Mala-sanità a Venezia. Il caso del Giustinian

GIOVANNI LEONE
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Da qualche mese è in corso una mobilitazione promossa dal “Movimento per la difesa della sanità pubblica di Venezia” che vigila sulla funzionalità e la denuncia disservizi e carenze della sanità pubblica della città lagunare, la cui drastica riduzione di abitanti provoca una parallela riduzione dei servizi. Al G. B. Giustinian si trovano vari servizi sanitari decentrati che non richiedono particolari strutture specialistiche, dalla guardia medica al centro prelievi, dall’anagrafe canina al centro vaccinazioni, dagli studi dei medici di base al SERT. Nei mesi scorsi a seguito della mobilitazione popolare con raccolta di firme l’azienda sanitaria ha confermato che qui resterà il polo dei servizi socio-sanitari, ma sono noti i programmi e la precisa destinazione d’uso del complesso, e la cittadinanza chiede di essere informata e che nei processi decisionali vengano tenuto nel dovuto conto le richieste degli abitanti e i bisogni dell’utenza. Pubblichiamo qui una proposta avanzata negli anni scorsi come semplici cittadini per rendersi utili all’utilizzo di parti del complesso inutilizzate da anni. Domani si terrà all’Ateneo veneto un convegno sul presidio sanitario del Giustinian, importante polo di riferimento durante la pandemia essendovi insediato l’unico centro Covid della città lagunare. Qui era previsto l’insediamento della casa di comunità mentre ora si intende accentrare i servizi altrove.

La riduzione della qualità dei servizi ai cittadini è progressiva, inesorabile, insopportabile. Da quando le poste italiane sono diventate una S.p.A. i dis-servizi sono aumentati insieme ai costi per gli utenti e ai profitti per l’ente, un paradosso reso possibile dalla privatizzazione  che ne ha fatto una banca; i postini infilanonella cassetta gli avvisi per il ritiro delle raccomandate e se fai notare loro che lo fanno prima ancora di suonare il campanello rispondono che non hanno tempo per questo preparano al mattino le comunicazioni di ritiro pronte ad essere infilate nella buca delle lettere ed è poi il cittadino che deve andare a mettersi in coda nellefiliali che sono meno e sempre più distanti. Lo stesso avviene con il ricorso ormai sistematico a tecnologia e risponditori automatici che ci costringono a sottostare a snervanti interrogatori in cui se sbagli la risposta o non la dai per tempo torni alla casella di partenza e ricominci daccapo. Per non parlare della semplificazione che ci ha complicato la vita e ha provocato un aumento dei costi sociali che sgravano gli enti gravando su cittadini e professionisti, costretti a passare ore davanti al computer, un costo sociale senza vantaggi per contropartita, infatti, non è dato rilevare apprezzabili incrementi di efficienza. Ci sono poi i trasporti pubblici di cui si può parlare ma è la sanità a dovere preoccupare il cittadino per le criticità emerse con evidenza durante la pandemia, eppure la lezione non è stata recepita e si continua a cercare di tornare ostinatamente al prima, come nel caso dell’eccesso di turismo. La ragione? l’imperativo economico. Il paradosso è che tutto ciò avviene proprio mentre in Europa ci si sta finalmente convincendo ad allentare le maglie del patto di stabilità. Se si persegue il risanamento di bilancio una quota dei profitti che si ottengono dovrebbe poi essere destinataalla riduzione della pressione fiscale e all’incremento dei servizi per soddisfare i bisogni dei cittadini, giacché il profitto in ambito pubblico dovrebbe essere destinato al bene comune, al ben-essereche non è l’agio ma la qualità complessiva della vita.

Torniamo alla sanità.

