La strana sconfitta del Pd

STEFANO RIZZO
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I giornali di martedì sono pieni di dati, di calcoli e di analisi sul voto di domenica. Denominatori comuni: vittoria di Fd’I, sconfitta della Lega e del Pd, pretesa vittoria del M5s (che perde metà dei consensi), pretesa tenuta di FI (che perde anch’essa metà dei consensi) , risultato mediocre della nuova entry Azione/Italia viva. Questo almeno il messaggio prevalente, confermato dalle dichiarazioni dei principali leader. L’unico però a coprirsi il capo di cenere, fin dalla nottata di domenica sera (dichiarazioni di Serracchiani), confermate con tono mesto-professorale il giorno dopo da Enrico Letta, è stato il Pd. E’ giustificato questo mea culpa, questo invito all’ennesimo severo esame dei propri sbagli? In parte sì, ma per tutt’altri motivi.

Scorrendo le percentuali del voto alla Camera il Pd ha perso, rispetto al 2018, da uno a due punti in otto circoscrizioni, ha guadagnato da uno o due punti in dieci ed è rimasto stabile (+/- 1 punto) nelle altre. Alla coalizione di centrosinistra è andata anche meglio: rispetto al 2018 ha guadagnato in 21 circoscrizioni, con il massimo Sardegna (+ 9 punti), in Campania1 (+ 7 punti), in Liguria e in Puglia (+ 6 punti); ha perso drammaticamente solo in Trentino-Alto Adige (- 17,3 punti) e pareggiato (+/- 1 punto) in cinque altre circoscrizioni. I  dati del senato sono più o meno gli stessi. La conferma, ovviamente viene dal voto a livello nazionale in cui il Pd ottiene in queste elezioni il 19,1 per cento di consensi alla Camera e il 19 per cento al Senato, rispetto al 18,76 (Camera) e 19,14 (Senato) del 2018.

Rispetto a questi risultati, non brillanti ma neppure deprimenti del Pd, che in ogni caso dimostrano una  buona tenuta del partito e dello schieramento di centrosinistra, c’è stato ovviamente l’exploit di Fd’I, il dimezzamento di Lega e M5s, il quasi dimezzamento di FI e la performance al di sotto delle (loro) aspettative di Azione-Italia viva. Cosa ha determinato allora la vittoria del centrodestra e del partito di Giorgia Meloni? Con tutta evidenza e salvo ulteriori verifiche dei flussi, c’è stato un travaso di voti dalla Lega a Fd’I che è  diventato così il primo partito e del M5s al centrodestra che è diventato così il primo schieramento. L’alleanza di centrodestra nei collegi uninominali ha fatto il resto ingigantendo la vittoria. Qualche voto del M5s è arrivato al Pd che ne ha invece persi verso la neonata formazione di Azione-Iv.

Stefano Bonaccini e Ely Schlein

Continuando a guardare i risultati circoscrizione per circoscrizione, allora sì che c’è da deprimersi. Se il Pd si fosse presentato come “campo largo” con M5s e Azione-Italia viva la coalizione avrebbe ottenuto il 50-57 % dei consensi in 14 circoscrizioni, il 40-45 per cento in altre nove, stando sotto il 40 per cento soltanto in quattro; con il che avrebbe ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi sia nel proporzionale che nell’uninominale. Libro dei sogni? Sì, certamente, ma sono dati che ci dicono che le elezioni di domenica non sono state “perse” a causa della cattiva performance del Pd e degli altri alleati di centrosinistra, ma dal mancato allargamento dell’alleanza a M5s e a Calenda/Renzi. 

A un osservatore da Marte la cosa dovrebbe apparire bizzarra: dopotutto il Pd aveva governato con il M5s nei tre anni precedenti, mentre Calenda era stato parlamentare e ministro del Pd, e Renzi ne era stato il segretario e presidente del consiglio. 

Si dirà: sì, ma dopo il tradimento dei 5s che avevano fatto cadere il governo Draghi nessuna alleanza era possibile. E perché? Non è che non si sapesse che il partito di Conte e Grillo (o Grillo e Conte) scalpitava per uscire dalla maggioranza da almeno un anno, né che Conte non avesse mai mandato giù il fatto che Renzi prima, poi tutto il Pd, l’avessero mandato a casa per sostituirlo con Draghi. La rottura dei 5s sicuramente era prevedibile su vari temi (reddito di cittadinanza, bonus vari, Ucraina….) e anche per motivi, criticabili quanto si vuole ma non spregevoli, di visibilità dello stesso Conte per salvare se stesso e il suo partito. 

Ma diamine!, se era stato possibile tessere un’alleanza con un partito che usciva fresco fresco dal sodalizio populista-autoritario con la Lega, che fino al giorno prima aveva lanciato accuse infamanti contro il Pd (“partito di Bibbiano”), non si poteva ricucire non dico un’alleanza, ma un accordo elettorale (come è stato fatto con Sinistra italiana-Verdi)? Soprattutto dopo tre anni di convivenza negli stessi governi (Conte 2, Draghi), anni in cui lo stesso Conte era stato “premiato” per la sua abiura della Lega prima con la presidenza del consiglio e poi addirittura insignito del titolo di “federatore del centrosinistra” (copyright Zingaretti)? L’osservatore da Marte stenterebbe a capirlo.

