Una nuova lente per capire il Sud (e i sud)

nella poesia di Lino Angiuli
SERGIO D'AMARO
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Il nuovo libro di Angiuli ha un titolo ironicamente polemico Sud voce del verbo sudare ed è accompagnato da un vero e proprio apparato di analisi e di riflessioni. Pubblicato da Moretti & Vitali (pp. 150, € 15, il disegno di copertina è di Vito Matera), contiene la prefazione di Daniele M. Pegorari, un dialogo con Carlo A. Augieri e un saggio di Gabrio Vitali. È un libro che propone un buon numero di testi scelti di propria mano dalle numerose pubblicazioni uscite nell’arco di un ormai cinquantennio. Poco o abbastanza per disegnare una topografia della propria anima accanitamente ‘’contadina’’, avvinghiata strettamente alla sua rivendicata radice: la quale ha il pregio appunto di guardare il mondo dall’altra parte, ‘’dal basso verso l’alto’’ come ama sottolineare l’autore.

 Il capovolgimento di prospettiva è essenziale per capire la poetica di Angiuli, giacché solo un occhio eccentrico o strabico può cogliere il cuore della sua dinamica immaginativa, costantemente impegnata in un lavorio simbiotico tra essere umano e mistero della natura, tra stratificazioni della coscienza e apparentemente eterni meccanismi fisici di ciò che sembra non avere un’anima. Ma tutto questo va inquadrato in un’evoluzione del suo rapporto col mondo, secondo uno spaccato storico che da almeno cinquant’anni a questa parte ha messo l’umanità occidentale di fronte alle conseguenze del suo stesso potere scientifico e tecnologico. Nell’entusiasmo prestato al progresso e nel parallelo emanciparsi dal crogiolo caotico dell’inconscio e dalla libertà latamente infantile di immaginazione, si è innescata la rischiosa pretesa di fare a meno di tutto ciò che non fosse razionalità, calcolo, profitto. 

Non a caso, dunque, il testo di questo più recente Angiuli è diviso in tre parti, il Tempo l’Amore e l’Altro, dove quest’ultimo termine potrebbe rimandare a quella dimensione di ‘’alterità’’ irriducibile che sta oltre i confini del conosciuto e oltre le conferme rassicuranti di una placida accettazione di una vita standard. È una molto sobria autoantologia in cui il lungo cammino percorso, puntualmente lumeggiato nel saggio di Gabrio Vitali, non può non affondare nei lontani anni Settanta, quando i sintomi della svolta storica lungo veloci traiettorie di modernità sono diventati ormai chiare tracce di un nuovo e accelerato ‘’disagio della civiltà’’, come succede per esempio con questi versi:

chi sa 

scordate rimaste in letargo

nel sonno di un sasso meridionale

e ruba i segreti al suo rumore che parla

ma quando penso a questa terra di mezzogiorno

ho ancora bisogno di ascoltare nella bocca

scorza

pietraia

sudore

traini che calpestano controre

ancora bisogno di pensarla e vederla

con gente case pane fatti di terreno

con cielo di terreno

con sole che ha caldo del suo stesso corpo

con uomini muti che sembrano ulivi

e ulivi che hanno lo stesso profilo del sangue

Vitali scandisce i tempi dell’esperienza poetica e umana di Angiuli, partendo da una prevalente fase sociologica, passando ad una seconda di tipo antropologico e infine approdando a quella più riconoscibilmente ecologica. È come se il sud fosse stato declinato e attraversato nell’ampiezza cronologica di quest’ultimo mezzo secolo, fecondato dal particolare itinerario dell’autore. Il quale, partito dall’école barisienne di Arcangelo Leone De Castris e di Beppe Vacca è approdato al pensiero meridiano di Franco Cassano secondo una parabola che mette al centro proprio l’eccentricità, la perifericità, la marginalità per avere sott’occhio ciò che sta accadendo al centro.

