27 settembre, the day after

Un po’ di distopia elettorale: siamo al giorno dopo lo spoglio di tutti i voti. Ovvero a risultati acquisiti e ci domandiamo cosa rimane ora della campagna elettorale. Cosa ha determinato nel voto e cosa soprattutto determinerà nel prossimo futuro. Perché alcune cose, qualche novità, tra le righe di una campagna sonnolenta e solo a tratti infarcita di qualche scambio degno di nota, comunque c’è stata.
ROBERTO DI GIOVAN PAOLO
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Un po’ di distopia elettorale: siamo al 27 settembre. Ovvero a risultati acquisiti (non ne parliamo qui) e ci domandiamo (valeva anche prima di andare a votare un paio di giorni fa ovviamente) cosa rimane ora della campagna elettorale. Cosa ha determinato nel voto e cosa soprattutto determinerà nel prossimo futuro.
Perché alcune cose, pur nell’estrema velocità di una crisi determinatasi a fine luglio (dimissioni al 20 luglio) e finita al voto, con l’estate di mezzo, al 25 settembre, qualche novità, tra le righe di una campagna sonnolenta e solo a tratti infarcita di qualche scambio degno di nota, comunque c’ è stata.

Una campagna elettorale che formalmente è partita dopo metà agosto ma a quel punto, con le liste presentate e le coalizioni fatte (o non fatte) era già molto determinata da queste scelte e per di più con l’anormalità di un governo “in carica per l’amministrazione corrente” a cui tutti invece chiedevano di fare sempre qualcosa “in più” – a cominciare dal tema della energia e delle bollette – perfino l’unica forza di opposizione al governo e cioè Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni.

Così per farla in breve, abbiamo assistito a un dibattito stanco e molto intuitivo su pochi temi, al massimo due per settimana, con sullo sfondo la guerra in Ucraina e i suoi “veleni” quotidiani, una reviviscenza di Draghi in occasione della sua presenza alle Nazioni Unite a New York (con qualche sassolino nella scarpa incluso…), e infine un delinearsi di strategie di programma che hanno determinato uno slittamento del “voto utile“ nel Sud ai danni del Pd, che si era accreditato per tutta la prima parte della campagna come alternativa al centrodestra trainato dalla Meloni (la quale comunque sconta un arretramento di Lega e Forza Italia) e anche l’affacciarsi di un Partito del Presidente, con Conte che ha preso infine possesso pieno del Movimento 5 Stelle.

Certo che i risultati sono importanti e segnano la strada, ma anche i temi ed i comportamenti di questa campagna elettorale non saranno da meno, vedrete.