Uno dei temi rilevanti per la rigenerazione urbana delle nostre città ormai sature e prive di spazi disponibili, sono le potenzialità derivanti dalla dismissione e riconversione di importanti aree centrali strategiche, finora liberi da caserme, carceri, ospedali, tutte risorse che possono diventare strategiche in presenza di una idea di città e grazie al coordinamento e cooperazioni tra i diversi enti. Non è questa la sede per ricostruire le vicende del sistema sanitario italiano con il passaggio dalla mutua (gestite con criteri assicurativi e destinata a chi era coperto dalla mutua) alle unità e aziende sanitarie locali che accorpano le competenze di tutela di salute pubblica e assistenza individuale. La riforma sanitaria introdotta dalla legge 833 del 1978 ha certamente portato alla razionalizzazione dell’organizzazione complessiva ed ha affidato alle regioni le competenze. Si realizzano nuovi ospedali collocati vicino alle principali arterie della viabilità metropolitana sia automobilistica che ferroviaria, dove si concentrano i servizi ospedalieri; tuttavia, tale razionalizzazione non impone la cancellazione dei servizi di vicinato che andrebbero razionalizzati e garantiti, non abbandonati. A Venezia il complesso del Giustinian ha una storia legata al suo fondatore Giovan Battista Giustinian che ne fece un ricovero per anziani, poi è diventato un ospedale e infine UTAP (Unità Territoriale di Assistenza Primaria) mantenendo la funzione di servizio decentrato, vicino al cittadino. Eccellente l’idea di insediarvi un insieme di studi dei medici di medicina generale consentendo di fare economia (costi dei locali, utenze, spese per segreteria che diventa unica condivisa tra tutti i medici) e di migliorare il servizio. Abbiamo fatto appena a tempo ad abituarci ed ecco la decisione di tagliare drasticamente i servizi qui insediati senza mettere le carte in tavola su cosa s’intende fare, su qual è il progetto e la visione che sottende al nuovo assetto.

Abito a pochi passi, in calle lunga San Barnaba, e devo riconoscere che avere insediato insieme ai servizi sanitari della AULSS anche servizi “tangenziali” come quello degli studi dei medici di base mi è parsa una scelta di grande efficacia, un servizio alla cittadinanza. Approfitto allora dell’occasione per chiedere se il corpo di fabbrica in oggetto è interamente inutilizzato o se lo è solo in parte, se è compartimentato dal resto del complesso sanitario, perché forse potrebbe essere utilmente destinato ad altre attività anche diverse ma al servizio della cittadinanza (basta alberghi!), ciò consentirebbe di metterlo a reddito o quantomeno di arrestare il degrado e mantenerlo in buono stato, accollando i costi di gestione e di manutenzione alle attività che potrebbero insediarvisi. Sono stati fatti studi di fattibilità? sarebbe ipotizzabile fare uno studio in questo senso e vedere quali sarebbero gli usi più opportuni?

Questo scrissi tra l’altro al direttore generale della ULSS 12 Dal Ben l’11 giugno del 2019, offrendo di finalizzare il tirocinio di studenti che avevo in studio (pensato non come sfruttamento ma come formazione finalizzata a un servizio sociale di utilità pubblica) all’elaborazione di ipotesi di utilizzo del corpo di fabbrica prospiciente il rio terà Ognissanti in precedenza concesso in uso a Ca’ Foscari ma poi per lunghi anni abbandonato. Avevo provato invano a contattare l’ass. Zaccariotto e l’asessore Boraso perché il progetto non riguardava solo il fabbricato ma anche lo stesso Rio Terà, dove una sottile crosta di asfalto copre terra vegetale; quindi, si poteva facilmente realizzare un giardino che legasse l’interno all’intorno.

Si rafforza in me la convinzione che il fabbricato potrebbe essere fatto oggetto di un intervento di recupero e utilizzo integrato con quello dello spazio pubblico su cui si affaccia, riproponendo di Venezia il tema della interrelazione e dello sconfinamento tra spazi interni ed esterni.