Una ‘’meridionalità’’ diventata ‘’meridianità’’ col proposito di sottolineare non più partizioni geografiche, ma mentalità rivoluzionate in senso sociale e antropologico secondo un adattamento alla temperie storica ormai orientata alla globalizzazione e al mercato senza confini:

Forse già sai
ke la roba di kappa si kompravende ovunque
tra un telegiornale e l’altro insieme ad altro
insieme a quasi tutto;
a bordo del pianeta transitano millenni e malanni
nomi gnomi kognomi storie e geografie
il kastello lo chiamano Palazzo;
la nebbia s’impossessa delle kase per mangiarne i kolori;
nell’interstizio tra una giornata e l’altra
indifferente kresce il karpediem;
il sorriso si produce a kottimo;
i figli piantano rosmarini e pomeriggi kon giravite e pinza
forse percké gli smontiamo le ali
apikkandogli katene smaltate

Angiuli è convinto che questo sia uno degli angoli visuali più produttivi per capirci qualcosa del tormentato periodo storico che stiamo attraversando, giacché la posta in gioco è diventata sempre più alta e anche la poesia, lingua per eccellenza capace di prospettare anche buone utopie, può in qualche modo stimolare qualche neurone addormentato. Angiuli, del resto, ha parecchie frecce appuntite al suo arco ed ha ereditato in modo originale la rivoluzione linguistica dei movimenti artistici che hanno vivacizzato l’orizzonte letterario fin dagli anni Sessanta, approdando, come segnala Pegorari nella sua introduzione, ad un suo espressionismo di ascendenza anche gaddiana in presenza di una crescita sempre più contraddittoria dell’evoluzione tecnologica. Man mano che la marea montante dell’inquinamento mediatico saliva, nello stesso tempo la penna di questo scrittore sembrava guadagnare in temperatura grafica e lasciare sul foglio i segni arroventati della sua resistenza:

È poi così difficile fare metà per uno non sta male a
nessuno? E fermare il balletto dei bignè e dei buffet?
E ce la farà il diabete ad accecare lo spettro di erode?
Poi ci sta pure il pil stanotte nessun dorma per il pil
mangiamoci la testa per sbarcare il lunario imperiale
spolpiamo l’osso di un pianeta capitato proprio male
se da una parte deve abbuffare e dall’altra affamare

 Una storia, quella di Angiuli, che risalta anche nella bella iniziativa di metterlo in dialogo serrato con un compagno di strada come Augieri. Quest’ultimo è stato un autore estremamente attento a quello che stava diventando il Sud fin da quando ne stese, con Antonio Motta, un referto critico-antologico con Oltre Eboli: la poesia. La condizione poetica tra società e cultura meridionale, 1945-1978, due volumi pubblicati dal benemerito editore Piero Lacaita nel 1979. Dal dialogo escono due strade che si intersecano per l’attenzione costante a quel che è diventata l’attività letteraria e la società civile in quasi cinquant’anni di dibattiti e di battaglie creative. Ciascuno di loro ha costruito il proprio percorso, e quello di Angiuli si è fatto diverso da una scelta introvertita, ha finito per privilegiare la terra, la realtà, la ragione di un’ecologia che è diventata l’opposto dell’’’ego-logia’’ e dell’egocentrismo. Il risultato è fatto di testi che nella loro ‘’apocalittica’’ ironia svelano anche etimologicamente i significati sepolti di un’umanità o anche umanesimo resistente ad ogni falsificazione, avendo da una parte la saldezza dell’ulivo e dall’altra la libertà sconfinata del vento: questi i due presìdi, l’ulivo (dal basso) e il vento (dall’alto), che acutamente individua Vitali nel suo saggio e che anche a noi paiono le metafore centrali della fantasia o i motori metastorici di Angiuli.

SUD voce del verbo sudare
di Lino Angiuli, 
Moretti&Vitali editori, 2022.
Prezzo: euro 15

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Una nuova lente per capire il Sud (e i sud) ultima modifica: 2022-09-15T17:21:12+02:00 da SERGIO D'AMARO
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