M5S e l’harakiri del centrosinistra

I cinque stelle, un partito che legittimamente ha posto al governo importanti temi politici dirimenti, ostracizzati e trattati da appestati, ora si parla di possibili alleanze con loro.
SILVIO TESTA
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Secondo la chiave di lettura più condivisa, il centrodestra è maggioranza in parlamento ma non nel Paese, nel senso che presentandosi unito alla tornata elettorale ha sbaragliato il centrosinistra che non è riuscito a fare squadra andando alle urne in ordine sparso, così consentendo agli avversari di fare man bassa nei collegi grazie alla legge elettorale che premia le coalizioni.

Il risultato era scontato, e in effetti se si sommano i numeri si vede che se il centrodestra ha vinto col 44,12 per cento delle preferenze al Senato e col 43,90 alla Camera, se si sommano i risultati della coalizione di Centrosinistra (26,25 per cento al Senato e 26,48 alla Camera) con quelli dei Cinquestelle (15,29 e 15,05) e del Terzo Polo di Renzi e Calenda (7,81 e 7,85) si vede che assieme avrebbero sfiorato il 50 per cento e che le cose avrebbero potuto andare ben diversamente.

È certamente vero che questi giochini aritmetici lasciano il tempo che trovano, perché non è assolutamente detto che di fronte a offerte diverse l’elettorato avrebbe votato per gli stessi partiti scelti il 25 settembre, ma è solo per sottolineare che la capacità o l’incapacità di fare alleanze è un valore aggiunto che comunque premia nelle tornate elettorali e a maggior ragione con la pessima legge che va sotto il nome di Rosatellum.

Da questo punto di vista, nel centrodestra, senza dare segnali di incoerenza, due partiti che erano al governo sono riusciti a presentarsi assieme con il principale partito all’opposizione, mentre nel centrosinistra partiti che erano assieme alla guida del Paese fino alla caduta di Draghi non sono riusciti a fare squadra. Si dirà che a destra sono più pratici, più di bocca buona, meno raffinati nell’analizzare le differenze, più pronti a evidenziare i punti di contatto che si identificano in poche parole d’ordine che parlano alla pancia di un elettorato forse meno consapevole (ma che in buona parte fino all’altro ieri votava a sinistra); mentre a sinistra prevalgono i distinguo, gli intellettualismi, la storica tendenza al frazionismo, il narcisismo dei sedicenti migliori. A sinistra? Rappresentata a Bologna da Pierferdinando Casini? Boh… Sarà così? Chissà.

In queste elezioni, però, l’elemento dirimente è stato in particolare il Movimento Cinquestelle, nei confronti del quale c’è stata una vera congiura finalizzata all’ostracismo, con l’accusa d’aver fatto cadere il governo Draghi, quasi si fosse trattato di un parricidio. Questa, almeno, la vulgata che ha giustificato un’informazione a senso unico.

Tra un attimo mi spiego, ma prima vorrei sottolineare alcuni strabismi che hanno accompagnato prima l’attesa e poi la lettura del voto: il Pd, che sostanzialmente ha tenuto, è dato come sconfitto, tanto che il segretario Enrico Letta ha annunciato le sue dimissioni; il Movimento Cinquestelle, che ha subìto la scissione di Di Maio e ha perso milioni di elettori, vede un Giuseppe Conte acriticamente descritto dalla stampa come euforico per i risultati quasi avesse vinto al Superenalotto; Renzi e Calenda, anzi Calenda e Renzi gongolano nonostante il modesto risultato, per il quale possono ringraziare l’intero mondo dell’informazione che li ha fin da subito descritti e pompati come il “Terzo Polo” a prescindere dal loro peso preelettorale.

A destra, invece, a parte l’innegabile risultato di Giorgia Meloni, l’ormai patetico Berlusconi dal basso del suo 8 per cento si descrive come il protagonista della linea del Governo e del futuro del Paese senza che nessuno rida, mentre Salvini dopo 24 ore di silenzio fa il bullo come al solito e nessuno neanche tra i suoi gli chiede come mai non si sia dimesso, doppiato dai semi redivivi Cinquestelle, e per non infierire lasciamo stare il risultato di Fratelli d’Italia.

E vengo ai Cinquestelle, trattati come appestati per aver provocato la crisi del Governo Draghi. Ma ne siamo sicuri? Io forse ho visto un altro film: ho visto un partito che legittimamente ha posto al Governo importanti temi politici come il senso dell’invio di armi all’Ucraina per porre fine alla guerra o dell’impatto ambientale del termovalorizzatore di Roma; e che a fronte dello smontaggio e della messa in discussione da parte di Draghi di molte delle decisioni dei Governi a trazione Cinquestelle ha posto al premier nove questioni dirimenti.

Alzi la mano chi le conosce, elencate il primo giorno dalla stampa e poi dimenticate e sostituite da parte di tutti dai quotidiani giudizi di irresponsabilità nei confronti del Movimento. Ne ricordo alcune, delle nove questioni: rassicurazioni sul futuro del reddito di cittadinanza, sul Superbonus edilizio al 110 per cento, sull’introduzione del salario minimo e su maggiori investimenti nelle energie rinnovabili. Temi, come si vede, non peregrini.

E alzi la mano anche chi sa quali sono state le risposte di Draghi ai nove punti, se li ha accettati o se li ha respinti, e in quest’ultimo caso perché. Draghi ha traccheggiato, il mondo dell’informazione non ha più messo a fuoco i tremi di contenuto preferendo dedicarsi ai giornalieri siparietti di commenti e j’accuse, e perfino Giorgia Meloni ha finito per domandarsi se per caso non era proprio Draghi stesso a cercare la crisi.

Draghi ha poi avuto per due volte la fiducia, perché sul contestato decreto Aiuti i Cinquestelle alla Camera l’hanno votata, uscendo però dall’aula per non votare il testo. Come a dire: “Abbiamo difficoltà su alcuni contenuti, ma siamo fedeli alla linea generale del governo”; mentre al Senato, a fronte della forzatura di Draghi che ha preteso la votazione congiunta della fiducia e del decreto, non hanno partecipato alla votazione. Mattarella ha poi respinto le precipitose dimissioni di Draghi, salvo accoglierle dopo una seconda richiesta di fiducia al Senato, per la quale non hanno votato Cinquestelle, Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia.

Le elezioni politiche erano previste a Marzo 2023: secondo voi era possibile che la coalizione di Centrodestra si presentasse unita al voto coi primi due partiti ancora al governo e la Meloni all’opposizione?

Draghi ha avuto la fiducia sia alla Camera che al Senato, e dunque dare solo ai Cinquestelle la responsabilità della crisi a me pare una forzatura dettata dall’intero establishment per far fuori un movimento anomalo, scomodo, ancora troppo potente, ma è la parola d’ordine che tutti nel Centrosinistra hanno seguito, a partire da Enrico Letta e dal Pd, coi risultati che sappiamo e che tutto sommato hanno nuociuto meno proprio ai Cinquestelle.

Ora molti fanno marcia indietro, fioccano i distinguo, si riparla di possibili alleanze, ma se qualcuno aveva qualcosa da dire era meglio che lo facesse prima, non dopo l’harakiri del centrosinistra.

M5S e l’harakiri del centrosinistra ultima modifica: 2022-09-29T20:43:05+02:00 da SILVIO TESTA

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