Ebbi collaborazione e mi furono forniti dall’ufficio tecnico della ULSS le planimetrie che studiai tornando al direttore con due proposte. Questa la prima del 18.7.2019, finalizzata alla realizzazione di spazi per l’artigianato:

Gentile Direttore Dal Ben,

torno a scriverLe a proposito dell’edificio prospiciente il Rio TeràOgnissanti a Venezia (facente parte del complesso architettonico del distretto sanitario del Giustinian) di cui mi è stata gentilmente fornita la planimetria. Si rafforza in me la convinzione che il fabbricato potrebbe essere fatto oggetto di un intervento di recupero e utilizzo integrato con quello dello spazio pubblico su cui si affaccia, riproponendo di Venezia il tema della interrelazione e dello sconfinamento tra spazi interni ed esterni. L’ipotesi di progetto su cui lavorerei si fonda sulla continuità e lo sconfinamento tra interno e intorno, carattere tipico del tessuto urbano veneziano dove la declinazione degli spazi aperti offre ai cittadini un ricco ventaglio di possibilità di utilizzo dello spazio pubblico nel progressivo passaggio da privato, a semi-privato, a semi-pubblico, a pubblico. 

Esempio ne sono i sagrati delle chiese con le loro decorazioni in marmo come tappeti messi fuori ad anticipare lo spazio interno della chiesa, o ancora di più casi come quello della chiesa di San Rocco quando – in occasione della festa del suo Santo – lo spazio antistante diventa estensione della navata grazie alla realizzazione di una lunga pensilina temporanea sotto la quale svolge la processione rituale che inizia nello spazio urbano per concludersi nella chiesa. Non ho ancora disegnato nulla di questa ipotesi integrata tra interni ed esterno, allo stato mi sono limitato all’ipotesi di sistemazione dello spazio pubblico riportata che viene illustrata (ancora in nuce) negli allegati. Queste divagazioni architettoniche non vogliono però spostare l’attenzione da aspetti tecnici concreti e prioritari che non vanno sottovalutati, primo tra tutti la necessità di scongiurare il rischio di interferenze tra l’attività sanitaria che si svolge nel complesso e quella ipotizzabile per il corpo oggetto di studio, vagliando anche se sono ipotizzabili connessioni, per esempio, per accedere a un punto di ristoro.

Da un’analisi preliminare delle planimetrie risulta che il corpo di fabbrica del Giustinian (in passato concesso in uso a Ca’ Foscari) è accostato ma indipendente dal resto del complesso, con un proprio sistema di scale e ascensori, con Uscite di Sicurezza dotate di rampe al piano terreno per l’evacuazione di eventuali disabili o soggetti con ridotta capacità motoria. Ove non lo fosse già potrebbe diventare un compartimento di sicurezza antincendio senza troppe difficoltà né opere impegnative (servirebbe ora un sopralluogo mirato e l’acquisizione di eventuale documentazione circa la reazione al fuoco dei materiali, la resistenza al fuoco delle strutture, la presenza di porte REI). Il fabbricato presenta un sistema di uscite e di scale che – sotto il profilo delle distanze dal punto più sfavorito all’interno – potrebbero costituire una dotazione di vie d’esodo sufficienti a consentire lo svolgimento in sicurezza di attività con fruizione pubblica. Tutto ciò va naturalmente verificato, allo stato si tratta di supposizioni preliminari.

Per lo spazio del Rio Terà si è ipotizzata una sistemazione a giardino, realizzabile con costi irrisori rimuovendo la crosta di un paio di centimetri di asfalto che copre la superficie dello spazio centrale e portando un po’ di terra a movimentare il terreno. L’intervento migliorerebbe peraltro l’accessibilità in caso di acqua alta alzando la quota di un percorso. Dopo aver visto le planimetrie si è fatta strada in me la convinzione che si possa studiare un’ipotesi che leghi in un’unica visione la destinazione d’uso degli spazi interni e lo spazio pubblico. Ho voluto immaginare un “palazzo” in forma di città in una città in forma di palazzo (campi e corti a Venezia si configurano come sequenza di stanze).