Innanzitutto i temi… Uscendo da un governo di “tutti dentro” ad eccezione della Meloni, era inevitabile che non si potessero raccontare troppe differenze di programma senza cadere nel ridicolo. Questo ha comportato di fatto uno stallo nella scelta dei temi ed una certa aria di propaganda centrata soprattutto sulle promesse del futuro. Ma i tempi della campagna elettorale, ufficialmente dal 17 agosto, in realtà con venti giorni prima ovvero dalla crisi del governo Draghi, ci hanno regalato – complice la pausa ferragostana e i drammi più o meno complessi per confezionare liste con una legge elettorale cervellotica in combinato disposto con gli effetti della diminuzione dei parlamentari a  quattrocento deputati e duecento senatori – in tutto solo otto settimane di dibattito reale. I temi di dibattito sono dunque diminuiti, ed alcuni sono durati anche solo due-tre giorni. Cito, utilizzando una ricerca in proposito confezionata nei giorni scorsi da Cattaneo Zanetto & Co, in ordine di gradimento (che non vuol dire convinzione verso il voto necessariamente): innalzamento delle pensioni minime a mille euro (Berlusconi di routine…); introduzione di un salario minimo per legge (ogni tanto il Pd si riscopre partito del lavoro…); blocco dell’aumento delle bollette (un po’ tutti, con punte di attenzione alle aziende da parte di Calenda….); iscrizione scolastica gratuita, università inclusa (sinistra italiana batte un colpo un po’ meno… particolare dei Jet vip…); riforma del reddito di cittadinanza (vero tema di scontro nel Sud tra Meloni e Conte, su cui Conte ha raddrizzato la barca, almeno nella percezione, in tutto il centrosud…). Da qui in poi si va su proposte unilaterali, alcune tradizionali per certe forze politiche, che sono sembrate messaggi in bottiglia ai propri elettori e pochi altri: tassa patrimoniale sopra i cinque milioni, reintroduzione del nucleare, flat tax al quindici o al cinque per cento; no alla reintroduzione del green pass. Con l’unica eccezione del dibattito sul “presidenzialismo” che ha ricevuto un’attenzione dei cittadini che mi è parsa da questa ricerca stranamente superiore al solito (si situa a metà classifica prima di questi ultimi temi) il che potrebbe anche essere un bene, a patto che chi la propone o la contrasta ci sappia dire (e non sempre è accaduto) se stiamo parlando di dibattito sull’elezione diretta del presidente della Repubblica con la struttura del presidenzialismo Usa oppure della sua elezione col sistema semipresidenziale alla francese, molto diverso in stile ed esiti (e con parecchie più coabitazioni di quante se ne ricordi chi lo propone in genere). Per complicarci la comprensione qualcuno ha pensato bene di parlare anche di elezione diretta del presidente del Consiglio, una forma davvero insolita e quasi del tutto inesistente almeno nella maggioranza dei Paesi costituzionalmente provvisti.

Se oggi siamo al 27 settembre con una ipotesi di maggioranza possibile, e questa maggioranza può anche essere assoluta come fu per Berlusconi nel 2008, ma non dei due terzi che servirebbero per cambiare la Costituzione, allora possiamo sentenziare che: l’aumento delle pensioni è una consueta manfrina di Berlusconi senza reale copertura e manco Tremonti per affetto gliela permetterebbe; con essa escluderei anche la flat tax, che il centrodestra potrebbe solo raccontare come esito finale… tra vent’anni, di una possibile diminuzione delle aliquote pertanto questione già presente nella riforma fiscale da ottemperare in base al PNRR. L’introduzione del salario minimo per legge sarà ipotizzabile senza sentire i sindacati e nelle more dei previsti rinnovi contrattuali alle porte? Il centrosinistra vincente dovrebbe/vorrebbe comunque attendere loro e il centrodestra non se lo pone in questi termini il problema. Il blocco delle bollette? Questo sicuramente una delle prime gatte da pelare di qualunque governo in carica prossimo venturo; molto attiene alla posizione europea complessiva sullo sganciamento tra energie rinnovabili ed energie tradizionali e sul possibile “cap” al prezzo a livello europeo; e d’altronde questo è quello che tutte le forze politiche, Meloni inclusa, hanno chiesto o anche “impetrato” a Draghi e che lui ha trasmesso come posizione italiana in Unione Europea. Ci si riuscirà? Di certo non lo decide Palazzo Chigi da solo, chiunque andrà a risiedere lì. E il problema sarà da affrontare subito: il disagio è certo per i cittadini con bollette duplicate o quadruplicate ma di sicuro per aziende che sono sull’orlo della crisi.

Di certo lo Stato non potrà farsi carico con uno sforamento (leggasi debito) ulteriore rispetto ai cinquanta miliardi di euro già impegnati ora. Di sicuro non senza un via libera da Bruxelles. Tra le altre cose che abbiamo visto e sentito nella campagna elettorale, con una maggioranza di centrodestra certamente il dibattito su reddito di cittadinanza e sul presidenzialismo potrebbero dare risultati concreti di scelte di governo : un decreto o disegno di legge nel primo caso (ma la Meloni ha detto che il reddito come misura di sostegno va bene, mancano le politiche del lavoro attive e questo lo dicono ormai tanti, forse persino nel M5S e quindi non sarebbe una clamorosa inversione a “U”); un disegno di legge costituzionale nel secondo ben sapendo che senza una maggioranza dei due terzi, e con la confusione attuale nel centrodestra in materia, l’opposizione di centrosinistra avrebbe gioco facile a farne uno degli elementi fondamentali di opposizione peraltro legandolo alla difesa del ruolo del presidente Mattarella, che in caso di vittoria del centrodestra sarebbe anche il garante costituzionale del governo nuovo in carica. Costituendo una relazione che sarebbe davvero difficile e poco diplomatico – ed anche un po’ suicida politicamente-sabotare proprio dal nuovo governo stesso.

