuole tecniche e professionali, in rapporto con il mondo del lavoro, soluzione del precariato e libertà di scelta educativa attraverso il buono scuola.

La Lega, per altro, ha un programma più preciso, che punta sulla individuazione delle caratteristiche di formazione dei docenti (“Docenti formati in didattica generale e speciale, pedagogia generale e speciale rivolta ai bisogni educativi speciali, pedagogia sperimentale, didattica disciplinare, laboratori pedagogico-didattici, tecnologie dell’informazione e della comunicazione per la didattica, con valutazione psico-attitudinale in ingresso e in itinere”), sul superamento del precariato, senza una definizione precisa delle modalità.

Particolarmente interessante (o preoccupante, a seconda dei punti di vista) il passaggio contro “la propaganda”:

Stop alla propaganda a scuola. Per qualunque proposta educativa inserita nella domanda di iscrizione, nel patto educativo di corresponsabilità, nel piano dell’offerta formativa e nelle varie attività laboratoriali e/o progettuali, in particolare per quanto riguarda progetti relativi a bullismo, educazione all’affettività, superamento delle discriminazioni di genere e di orientamento sessuale, pari opportunità, dispersione scolastica, educazione alla cittadinanza e alla legalità e ogni altra iniziativa che coinvolga l’ambito valoriale e dell’educazione sessuale, deve esserci l’esplicito e libero assenso dei genitori o di chi ne fa le veci.

Non c’è una particolare accentuazione dell’”Autonomia differenziata”, nemmeno per quanto concerne il reclutamento dei docenti.

I programmi di Forza Italia e di Fratelli d’Italia prevedono varie proposte (dallo psicologo al coding), ma non parlano di reclutamento dei docenti né di carriera, se non in termini molto generici.

Fratelli d’Italia ha lanciato l’idea di un Liceo per il Made in Italy (che in qualche modo richiama l’idea generica della Scuola dei mestieri del M5S).

Mancano tre concorrenti: il Terzo polo di Calenda-Renzi, il M5S di Conte e Unione popolare con De Magistris.

Terzo polo. Il programma del Terzo polo affronta anche questioni scomode, con posizioni chiare (che possono scontentare una parte del mondo della scuola). Innalzamento dell’obbligo a 18 anni, con contestuale acquisizione del diploma; retribuzione e carriera dei docenti, con creazione di un middle management, rilancio del sistema di valutazione, intervento sulle aree disagiate con incentivi ai docenti, sostegno a chi sceglie le scuole paritarie.

M5S. Un programma molto sintetico, che punta sull’aumento della retribuzione dei docenti, il benessere a scuola (con psicologi e pedagogisti) e una generica “Scuola dei mestieri” per “valorizzare e recuperare la tradizione dell’artigianato italiano”.

Unione popolare. Non è il primo punto del programma per la scuola, ma mi pare il più significativo ed incerto: abolizione della Buona scuola di Renzi e della riforma Gelmini (per tornare alla scuola precedente? Non è chiaro). Poi si va dalla scuola dell’infanzia pubblica garantita a tutti, a un piano per gli asili nido, alla stabilizzazione con procedura speciale dei precari con 36 mesi di servizio, alla fine delle classi pollaio, all’eliminazione dell’alternanza scuola lavoro.

Qui si chiude la sintetica rassegna, che ho presentato volutamente senza “prendere parte”.

6. Faccio alcune brevi considerazioni, in chiusura.
Abbiamo parlato solo degli interventi che riguardano la scuola, escludendo tutto il resto. Di questi interventi, non viene quantificato il costo in termini di bilancio: basta penare alla promessa di portare a livello europeo le retribuzioni dei docenti.
Di fatto, pur essendo presente in tutti i programmi elettorali, la scuola non è considerata una vera priorità, perché se lo fosse andrebbe a discapito di qualche altra parte del programma, non essendoci risorse sufficienti a realizzare tutti i progetti in tutti gli ambiti, anche di un singolo partito.

Qualcuno si è preoccupato di fare qualche conto, a partire da alcune previsioni di spesa recenti, passando per la spesa attuale, per giungere alle spese previste (ma non dette) nei programmi elettorali.

La Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza elaborata dal Governo Draghi prevedeva una riduzione dell’incidenza della spesa dell’istruzione sul Pil dal 3,5 per cento nel 2025, al 3,2 per cento nel 2035; mentre il precedente Governo Conte prevedeva un 3,4 per cento nel 2025 e un 3,0 per cento nel 2035; nel 2020 eravamo al 3,9 per cento, mentre la media UE era al 4,7 per cento.

È abbastanza improbabile che, alla luce di quelle previsioni, si riesca ad incrementare la spesa per circa 12-15 miliardi l’anno (si è calcolato che questo sia il costo dell’implementazione degli interventi previsti da chiunque governerà, visti i programmi elettorali).

Ma anche tra le problematiche del sistema scolastico non si individuano vere priorità; in verità si capisce che, per lo più, manca una riflessione strutturata sui problemi del sistema scolastico nelle sue varie articolazioni: ruolo di Stato, Regioni, Enti locali e scuole autonome nella gestione del sistema; struttura dei cicli scolastici; orientamento agli studi e al lavoro; valutazione del sistema; partecipazione al governo delle istituzioni scolastiche; reclutamento, formazione, retribuzione e carriera dei docenti.

Si ha l’impressione, insomma, che la scuola reale vada da una parte e che i programmi dei partiti per la scuola siano arrivati da Marte in un contesto asettico, pronto a ricevere qualsiasi cosa.

Così rischia di accadere quel che è sempre accaduto: la scuola migliora (quando migliora) per interventi specifici e occasionali: un buon contesto, un bravo dirigente, un buon gruppo di docenti; si creano così delle isole di eccellenza, ma il sistema nel suo complesso non ne trae giovamento.

Oppure, vengono introdotte alcune riforme e variate le definizioni (es. non più Programmi, ma Indicazioni, non più Unità didattiche ma Moduli o Unità di apprendimento, non più Obiettivi ma Abilità e Competenze ecc.) ma i docenti continuano per lo più a fare quello che hanno sempre fatto.

La questione, alla fine, è che la scuola non può essere un luogo di competizione elettorale perché ogni intervento riformatore deve porsi in una prospettiva di sviluppo pluriennale e non può adeguarsi ai tempi veloci dei cambi di governo.

Scuola. Da dopo il Covid a prima del Covid ultima modifica: 2022-09-15T15:50:42+02:00 da GIAMPAOLO SBARRA

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