Offro la mia disponibilità a cimentarmi nello studio di fattibilità di un progetto integrato, laddove l’amministrazione sanitaria non escluda in via pregiudiziale un’ipotesi di recupero e utilizzo del fabbricato per usi civici diversi da quello sanitario. Non penso ad attività ricettive o centri commerciali ma ad attività di servizio e supporto ai cittadini veneziani, contrastando l’attuale tendenza a senso unico a vantaggio delle attività ricettive o di centri commerciali di prodotti di lusso o di botteghe di chincaglieria e souvenir (come ormai sono anche le edicole) provenienti da tutto il mondo meno che da Venezia, una città sfruttata come vetrina e brand a esclusivo vantaggio del marketing di ogni genere.

Un’ipotesi potrebbe essere quella di ospitare negli spazi dei piani primo e secondo start-up, studi professionali consorziati (analogamente a quanto avviene nel caso dei medici di base) e piccoli laboratori artigianali di prodotti esclusivamente veneziani (vetro, marmorizzazioni, gioielleria e bigiotteria con perle veneziane e tessere in vetro da mosaico, micromosaici, ecc.) che al piano terra potrebbero avere spazi collettivi espositivi e per la commercializzazione. Immagino il luogo come una sorta di Fontego di Venessia, in cui ci si reca per conoscere prodotti garantiti da un bollino di qualità “made in Venice”. È solo un’idea ma sono certo che si potrebbero aiutare le molte piccole attività in crisi, esiliate dalla cessione dei locali ad attività di servizio al turismo come ristorazione, take away o maschere made in ovunque meno che a Venezia. 

Naturalmente si tratta di un’ipotesi, bisognerà definire un piano economico-finanziario con investimenti e rientri, trovare finanziamenti/finanziatori, ecc. ma potrebbe venir fuori un intervento innovativo per l’inedita forma d’investimento sulla vita veneziana, un ottimo contributo alla rivitalizzazione delle attività cittadine e quindi un importante segnale che un’inversione di tendenza è ancora possibile. Nelle ultime settimane la troupe dello Speciale TG1 ha preparato una puntata su Venezia in cui si vede bene che la città, seppur provata, ha ancora al suo interno risorse vitali alle quali fare appello per una rinascita, difficile ma non impossibile se tra le vie del non far niente e del fare a tutti costi (lasciando mano libera a chi porta i finanziamenti, generalmente orientati alla monocultura turistica) s’imbocca la via del far bene e del meglio possibile e praticabile. La ULSS 3 veneziana potrebbe avere un vantaggio economico (senza investimento alcuno vedrebbe recuperata e mantenuta una piccola tessera del proprio patrimonio immobiliare) e anche funzionale, per la rivitalizzazione dell’area e magari anche servizi, come per esempio un piccolo spazio di ristoro con plateatico accessibile anche dal distretto sanitario. 

Ritiene Lei che possa essere ipotizzabile un percorso di approfondimento di queste idee sui due fronti tecnico ed economico-finanziario?

Descrivendo genericamente dell’idea ho ricevuto incoraggiamento e perfino manifestazioni d’interesse. Ci sono poi i fondi europei da noi italiani poco utilizzati, ai quali si potrebbe rivolgere l’attenzione. Nella speranza di avere stuzzicato anche in Lei curiosità e interesse, resto in attesa di un vostro riscontro che mi consenta – senza impegno – di dare fisionomia a questa ipotesi provando a sviluppare un’ipotesi integrata di massima sulla quale saggiare l’interesse e le opportunità di finanziamento. Se invece avete altri programmi in studio e/o ritenete che questi ragionamenti non seguano indirizzi e orientamenti della ULSS, mi ritiro di buon ordine, senza disturbare oltre.

Il 12 settembre tornai alla carica proponendo una destinazione d’uso sanitaria ma sempre d’interazione con il vicinato, eccola:

Gentile Direttore Dal Ben,

in riferimento al messaggio del 18 luglio u.s. volevo comunicare di avere provato a sondare il terreno campo e di avere ricevuto manifestazioni d’interesse circa l’ipotesi di progetto a Lei illustrata. Resto in attesa di ricevere una eventuale manifestazione d’interesse da parte vostra per poi dar corpo a un piano di fattibilità da sottoporre al vaglio di eventuali investitori.

