Sulla strada

Quando il tessuto sociale si lacera sempre più a pagarne lo scotto sono le persone senza fissa dimora, senza assistenza sanitaria e molto spesso cacciate dai centri cittadini per questioni di “decoro urbano”.
MARCO CINQUE
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Nel mondo ci sono svariati tipi di guerre, alcune delle quali sono combattute all’interno dei confini di molti Stati e Paesi, soprattutto quelli più ricchi, contro eserciti di invisibili che rappresentano l’effetto collaterale di uno sviluppo capitalistico sempre meno sostenibile, sia dal punto di vista economico, sia da quello sociale e anche da quello ambientale. Stiamo parlando dei senzatetto, i cosiddetti barboni, homeless, clochard, che ormai stanno sempre più stretti nello stereotipo romantico che attribuisce ad una loro libera scelta quella di vivere in povertà, ai margini delle società più moderne e progredite. Società costruite sul consumo, che producono ogni tipo di rifiuti, quindi anche rifiuti umani, per lo più destinati ad essere smaltiti in ghetti, baraccopoli, tendopoli, barrios, ma sempre meno tollerati quando si azzardano ad uscire dalle loro discariche umane per infestare la parte più ricca e opulenta dei centri urbani. Secondo il dipartimento degli affari per i veterani (VA), si stima che solo negli Stati Uniti ci siano tra i centomila e i duecentomila reduci di guerra costretti a vivere in strada, in tenda, nella propria auto o in alloggi di fortuna. Si stima che praticamente un senzatetto su tre negli Usa sia un veterano tornato da Vietnam, Iraq e Afghanistan. Pur non essendo più schierati sui fronti bellici, questi reduci continuano però a combattere una guerra, sia contro i loro stessi fantasmi, sia contro la miseria cui sono stati condannati.

In Italia invece, secondo gli ultimi dati Istat, ammontano a 500mila i senzatetto e i senza fissa dimora che vivono in strada o risiedono in centri attrezzati e alloggi di fortuna. Circa il quaranta per cento di loro si trovano tra Milano e Roma. Inoltre, dall’inizio del 2022 fino alla metà di luglio, sono stati documentati ben duecentocinque decessi di senzatetto (praticamente uno al giorno) ed oggi, nel nostro paese, sopravvivono in condizione di povertà assoluta quasi due milioni di famiglie. La criminalizzazione dei senzatetto, le ordinanze punitive contro l’accattonaggio e il rovistaggio nei cassonetti della spazzatura, oltre alle architetture ostili per rendere ancora più difficile e umiliante la vita alle persone povere e senza alloggio, sono solo alcune delle strategie inumane messe in atto in nome del cosiddetto decoro urbano, strategie che invece di risolvere il problema tentano cinicamente di nasconderlo. Mentre le associazioni di volontariato fanno quel che possono per mettere una toppa al crescente problema, dovendosi persino districare tra intolleranze di cittadini e istituzioni, nonché tra i limiti posti dalle legislazioni statali e comunali, considerando inoltre che il sistema assistenziale pubblico ha sempre meno risorse e, di converso, un numero sempre più ingente di poveri e senza fissa dimora impossibili da assistere. Negli ultimi 10 anni in Italia, sempre secondo l’Istat, il numero dei senzatetto si è addirittura quadruplicato. Probabilmente anche in Europa, negli Stati Uniti e nel resto del pianeta sta accadendo lo stesso e i conflitti, le crisi economiche e ambientali, oltre all’aumento della disoccupazione, fanno prevedere un’ulteriore impennata su scala globale nei prossimi anni. Quanto più la forbice delle diseguaglianze crescerà, tanto più i senzatetto diventeranno un effetto collaterale difficile da arginare.

La pandemia da Covid ha peggiorato ancor più la criticità della situazione ed è un paradosso che si è portata via anche Bernardo Cozzolino, il medico di Ercolano che curava i senzatetto. Essendo escluse dal Servizio sanitario nazionale nel nostro paese, parecchie decine di migliaia di persone, prevalentemente senza fissa dimora, ma anche migranti, rifugiati e braccianti che lavorano in nero, sono state colpite in maniera pesante dall’emergenza sanitaria. Poi non si è nemmeno mai saputo il bilancio esatto di poveri e senzatetto che hanno perso la vita, sia a New York, dove sono stati seppelliti in grandi fosse comuni nell’isola di Hart, sia in tante altre città del mondo.

