L’Europa senz’anima di Giorgia Meloni

La leader di Fratelli d’Italia sogna un’Ue che faccia meno su ambiente, diritti e questioni sociali e fiscali. Un’unione di stati, dotata di un mercato unico e una difesa collettiva, ma senza una visione comune.
MATTEO ANGELI
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“Vorrei un’Europa confederale, che faccia meno ma faccia meglio”, con queste parole lo scorso 6 luglio Giorgia Meloni sintetizzava la sua visione per l’Unione europea, in occasione di una visita al Parlamento europeo a Strasburgo. La domanda assilla le cancellerie europee: se Meloni diventerà premier, quali saranno le conseguenze per gli equilibri politici nel continente?

Su una cosa la leader di Fratelli d’Italia s’è preoccupata di rassicurare ampiamente l’opinione pubblica internazionale. Non vuole cambiare la linea del governo italiano in Ucraina. Il che equivale a un doppio sì, alla continuazione delle sanzioni contro Mosca e al sostegno militare a Kiev. 

Capisco il punto di vista di tanti sulle sanzioni, ma la questione è più complessa: credo che l’Italia debba continuare a sostenere l’Ucraina perché la guerra è la punta dell’iceberg di un conflitto più ampio. È una guerra per una rimodulazione degli equilibri mondiali. Se l’Ucraina cade, chi pagherà di più saranno gli europei, quelli che si avvantaggiano saranno i cinesi. Finiremmo sotto la sfera di influenza cinese, e non voglio finirci… Inoltre se togliamo noi le sanzioni non cambia nulla, gli altri le manterranno e i prezzi continueranno a salire e l’inflazione a correre. Se rompiamo il fronte cambia il nostro rapporto con gli alleati, con i quali abbiamo rapporti economici molto più ampi che con la Russia. Non si pensi che i rischi di girarsi dall’altra parte siano meno alti di quelli di partecipare,

affermava ancora lo scorso 13 settembre Meloni, ribadendo la posizione atlantista abbracciata fin dallo scoppio del conflitto. 

Discorso analogo sull’invio delle armi. 

Siamo favorevoli; quelli che pensano che se gli ucraini si arrendono finisce il problema, hanno una lettura superficiale, bisogna capire il contesto. Il contesto è che la Russia da tempo ha messo in campo un disegno di espansione là dove ci sono le materie prime. È una guerra economica, contro l’Europa, fatta contro di noi, perché si attacca il granaio d’Europa. La Russia ritiene di essere stata espropriata della sua grandezza. Se domani Ucraina si arrende, perché non dovrebbe accadere dopo la stessa cosa in Moldavia, Georgia o Finlandia? Non bisogna demandare ad altri la propria difesa, perché equivale a demandare ad altri la propria libertà, e diventare quindi parte di una sfera di influenza. Per questo ci vuole una colonna europea nella NATO. Perché non abbiamo gli stessi interessi degli Stati Uniti, anche se il nostro destino è comunque occidentale.

Una Meloni inattesa, che sembra evocare la costruzione di un “esercito europeo”, mantra dei suoi avversari federalisti. 

Resta un grande interrogativo. Riuscirà Meloni a farsi ascoltare dai suoi alleati, Lega e Forza Italia? Matteo Salvini ha più volte dichiarato che l’Unione europea dovrebbe fare dietrofront sulle sanzioni, perché “non stanno facendo male alla Russia, che sta guadagnando centinaia di migliaia di miliardi in più. Stanno facendo male alle nostre imprese e alle nostre famiglie”. Silvio Berlusconi si è addirittura lasciato scappare, parlando della guerra scatenata dall’ex sodale Putin, che “l’operazione doveva durare una settimana e sostituire il governo Zelensky con persone perbene”. 

I quattro leader del centrodestra in occasione del comizio di chiusura della campagna elettorale. Da destra a sinistra: Matteo Salvini, Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni, Maurizio Lupi

L’approccio atlantista nel conflitto in Ucraina è, purtroppo, l’unico elemento di continuità con il governo Draghi per quanto riguarda la postura di Meloni in Europa. Sul Green Deal, proposta faro della Commissione di Ursula von der Leyen, c’è da attendersi un braccio di ferro. 

Pur sapendo che il nostro continente contribuisce solo in minima parte alle emissioni inquinanti, invece di assicurarsi che giganti quali Cina e India rispettino le nostre stesse regole (perché il mercato può essere libero se è anche equo), Bruxelles chiede alle nostre aziende di adeguarsi ai vincoli sempre più stringenti del “Green Deal”, che incidono negativamente anche sulla nostra capacità di produzione alimentare, mentre le nostre eccellenze vengono colpite con iniziative deleterie come il famigerato Nutriscore,

questo in estrema sintesi l’approccio della leader di Fratelli d’Italia. Si comincia a capire cosa intende quando dice che l’Ue dovrebbe “fare meno”. Che lei e i suoi alleati vogliano frenare sulla lotta al cambiamento climatico lo si era capito fin troppo bene già lo scorso 8 giugno, in occasione del voto del Parlamento europeo per vietare la produzione e la vendita di auto con motori termici a partire dal 2035. La proposta passò, nonostante il voto contrario di Identità e Democrazia, il gruppo di cui fa parte la Lega, e, soprattutto, dei Conservatori e Riformisti europei, lo schieramento di cui Meloni è addirittura presidente. 