Al tempo stesso a quella ipotesi se n’è aggiunta una seconda, che potrebbe essere una valida alternativa, completamente diversa e più attinente alla destinazione d’uso sanitaria del complesso del Giustinian. In comune con la precedente, quest’ipotesi ha la previsione di un utilizzo del fabbricato non separato da quello dello spazio antistante del Rio Terà Ognissanti e per certi versi una continuità, che nel primo caso era dall’esterno all’interno (la città/comunità che entra nel complesso) e in questo dall’interno all’esterno (l’attività del complesso che fuori-esce)

[aperta parentesi Come avrà capito, sono un architetto impegnato sul piano civico e sociale oltre che nella professione. Questa tendenza viene dall’educazione, ma si è incrementata dopo un’esperienza di sofferenza, dolore e malattia, capace talvolta di vigorosi spostamenti del punto di vista e della scala delle priorità nel nostro stare al mondo. Si è trattato di una meningo-encefalite (o meningite encefalica) di origine virale, non diagnosticata se non in seguito alla sua naturale sconfitta. Ho abitato il confine sottile che separa/unisce la vita e la morte, ed è stata una grande opportunità, ho acquisito la capacità di entrare in contatto con chi soffre e con chi è giunto al fine vita, alcuni dei quali ho accompagnato e sostenuto. Per un verso ho cominciato di crescere nella conoscenza del fine vita e sul rapporto con coloro che vivono questo momento, studiando documentandomi e partecipando a un seminario intensivo di formazione per l’assistenza ai malati terminali con Frank Ostasesky (fondatore dei primi Hospice a San Francisco), materia sulla quale conto appena possibile di seguire il master sul fine vita all’università di Padova. Per altro verso ho approfondito la questione della complessa convivenza di mente e corpo in me stesso. Nei mesi di degenza il corpo era sfibrato al punto che parlavo a stento, non mi alzavo e venivo nutrito e idratato con flebo, ma non ho mai perso la coscienza. Avevo difficoltà a dormire e a comunicare ma presenza mentale in un tempo infinito in cui secondi minuti ore giorni settimane divenivano unità di misura inadeguate. Ho allora approfondito l’universo dello Yoga, utile ad abbinare significati alle sensazioni provate nella solitudine del tumultuoso silenzio interiore. Ho fatto un corso di formazione quadriennale diventando insegnante e poi ho approfondito la materia frequentando il Master di Cà Foscari dal titolo “Yoga studies. Mente e corpo nelle tradizioni dell’Asia”, ma non ho insegnato yoga se non in carceri minorili e al carcere della Giudecca.chiusa parentesi]

Vorrei dedicarmi alla fondazione di un Hospice in cui accorpare assistenza sanitaria e assistenza spirituale. Questo “centro” decentrato con un centro di Yoga e uno musicale che con tempo e spazio hanno molto a che fare. Da tempo ho in animo di fondare un Hospice in cui accorpare assistenza sanitaria ed assistenza spirituale, interconfessionale e aconfessionale (ne ho parlato con preti, rabbini, imam, monaci buddisti e hindu, riscuotendo interesse), un luogo in cui accompagnare i pazienti (coloro che patiscono) nel percorso di fine vita, non una clinica/ospedale o meglio, anche ma non solo, vi si deve accorpare assistenza sanitaria e spirituale (di tutte le religioni e di nessuna), con percorsi mirati su ciascun individuo tesi a supportarlo e far vivere a lui e ai suoi cari il momento del congedo e la complessità del rapporto tra mente, corpo e spirito. Lo immaginavo collocato possibilmente in una campagna coltivata (per far presente lo scorrere del tempo e i cicli delle stagioni della natura e della vita) e lo penso con annesso centro yoga grazie al quale insegnare ad accogliere il soffio vitale col respiro, utile a viventi e morenti. Avevo trattato per farmi concedere in uso un fabbricato rurale San Donà, in cui immaginavo continuare l’attività agricola intorno, ma la proprietà ha preferito soprassedere temendo una svalutazione del valore del terreno.

