Cliché antisemiti. Eppure il libro è premiato ed è incensato dalla critica

Su alcuni passi del romanzo vincitore del Campiello gravano critiche argomentate di antisemitismo. Ma nessuno le raccoglie e le rilancia.
GUIDO MOLTEDO
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Ancora regna sovrano il silenzio dei media, del commentariat e dei social sulla precisa e argomentata presa di posizione, una decina di giorni fa, di Elisabetta Fiorito su Shalom, a proposito del conferimento del premio Campiello a Bernardo Zannoni:

Gli stereotipi antisemiti sono vecchi come il mondo, ma non ci aspettavamo di ritrovarli, anche magari involontariamente, nel romanzo di un ventisettenne, Bernardo Zannoni, “I miei stupidi intenti” edito da Sellerio, vincitore del premio Campiello. Una vittoria a sorpresa, ma ancora più eclatante è che tutti i giurati non se ne siano accorti fin dalle prime pagine.

Il protagonista di questo mondo immaginario ma non troppo è una faina, Archy, che viene venduta dalla madre alla volpe, un usuraio di nome Salomon, ma guarda un po’ perché un usuraio deve avere un nome tipicamente ebraico? “Capitava che comprassero le cose da Solomon l’usuraio. Solomon segnava tutto quello che vendeva con una piccola macchia di colore”. Il povero Archy viene ceduto in quanto zoppo. “Una gallina, Annette, non ti darò di più. La vecchia volpe entrò in un’altra stanza e tornò con un pollo senza testa. In una delle cosce aveva un segno che conoscevo, quello di Solomon l’usuraio”.

Archy comincia così la vita con Solomon e il suo guardiano, il cane Gioele, altro nome ebraico, di un profeta. Nel primo giorno di permanenza in schiavitù, Solomon lo porta fuori dalla tana su una collinetta dove ovviamente gli dice: “fin dove vedi è tutto mio”. Archy, terrorizzato dal cane Gioele e con una corda al collo, è costretto a fare buon viso a cattivo gioco.  Ma Solomon è anche buono e dopo avergli dato da mangiare soltanto per sopravvivere quando non sbaglia gli dà perfino una coscia di pollo. Perché Solomon legge la Bibbia e dice ad Archy che Dio ha fatto quasi uccidere Isacco ad Abramo, che ha creato il mondo in sette giorni, ma non trascura gli affari. “Non gli sfuggiva un solo giorno di ritardo, né il benché minimo debito fosse stato solo un seme. Tutti pagavano con regolarità”.

E qui l’eco si fa shakesperiana. “Prima di trattare, il cliente dava un ciuffo della sua pelliccia. Era importante, per l’odore. Scaduti i suoi giorni, se non aveva pagato, il cane prendeva quel ciuffo e spariva nel bosco tornava con le merci dovute o con il proprietario. Nessuno faceva il furbo con Solomon l’usuraio”. Libbra di carne o ciuffo? Questo il dilemma caro Shylock…

Solomon, però, continua con il suo indottrinamento, spiega ad Archy che Dio agli egizi ha lanciato dieci piaghe, ma attenzione a non perdersi in inutili elucubrazioni perché “Solomon non avrebbe capito, mi avrebbe picchiato come gli ebrei con gli infedeli”. Di solito, la storia insegna che è successo il contrario… Gli affari, però, sono affari. “Il figlio del tasso sapeva che doveva pagare, cinque giorni dopo giunse nel prato con il pagamento dovuto. Come sta tuo padre? Molto male, Solomon grugnì. Gli interessi?”.

C’è poi il coniglio Tito che non estingue il debito e il cane Gioele ammazza uno dei suoi figli o il maiale furbetto che, guarda il caso, si chiama David. Del resto, la Bibbia è severa e Dio spietatissimo, così Solomon chiede ad Archy: “Sai che fine ha fatto l’uomo che raccoglieva la legna di sabato?”.

Ma come è arrivata la volpe a diventare Solomon l’usuraio? Prima era soltanto un brigante. “Non c’era bandito più sveglio di lui. Un giorno, vagabondando, incontrò un uomo appeso a un albero. Cercando di arrivare più in alto, qualcosa gli cadde sulla testa. Era il libro di Dio. Aveva iniziato a fare l’usuraio poco dopo aver scoperto Dio, grazie ai suoi insegnamenti”.

Inutile dire che Solomon ad un certo punto morirà e vorrà essere seppellito, Archy continuerà a vivere e che incontrerà anche un vecchio amico di Solomon, la lince Gilles che accusa di essere stato derubato della famosa Bibbia che diventerà come l’anello di Frodo nel Signore degli Anelli. E che Solomon, anche se era volpe, usuraio e studioso della Bibbia, non era cattivo.

