Toh, un nuovo congresso Pd

Una serie di considerazioni, un breviario (non distaccato) per seguire le fasi del congresso Pd senza cadere nelle consuete tentazioni…
ROBERTO DI GIOVAN PAOLO
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La Premessa è che su ytali, più che altre riviste, i commenti al tonfo elettorale hanno assunto una vena di ragionamento che è consueta per i nostri lettori: sappiamo chi ha vinto e il Pd non ha certo fatto una bella figura. Ha deciso che non valeva la pena di fare una “coalizione repubblicana” antidestre che questa pessima legge elettorale imponeva, perché tale coalizione sarebbe stata chiaramente una coalizione non in grado poi di governare (però, se era “per il bene dell’Italia”, allora sarebbe stata coerente con tutti i sacrifici che il Pd ha sopportato dal 2011, quando Bersani si fece improvvidamente convincere da Napolitano che era meglio non andare alle elezioni e che Monti con la nomina a senatore a vita non avrebbe creato un suo partito… fino a oggi). Poi, il Pd è stato scartato da Conte (che aveva già deciso nel momento in cui ha piombato le ali di Draghi, ovvio; e si è rivelato un uomo che ha imparato a usare la tattica – oppure è un uomo fortunato). Infine, il Pd ha dato il segnale della smobilitazione quando ha detto “cerchiamo di essere almeno il primo partito” (almeno lo ho aggiunto io, per carità, ma il senso era quello) ben sapendo che l’effetto “band wagon” va sul partito principe della coalizione data vincente e non su quello della possibile futura opposizione, e sistemando in qualche modo una novantina di esponenti in parlamento (senza nemmeno una selezione sulla base della capacità di saper fare opposizione, che è cosa diversa dal lavorare in fase governativa o cooperativa con una maggioranza ancorché tecnica). Tutte queste cose, come hanno giustamente notato Adriana Vigneri e Stefano Rizzo e sul lato vincente Guido Moltedo raccontando la Meloni in una forma “laica”, portano a pensare che non possa essere tutta colpa del Pd o del segretario attuale, e questo ormai tutti lo riconoscono. Eccoci dunque al Congresso Pd.

Poiché sono di parte, essendo tra i fondatori, ed ex parlamentare Pd, e tra i suoi elettori, non mi nascondo certo la sofferenza di aver creduto in qualcosa di meglio in questi oltre quindici anni e vorrei per amore di ragionamento fare alcuni “caveat” pre-congressuali, brevi ma sostanziali, con affetto e non con “scienza del giorno dopo”.

Anche perché in tempo, e per fortuna “a futura memoria”, qualche esercizio di riflessione sui progressisti (e non solo sul Pd, ma in Europa e nel mondo) l’avevo già fatto in tempi non sospetti col mio ultimo libro Un’altra storia pubblicato da ytali ad aprile scorso e che temo avrà lunga vita.

1. POLITICA SPETTACOLO. Basta con la politica spettacolo. In tre giorni il dibattito dei giornali che una volta si sarebbe detto “borghesi” e i teatrini della politica (anche i Teatroni della politica tv, citando Filippo Ceccarelli…) hanno già “bruciato”: la vittoria della Meloni ed eletti e trombati eccellenti; mentre è iniziato il “toto-nomine” ministeriali; infine sono passati al “totonomine” Pd, per un congresso che, dato lo statuto vigente prima di fine febbraio 2023, sarà difficile portare a conclusione. Certo, spesso sono i media, che vivono la politica come i “nominati” del Grande Fratello o gli esclusi di Masterchef, ma perché prestarsi al gioco con ammiccamenti e addirittura autocandidature precoci?

2. UN CONGRESSO OPPURE UNA RIFONDAZIONE? Il Pd recente già prima delle elezioni 2022 aveva avuto un segretario rinunciatario per “disgusto” del partito (Zingaretti) e aveva richiamato dal suo esilio politico volontario in Francia Enrico Letta. Al di là delle elezioni politiche il Partito democratico aveva già i suoi problemi: troppi segretari e reggenti in quindici anni; almeno due versioni del “ritorno della Ditta” (versione classica Bersani, versione depotenziata e “light” Zingaretti); un tentativo di “rottamazione” semi riuscito, un secondo tentativo di rottamazione abortito; una linea ondeggiante tra “governismo” e opposizione di Sua Maestà. Il Pd, che pure primo tra i partiti italiani aveva introdotto la formula del referendum tra gli iscritti, in realtà non l’ha mai fatto; così come un vero congresso di tesi – magari contrapposte – non è mai stato celebrato. Solo primarie. E senza le regole rigide che presiedono a quel tipo di voto negli USA. Non basta un congresso se vuoi tornare al centro dell’agone politico dove pure il Pd fu nel 2008, nonostante la sconfitta, ma al 33 per cento dei voti.

3. IL BRAND “PD” NON TIRA PIU’, ANZI… In qualunque assemblea del 2007-2008, anche gli avversari, anche chi non l’avrebbe votato mai il Pd, comunque ne ascoltava le idee, magari più suggestioni che un vero e proprio profilo ideologico-programmatico (segretario il promotore Veltroni). Oggi in una qualunque assemblea che non sia dei circoli Pd (e spesso anche in quelli) basta dire di esprimere un’idea a nome del Pd per suscitare sentimenti che vanno dalla sfiducia alla commiserazione… certo non è colpa dei militanti Pd né di tutti i suoi dirigenti, ma il marchio “Pd” non “vende” più, e neppure apre una discussione. È un fatto. Non che si debba cedere alla filosofia consumistica anche in politica. Tutt’altro. Però dirselo apertamente aiuta a dirsi la verità, e forse a provvedere.