Cosa ci dice tutto questo? Che purtroppo una crisi sfuggita di mano agli stessi che l’hanno creata, una campagna elettorale anticipata in piena estate ed una entropia della politica ormai presente come fenomeno da vari lustri, rafforzata da una legge elettorale che ci regala il nome degli eletti già prima di votarli per oltre il settanta per cento delle posizioni, ha condotto ad una campagna elettorale stanca, monotona e poco sentita e con proposte per lo più propagandistiche e rivolte al proprio elettorato. Il “diavolo”, dunque, si è nascosto nelle pochissime pieghe disponibili. E queste sono state quasi tutte di posizionamento, visto il livello dei programmi che abbiamo analizzato.

Con un inizio scoppiettante del tentativo Pd – una volta rinunciato a priori a costituire un “fronte repubblicano” alla francese contro la Meloni… – di chiudere con i centristi di Calenda e Renzi (quest’ultimo giunto dopo ma in tempo utile per passare con l’ex ministro la soglia del tre per cento dimostrandosi come sempre abile tattico…) e con la sinistra di Fratoianni e i Verdi di Bonelli. Rimasto solo con quest’ultimi il Pd è ritornato su Agenda Draghi, il confronto secco con Meloni con la pubblicità elettorale “Scegli” tra nero e rosso, e dando di sé (cosa vera peraltro) l’immagine di una forza affidabile per il governo e impegnata sui diritti. Per lo più individuali. Ne ha approfittato Calenda per dire “più uno”: “noi non vogliamo solo l’agenda Draghi ma Draghi stesso al governo”! Mentre lentamente a sinistra emergeva un Conte movimentista che si poneva in forma di unica opposizione al centrodestra ed a Draghi solleticando la sinistra “di piazza” e insistendo sul “reddito di cittadinanza”, sulla necessità di diminuire le armi all’Ucraina e di spingere per la pace, insomma rubando spazi classici di sinistra, una volta inglobati nel grande partito comunista che fu, e che gli hanno aperto le porte impensabili della richiesta del “voto utile” al Sud. Se puoi battere nel tuo collegio il centrodestra al 23/24 per cento e Pd e M5S sono entrambi sul venti per cento… per chi è davvero il voto utile a sinistra? Piaccia o non piaccia, al di là di ogni considerazione su leader e composizione o comportamenti politici, il dilemma si è posto; e Conte l’ha sorprendentemente alimentato, come hanno dimostrato le ultime rilevazioni delle tendenze.

Questo ha comportato un cambiamento che dal 27 settembre induce a riflessioni sul M5S che non è più lo stesso del 20 luglio scorso prima della crisi e della campagna elettorale: non solo non c’è Di Maio e Conte ha imposto una sua gestione delle candidature, ma non è nemmeno rientrato Di Battista né Grillo ha potuto ingerire più di tanto. Conte ha quantomeno il merito di vivere in base al risultato finale, la sua gestione e ciò che accadrà da oggi; ma di sicuro oggi il M5S è un po’ meno movimento e più partito del presidente. L’opposizione populista al governo populista?

Il resto si vedrà e degli altri riparleremo… vivremo giorni interessanti. E avremo un tempo di circa un mese in cui ogni giorno varrà per due o tre; per poi tornare alla normalità… Tuttavia anche questa fiacca ed estremamente veloce campagna elettorale qualche differenza, a ben vedere, ce l’ha portata. E qualche conclusione che supera il giorno del voto, sicuramente già impostata.

27 settembre, the day after ultima modifica: 2022-09-24T21:32:48+02:00 da ROBERTO DI GIOVAN PAOLO

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