Viktor Orbán e Meloni in occasione di un incontro a Roma, nel 2021.

Non è solo l’ambizione in materia ambientale che minaccia di essere svuotata di senso. Sulla questione dello stato di diritto, Meloni e compagni promettono di schierarsi al fianco di coloro che oggi si ribellano all’idea che l’Unione europea sia una comunità di valori, che va al di là di una mera unione economica. È un braccio di ferro che va avanti ormai da alcuni anni, nel quale si gioca il destino dell’Unione. I governi di Polonia e Ungheria, due alleati della leader di Fratelli d’Italia, stanno sfidando le regole che hanno accettato al loro ingresso nell’Ue, minacciano la libertà di stampa, l’indipendenza degli organi giudiziari e i diritti di donne e minoranze sessuali. 

Ora potranno con ogni probabilità contare su un’alleata a Roma. Quando settimana scorsa il Parlamento europeo ha votato per dire che “l’Ungheria non è più una democrazia”, Fratelli d’Italia e Lega si sono opposti a questa risoluzione. Meloni ha giustificato la posizione del suo partito sostenendo: 

Viktor Orbán è un signore ha vinto le elezioni più volte, secondo le regole della sua costituzione, con tutto il resto dell’arco costituzionale schierato contro di lui. Quindi è comunque un sistema democratico.

Sempre su questi temi, nei mesi scorsi il Parlamento europeo ha chiesto che l’aborto sia considerato come un diritto fondamentale e nel 2021 ha proclamato l’Unione europea una “zona di libertà per le persone LGBTQ+”. È probabile che se tali sforzi continueranno, una Meloni premier proverà a mettersi di traverso. Con delle conseguenze potenzialmente catastrofiche per quella che è l’attuale architettura dell’Unione europea. 

Il “fare meno” meloniano potrebbe tradursi perfino in una messa in discussione del primato del diritto europeo su quello nazionale. Del resto, quando lo scorso anno il tribunale costituzionale polacco formalizzò l’incompatibilità tra alcuni articoli della costituzione nazionale e altrettanti articoli del Trattato sull’Unione europea, Meloni minimizzò dicendo che lo avevano già fatto altri stati, quando invece la sentenza polacca era una mossa senza precedenti nella direzione di una dis-integrazione europea. 

Con queste premesse, è facile immaginare come un governo di destra cercherà di remare contro l’abolizione dell’unanimità per quando riguarda le decisioni prese dal Consiglio dell’Unione europea. Una riforma questa, che molti in Europa invece reclamano a sempre più gran voce. Il Consiglio delibera infatti ancora all’unanimità per le decisioni in ambito di politica estera e sicurezza comune, imposizione fiscale e sicurezza e protezione sociale. Questo ha recentemente permesso all’Ungheria di bloccare per settimane le sanzioni contro Mosca, e alla Polonia, sempre insieme a Budapest, di stoppare un accordo europeo che punta a garantire un minimo globale di tassazione al 15 per cento per le multinazionali. 

Meloni con il premier polacco Mateusz Morawiecki e il leader di Vox Santiago Abascal

Meloni premier significa quindi un potenziale terremoto nei rapporti di forza in Europa. Sarebbe la terza premier espressione dei Conservatori e riformisti europei (ECR) – schieramento che preside dal 2020 – a sedere in Consiglio europeo, insieme al primo ministro polacco Mateusz Morawiecki e quello ceco Petr Fiala. A ciò si aggiunge la crescente influenza che i partiti membri dei Conservatori e riformisti hanno in Spagna, con Vox, e in Svezia, con i Democratici svedesi. E l’alleanza con Viktor Orbán, anche se questo per il momento non è membro dell’ECR. 

Se Meloni riuscisse a mantenere il suo appeal sulla scena italiana fino al 2024, anno delle elezioni europee, questo potrebbe poi dare una ulteriore spinta al gruppo dei Conservatori e riformisti, che potrebbero addirittura diventare l’ago della bilancia nelle alleanze, mettendo in discussione il tradizionale sodalizio tra Partito popolare europeo (PPE) e Socialisti e Democratici (S&D). Il PPE potrebbe essere tentato di virare a destra e allearsi con Meloni e compagni. Ciò darebbe a questi ultimi un peso enorme nella presa di decisioni importantissime, come la scelta dei presidenti della Commissione e del Consiglio europeo.

Meloni e alleati amano ripetere che vogliono l’Europa delle Nazioni di Charles De Gaulle. Sognano così un passo indietro di cinquant’anni. Un balzo verso un’Europa senza anima. 

L’Europa senz’anima di Giorgia Meloni ultima modifica: 2022-09-24T19:36:56+02:00 da MATTEO ANGELI

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