4. CAMPO LARGO. Premesso che come ho già scritto su ytali “il campo largo” nasce come intuizione ingraiana negli anni Settanta del Novecento per parlare ai cittadini o militanti di associazionismi e anche di partiti ma senza illudersi che parlare con i “capi” voglia dire aver parlato con le masse… Il Pd nasceva con l’idea non di dover creare un campo, ma di “essere il campo” dove incontrarsi; e quindi necessariamente questo impone apertura nei temi del dibattito e svisceramento fino in fondo anche delle contraddizioni: ad esempio, siamo per la pace? Si costruisce anche rafforzando la difesa europea? Mettendo assieme i sistemi d’arma europei e la loro produzione? Oppure, altro tema d’ esempio: siamo per l’ambiente? si può far funzionare una delle quattro principali acciaierie europee a Taranto senza rovinare l’ambiente e la salute di chi ci lavora? Come? Con che tempi? Pubblica o pubblica privata? eccetera… Parlare, discutere, approfondire, formarsi, capire le cose che dicono altri soggetti (non necessariamente affini o da “annettere”); assumere decisioni di linea che possono essere cambiate con l’esperienza e con nuove acquisizioni cognitive o culturali, creare un partito anche organizzativamente legato al nuovo modo di trattare i temi (gruppi a tempo; commissioni miste di lavoro; ricerche sul campo etc). Le alleanze si creano sul campo, che diviene “largo” per acquisizione di confronto e programma, che poi diventano accordo sul programma tra chi ci sta (possibilmente più che si può, se si mira a una coalizione che vuole proporsi al governo futuro, agli elettori).

5. IL TEMPO LUNGO DELLA POLITICA. Se devi fare una rifondazione o una costituente perché rischi l’estinzione, non tanto nel voto (il venti per cento a vita può pure essere, ma gli storici socialisti francesi sono sotto il due per cento…) ma nel sentimento della popolazione (quindi per i tuoi iscritti come per gli elettori in genere), il problema non è correre ma rallentare. Non dico un congresso permanente, ma almeno tener conto del motto degli antichi romani: “Festina Lente”, affrettati lentamente. Le politiche che lasciano un segno sul presente e incidono sul futuro sono un lavoro faticoso da costruire con passo svelto ma con uno sguardo “lento” a ciò che deve cambiare nella società. Anche perché a passo veloce e nei canoni dello spettacolo siamo passati dal voler cambiare lo “ius sanguinis”, che nemmeno più la Germania e forse può interessare tutta la società, al riconoscimento dimezzato, poi allo Ius Scholae con una sorta di “scontistica del sociale” e sempre senza costruire il consenso nella società, sapendo che in Parlamento i numeri non c’erano. Al partito spetta costruire una idea di società, ai parlamentari di trovare il modo per costruire le condizioni per cui i diritti (ed i doveri conseguenti) non siano solo affermazioni individuali ma un passo corale; non soluzioni sconfitte ma da sbandierare, ma passi avanti di tutta la società.

6. UN FRENO ALLA SOCIETA’ DEL NARCISISMO E’ UN GRANELLO DI SABBIA NELL’INGRANAGGIO DEL CONSUMISMO SPETTACOLO. Paroloni? Be’ dipende, i paroloni nella comunicazione coerente hanno un modo di funzionare molto pratico. Per esempio, se fai un congresso di rifondazione o una costituente, magari devi porti il problema del tuo nome e delle alleanze di programma del tuo campo, e potresti decidere che:

a) se si fa il congresso a marzo, fino a febbraio si discute a tesi;

b) si fanno le “primarie” aperte delle tesi congressuali;

c) i candidati/e non possono candidarsi se non partecipano a tutte le fasi di dibattito in persona e non nei social;

d) le candidature si presentano a marzo se si vota a marzo, e le primarie aperte sui nomi solo dopo completato il processo di congresso a tesi.

7. CANDIDATURE. Vogliamo davvero cambiare? Bene. Chi si candida a segretaria/o e all’ufficio di segreteria del partito NON PUO’ svolgere incarichi istituzionali. Oppure si dimette. Prima del voto, non dopo.
Il partito deve tornare a essere la casa di famiglia con una madre/padre di famiglia che si dedica al partito e basta. Chi è eletto nelle istituzioni, parlamento, consigli regionali, consigli comunali di Aree metropolitane e comuni capoluogo, NON PUO’ ESSERE CANDIDATO SEGRETARIO. Adempiano il loro lavoro istituzionale oppure rinuncino all’incarico istituzionale per dedicarsi al partito. È una provocazione? Il segretario deve dettare la linea in Parlamento? Io credo che nell’epoca dei social e della comunicazione una persona che decida di dedicarsi anima e corpo alla ricostituzione della reputazione del Pd deve lavorare, e lavorare, e lavorare, e non essere ospite tutte le sere di Porta a Porta, Di Martedì, Piazza Pulita e poi occuparsi del suo gruppo parlamentare, della sua Regione, della sua grande città. Un po’ di sobrietà e mettiamo questa regola sulle candidature e poi vediamo che succede…

Ora permettetemi, sul finire, un po’ di seria ironia:

8. DIZIONARIO. Durante il Congresso, con apposita circolare agli iscritti e simpatizzanti si vietino espressioni come: straordinariostraordinario impegno dei volontari, militanti etc; tornare nelle periferie; ascoltare la base; abolire le correnti (magari ce ne fossero di vere….); ripartire dai circoli o ripartire dai territori o ripartire dai militanti; aggiungete a piacere le frasi iconiche che vorrete…

 O si cambia davvero oppure sin d’ora dico che presenterò la Mozione Amedeo Nazzari: quantomeno vado sul sicuro.

Toh, un nuovo congresso Pd ultima modifica: 2022-09-29T18:09:47+02:00 da ROBERTO DI GIOVAN PAOLO

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