A Catania ho visto quest’estate il bel progetto della LAD onlus giunto a un avanzato stato di realizzazione (cfr.  https://ladonlus.org/wonderlad/ ) grazie a contributi pubblici (Europa, Regione, Comune) e privati da un collega amico, ed è lì che ho pensato al Giustinian, dove:• al piano terra potrebbero trovare luogo sale per la riflessione e la pratica di carattere fisico e meditativo (come yoga, tai chi, e simili),• la chiesa potrebbe essere luogo di preghiera;• ai piani superiori andrebbero allestite camere per degenti ed eventualmente parenti, magari con spazi comuni;• il giardino potrebbe diventare luogo in cui passeggiare, urbano ma defilato dai luoghi affollati poco consoni a chi sta poco bene, al tempo stesso essendo aperto al pubblico del vicinato consentirebbe di agevolare una salutare convivenza.

Nel quadro della preparazione di piano di fattibilità e progetto, occorrerebbe avviare un processo di sensibilizzazione del quartiere in modo da far si che la struttura venga accettata e accolta nella vita del quartiere nel modo migliore. Ritiene possibile investire tempo ed energie in un tale progetto (che richiederà qualche anno) o Le paiono solo buone intenzioni destinate a restare nell’onirico? Se ci fosse un interesse anche flebile La prego di non spegnerlo e di offrirmi la possibilità d’incontrarLa per parlarne di persona. Chiedo scusa per l’insistenza e resto in attesa di un suo cortese riscontro, grazie

Mi si rispose poi per le vie brevi dicendo che c’erano altri programmi per il Giustinian. Il 16 febbraio 2020 scrissi ai direttori generale e amministrativo:

Gentili direttori,

vedo questa mattina su La Nuova Venezia il piano dei fondi destinati dalla Regione alla ULSS3 serenissima  e il piano degli interventi in cui non figura il Giustinian. La sintesi giornalistica potrebbe essere imprecisa o parziale, ma approfitto per chiedere:

– se sono state valutate le diverse ipotesi che avevate sul tavolo per il recupero del manufatto del Giustinianprospiciente il Rio Terà Ognissanti, 

– se si ritenga di non escludere la possibilità di realizzare una delle due proposte avanzate dal sottoscritto (con mail del 18 luglio e del 12 settembre u.s.),

– se si ritenga possibile procedere con l’approfondimento della fattibilità delle ipotesi anzidette, per le quali i tempi non sono brevi e si dovrebbero procedere parallelamente sul piano delle verifiche tecniche e su quello del reperimento delle risorse finanziarie.

Confidando nella possibilità che le proposte avanzate incontrino l’interesse dell’Azienda ULSS 3, si resta in attesa di un vostro cortese riscontro.

Poi è venuto il Covid che ha rafforzato in me la convinzione circa l’utilità di valorizzare, rafforzare e rilanciare il Giustinian come distretto sanitario decentrato, a cui è seguito il cambio della guardia alla direzione della ULSS. Infine, la doccia fredda dell’intenzione di ridimensionare fortemente o addirittura dismettere il presidio del Giustinian. Il resto è cronaca di questi giorni, con la raccolta di firme e la mobilitazione popolare. Molte le proposte che vengono dal basso, ma questo patrimonio finisce per essere ignorato, proprio per far circolare e non disperdere le idee si è deciso di pubblicarle qui ora come contributo al dibattito cittadino.

Immagini della proposta di sistemazione esterna del Rio Terà Ognissanti, si tratta solo di idee da approfondire  in progetto in cui calibrare destinazioni d’uso e configurazione in relazione agli usi. Nella proposta 2 si vede uno spazio recintato per i cani, poi una sorta di terrazza altana con l’accesso al corpo di fabbrica.

Mala-sanità a Venezia. Il caso del Giustinian ultima modifica: 2022-09-25T12:31:06+02:00 da GIOVANNI LEONE

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