Per i rapporti con Calenda-Renzi la questione è più complessa. C’è stato un voltafaccia da parte di Calenda dopo che un accordo era stato concluso? Sembrerebbe di sì. Forse però non è stato fatto tutto quello che si doveva o poteva fare per non perdere quel pacchetto di consensi — li si chiamino pure liberal-democratici o tecnocratici — che pure provenivano dal Pd e in ogni caso da diversi decenni ci era stato spiegato dovevano far parte di un Pd a vocazione maggioritaria (copyright Veltroni). Invece, anche in questo caso ha prevalso la reazione umorale: certamente da parte delle due “primedonne” di Azione-Italia viva, ma anche da parte di una fetta consistente del Pd (dirigenti e militanti) che hanno fatto prevalere sul calcolo dell’interesse politico il fastidio e l’acrimonia nei confronti del loro ex segretario e del loro ex ministro, entrambi oramai considerati traditori passati al campo nemico. 

Ora, non c’è dubbio che la politica è fatta da uomini e donne e entrambi non sono immuni da personalismi e ripicche, ma escludendo l’indegnità morale – che qui non mi sembra sia in questione – bisognerebbe fare prevalere il calcolo del proprio interesse e – se davvero ci si teneva, se davvero si era convinti dell’ “allarme democratico” – del paese.

Ma i giochi sono fatti, la roulette ha girato e ognuno si è portato a casa le proprie fiches, fino alla prossima partita. Resta solo da dire che il Pd non è stato sconfitto e neppure il centrosinistra. È stata sconfitta una politica delle alleanze improvvida e permalosa, fatta di fughe in avanti, di recriminazioni umorali e di porte sbattute. Bisognerà rifletterci, ma non troppo, perché la prossima partita sarà tra sei mesi.

La strana sconfitta del Pd ultima modifica: 2022-09-27T21:02:32+02:00 da STEFANO RIZZO

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2 commenti

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Alfonso Gianni 28 Settembre 2022 a 19:44

Caro Stefano, a me risulta, salvo errori di conteggio delle fonti ufficiali, che il Pd nel 2018 aveva ottenuto 6.161.896 voti mentre il 25 settembre scorso ha preso 5.356.180. Perciò la perdita in termini di numero di voti e non di percentuali è di 805.716. Quindi la perdita di voti è considerevole. Tutto il resto sono opinioni.

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Stefano Rizzo 29 Settembre 2022 a 15:21

Caro Alfonso, i numeri sono quelli che dici tu, quasi. Perché quasi? Intanto osservo che il corpo elettorale è diminuito dal 2018 al 2022 di 477.411 unità. Questo quasi mezzo milione di persone scomparse (eh sì, proprio così: morti o emigrati) avrebbe votato e si sarebbe astenute con le stesse percentuali degli altri 46.127.514. Quindi dal calcolo dei voti persi dal Pd devi togliere circa 60.000-70.000 unità. Qualcosa ancora dovresti togliere per le due circoscrizioni Estero e Valle d’Aosta (che sono conteggiate a parte rispetto al voto nazionale), in cui il Pd nel 2022 ha preso circa 15.000 voti in più del 2018 (9.000 all’estero, 6.000 in Val d’Aosta). Tirando le somme, i voti persi complessivamente dal Pd non sarebbero 805.716 ma circa 720.000-730.000 — sempre tanti.
Ma il problema sono gli astenuti che, come ci dicono gli esperti, interessano più o meno tutte le liste in percentuali analoghe ai consensi ricevuti. I votanti nel 2022 sono stati 9 punti in meno del 2018 (72,93 – 63,91) per un totale di circa 4.160.000 astenuti in più. Se invece di astenersi avessero votato con ogni probabilità — secondo gli esperti di comportamento elettorale — avrebbero dato al Pd circa 790.000 voti in più di quelli che ha ricevuto (il 19% di 4.160.000), con una differenza di + 60.000 rispetto a quelli effettivamente persi. Questo per dire che le perdite del Pd — indubbie in termini di voti — sono principalmente dovute all’astensione.
Ora, l’astensione, oltre ad essere un problema istituzionale (disaffezione dei cittadini, ecc.), è per il partito che la subisce un problema politico che dovrebbe spingerlo a cercare di recuperare in futuro i voti persi; ma non è un problema per i rapporti di forza nel presente perché quelli sono determinati dalla percentuale di voti effettivamente ricevuti — e come si traducono in seggi — e non da quelli persi. (E infatti dopo le lamentele iniziali di astensione non si parla più fino alle elezioni successive.) Per questo ho scritto “la strana sconfitta del Pd” e non certo “la vittoria del Pd”: perché ha perso voti, indubbiamente, ma al contempo ha aumentato la percentuale di consensi, che è poi il dato che più conta relativamente agli altri contendenti. Insomma, non è un’opinione ma un fatto che il Pd “abbia tenuto”, mentre altri partiti hanno catastroficamente perso e uno abbia clamorosamente vinto.
Ci si può allora domandare: perché questa percezione diffusa della “sonora sconfitta, schiaffo, batosta” o quant’altro del Pd? Il fatto è che la maggior parte dei commentatori hanno decretato la vittoria o la sconfitta di questo o quello confrontando i risultati non con quelli delle politiche di quattro anni prima, ma con i sondaggi di qualche settimana prima; e siccome il Pd veniva dato al 21-23%, ecco che è stato sconfitto, nonostante abbia superato il risultato del 2018. Mentre il M5s che veniva dato sotto il 10%, ecco che ha vinto nonostante abbiano perso la metà dei consensi in voti e in percentuale; e così per Berlusconi, Salvini, Calenda: a decretare vittoria o sconfitta non sono stati i fatti, ma le opinioni dei commentatori e sondaggisti. Mah.

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