Nonostante il feroce embargo unilaterale cui è sottoposta da più di mezzo secolo e malgrado la violazione dei diritti umani di cui è accusata da molti governi occidentali, bisogna però ammettere che Cuba è il paese dove il diritto all’alimentazione, all’abitazione, all’assistenza sanitaria e all’istruzione sono garantiti, pur tra innumerevoli limiti e problemi, facendone in tal senso uno dei paesi più progrediti. Ciò non vuol dire che questo paese sia esente dal problema dei senzatetto, ma è comunque emblematico il fatto che il tasso di malnutrizione di Cuba sia inferiore al 2,5 percento e che questo dato risulti essere, malgrado la povertà endemica e la scarsità di risorse, il più basso di tutto il continente americano. Vale quindi la pena di riflettere sul fatto che il fenomeno dei senzatetto non sia causato solo ed esclusivamente dalla povertà di questo o quel paese, ma anche e soprattutto dai modelli sociali, economici, culturali e dalle politiche adottate, che ne determinano l’entità e la gravità. Da considerare, infine, pure le centinaia di milioni di profughi che in molte parti del mondo vivono ammassati in gigantesche comunità senza risorse – in molti casi senza nemmeno più identità collettiva -, che sono a tutti gli effetti da considerare dei senzatetto, i quali però non hanno nemmeno la libertà di scegliersi il luogo o il paese dove poter scontare la pena della loro povertà.

ECCOCI
(ai senzatetto)

Un viaggio a perdere
senza radice alcuna
e minacce di pioggia
tra pareti di stracci
freddo fino alle ossa
sulla pelle asfalto bollente
un fiume disumano che esonda
in volti sprecati di bestemmia, eccoci
dietro i buchi delle vostre tasche piene
dentro l’ululato delle nostre pance vuote
eccoci, abusivi sulla nostra terra, sfrattati
sfruttati nelle nostre città di galera
nei recinti costruiti fin dentro la testa
eccoci, siamo la cattiva coscienza
il pessimo esempio la nefandezza
insultati, presi a calci
passatempo per gente perbene
siamo fuori dal pil, eccoci
fuori dalla borsa dal business
dai circuiti vendi-compra compra-vendi
avanzi di fine mercato, frutta marcia
marcita sui marciapiedi, merce scaduta
avariata in discariche di falliti
dalla dignità calpestata
stuprata lapidata assassinata
sotto un’orda d’arrivismo globale
e suoniamo le nostre note di merda
su questo cesso di pentagramma
ascoltateci, ascoltate la nostra
musica nauseabonda, ritmo mefitico
registrate la nostra voce sconfitta
scattateci foto da primo premio
ultimi degli ultimi, una lacrima
che non s’asciugherà mai
dormiamo in sogni di vomito
e in pozze di piscio marcito
siamo l’effetto collaterale
di un farmaco chiamato umanità
le mutande sporche del benessere
i fazzoletti usati della civiltà
eccoci.

§§§ HERE WE ARE
(to the homeless)

A non-returnable trip
with no root whatsoever
and threats of rain
among walls of rags
chilled to the bone
scorching asphalt on the skin
an overflowing callous river
of faces wasted in curse, here we are
behind the holes of your full pockets
behind the howl of our empty bellies
here we are, squatters on our own land,
evicted in our prison cities
in the enclosures built in the very head
here we are, we are the bad conscience
the worst example, vileness
insulted, kicked in the ass
pastime of the decent people
we are not included in the GDP, here we are
in the business’ stock
in the buy-sell sell-buy circuits
end of day leftovers at the market, rotten fruit
rotting on the sidewalk, expired goods
gone bad in landfills of losers
with their trampled on dignity
raped stoned murdered
by a horde of global pushiness/careerism
and we play our notes of shit
on this staff of crap
listen to us, listen to our
disgusting music, mephitic rhythm
record our defeated voice
take our first prize picture
last of the last, a tear
that will never be dried
let’s sleep in dreams of vomit
and in pools of rancid piss
we are the side effect
of a medicine called mankind
the dirty pants of welfare
the used tissues of civilization
here we are.

Poesia tratta dalla raccolta “At The Top Of My Voice”, Marimbo Press, Berkeley (Traduzione di Alessandra Bava)

Sulla strada ultima modifica: 2022-09-20T18:40:00+02:00 da MARCO CINQUE

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