Sulla vicenda interviene anche Elena Loewenthal:

Nella favola di Zannoni tutto si gioca sull’allegoria, sulla libera associazione e soprattutto sulla libertà del lettore di immedesimarsi, prendere le distanze, sorridere. E se due indizi, magari pure tre, non fanno ancora, per carità, nessuna prova, fra queste pagine un pizzico di olezzo, una «piccola macchia» come quella con cui l’usuraio Salomon «segnava tutto quello che vendeva», vagamente s’intravede. Prima di tutto per la quantità di riferimenti – gli ebrei che picchiano gli infedeli, la spietatezza dell’usuraio, la sua smania per gli affari. Che certo, non sono prove e nemmeno indizi ma soltanto piccole, diafane ombre. Però. Però il fatto è che il pregiudizio o lo cavalchi o lo decostruisci. Delle due, l’una. Non è dato depositarlo così, con nonchalance e la speranza – o forse l’incoscienza – che passi inosservato: è materia da maneggiare con cura o meglio lasciar perdere. Mentre qui, in questo libro, la faccenda sembra un po’ sfuggita di mano al suo talentuoso autore, forse proprio perché – ha detto lui – ha «sempre provato fascino per l’ebraismo» (frase un po’ sibillina, per non dire incongrua). Perché purtroppo, e questo vale per tutti i pregiudizi, non solo per un presunto, dichiarato o negato antisemitismo, trattarli con disinvoltura o indifferenza è un modo tossico per farli circolare. Così alla fine del romanzo quel retrogusto di insofferenza per l’usuraio Solomon e la sua schiatta preferita da Dio ma detestata dagli altri animali resta lì, sospeso sul dubbio del pregiudizio. E sulla certezza che val meglio lasciarlo nelle mani di uno del calibro di Shakespeare e del suo sublime Shylock.

La giuria del Campiello è presieduta da Walter Veltroni. Ed è composta da: Pierluigi Battista, Federico Bertoni, Daniela Brogi, Silvia Calandrelli, Edoardo Camurri, Chiara Fenoglio, Daria Galateria, Luigi Matt, Lorenzo Tomasin, Roberto Vecchioni, Emanuela Zinato. Loro hanno selezionato la cinquina dei libri finalisti, su cui poi si è pronunciata la giuria “popolare” composta da trecento lettori in tutt’Italia.

A essere benevoli – e la cosa non sorprenderebbe neppure tanto – i giurati hanno solo sfogliato o letto distrattamente il libro e gli altri quattro della cinquina e quelli scartati, o avranno incaricato qualche sottoposto di leggerli, preparando schede critiche per loro. Dei trecento lettori comuni, non sappiamo. Il libro però sembra sia stato letto da numerosi critici e giornalisti, visto che spendono per l’autore esordiente e la sua opera paroloni elogiativi, entusiastici, privi di ogni benché minimo riferimento ai passaggi clamorosamente antisemiti del libro: Daria Bignardi su Vanity Fair, Ermanno Paccagnini sul Corriere, Marco Missiroli, Concita De Gregorio su la Repubblica, Piergiorgio Paterlini su Robinson, ecc… E tanti servizi in tv e radio. Successivamente hanno detto una parola, anche a commento dei rilievi circostanziati di Shalom e delle tante reazioni dei suoi lettori e lettrici sui social? Neppure una. Molto unprofessional, per non dire altro.

L’autore è caduto dalle nuvole, lasciato solo da tutti i suoi laudatores nella replica a Shalom: Interpellato dall’Ansa, Bernardo Zannoni si stupisce:

Sono profondamente colpito che la rivista Shalom abbia intuito riferimenti antisemiti nel mio romanzo. Davvero, mi addolora. Ho sempre provato fascino per l’ebraismo, per le sue storie dense di significati, i nomi più belli che esistano a questo mondo. Certo, nel libro ci sono riferimenti a loro, non ne ho potuto fare a meno, nemmeno ho voluto.

E aggiunge:

Non ho mai avuto intenzione di ridurre il mio personaggio a uno stereotipo: Solomon è anche colui che regala ad Archy la scrittura e la lettura, la capacità di interrogarsi sulla vita, sulla morte, la liberazione dalla ferinità. Un dono, forse doloroso e pericoloso, ma un dono di amore. Se qualcuno si è sentito offeso non era mia intenzione e mi dispiace molto.

Con infinita pazienza si fa presente al giovane autore che la pezza è peggiore del buco: “Si tratta di una smentita che non cambia nulla, o forse peggiora il problema”, osserva Ugo Volli su Mosaico, il sito della Comunità ebraica milanese.

Il perdurante silenzio sulla vicenda – da parte dei giurati, dei critici e più in generale dei media – lascia il compito di reagire a esponenti delle comunità ebraiche, come fosse un problema loro, solo loro, il che aggiunge ancora più sconforto e inquietudine alla storia e a quel che significa, lasciando spazio anche a pensieri sullo spirito del tempo che vorremmo tenere lontani e che tuttavia lì sono, alla vigilia di un voto che vedrà diversi milioni di italiani votare per un partito con radici dirette nel fascismo e nel post-fascismo. Non c’è forse un nesso?

Cliché antisemiti. Eppure il libro è premiato ed è incensato dalla critica ultima modifica: 2022-09-23T18:42:40+02:00 da GUIDO MOLTEDO
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