Midland, l’Inglese, a Venezia

Un giochino letterario, una sorta di caustica auto-analisi di noi veneziani. È l'adattamento, cambiando solo qualche parola, di un testo di Thomas Bernhard alla situazione in città di questi giorni nei quali l’amministrazione comunale pensa ai balzelli per i prossimi visitatori
MARCO ZANETTI
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Il testo che segue è una sorta di giochino letterario, una sorta di caustica auto-analisi di noi veneziani. È l’adattamento, cambiando solo qualche parola, di un testo di Thomas Bernhard (Midland a Stilfs, Adelphi) alla situazione veneziana di questi giorni nei quali l’amministrazione comunale pensa ai balzelli per i prossimi visitatori. In grassetto le mie modifiche sul testo originario.
Nel testo originario si narra – nello stile dal quale ha preso molto il nostro Vitaliano Trevisan – delle preoccupazioni degli abitanti di una località montana verso i visitatori.

La gente di fuori, chi non ha dimestichezza con la nostra educazione, potrebbe considerare il nostro comportamento, quando l’Inglese è qui, come qualcosa di folle, e considerare noi, la nostra atmosfera a Venezia, come qualcosa di artificiale, di insopportabile. Anche se viviamo nel costante timore che il nostro amico possa farci visita all’improvviso, anche se tutto l’anno temiamo che possa essere a Venezia da un momento all’altro, nello stesso tempo pensiamo in continuazione: se all’improvviso apparisse il nostro amico, se fosse qui!, perché non c’è nulla di più terribile, di più pericoloso per tutti noi, con il passare del tempo, in particolare verso la fine dell’inverno, che rimanere per molto, anzi moltissimo tempo da soli qui a Venezia, in laguna, o meglio in quell’area di barene e bassi fondali, che qui regna sovrana come natura assoluta, soli e lasciati a noi stessi, senza intrusi, senza stranieri.

Temiamo, anzi odiamo i visitatori, e nello stesso tempo ci aggrappiamo a loro con la disperazione di chi è totalmente tagliato fuori dal mondo esterno. Il nostro destino si chiama Venezia, perpetua solitudine. In verità possiamo contare sulle dita di una mano le persone che di tanto in tanto ci fanno visita in qualità di cosiddette persone gradite, ma anche di queste persone gradite abbiamo paura che possano farci visita, perché noi abbiamo paura di tutti quelli che potrebbero farci visita, abbiamo sviluppato una paura immane all’idea che in generale qualcuno possa farci visita all’improvviso, sebbene nulla aspettiamo con maggior fervore di un essere umano – e quante volte pensiamo: non importa che specie di umano, fosse anche un disumano! – che venga a farci visita e a interrompere il nostro martirio lagunare, i nostri esercizi spirituali a vita, il nostro inferno di solitudine. 

Ci siamo rassegnati a stare per conto nostro, ma continuiamo a pensare che qualcuno potrebbe venire a Venezia e non sappiamo, quando qualcuno viene a farci visita, se sia insensato o dannoso, oppure dannoso e insensato che questa persona ci faccia visita, ci chiediamo se sia necessario che questa persona scenda fin qui a Venezia, se non sia una sleale infrazione alla nostra regola di solitudine oppure la nostra salvezza. Quelli che ancora scendono fin qui, quei pochi che comunque si azzardano ancora a venir giù da noi, perché esperienze e dicerie ostacolano la loro determinazione, li rendono incapaci di venire a Venezia, in effetti li consideriamo per lo più come dei vandali. Dopo che una di queste persone è ripartita, riflettiamo per giorni sul grado di distruzione che ha provocato in noi. Allora non parliamo, e con il nostro silenzio, e raddoppiando o triplicando il lavoro fisico nei luoghi ricettivi, cerchiamo dapprima di sopportare, e poi di attenuare e superare lo stato di paralisi che questo visitatore ha portato in noi. Di quale immane punizione sia per noi Venezia ci rendiamo conto nel modo più orribile quando già in breve tempo siamo danneggiati al massimo grado da un visitatore che arriva all’improvviso, inaspettatamente, e noi intensifichiamo il nostro impegno nella città, ci sfiniamo a vicenda in un eccesso di lavoro fisico. La verità è questa: quello a cui vogliamo sfuggire ma che ci imprigiona in modo sempre più spietato, quello che di fatto è diventato una condizione permanente insuperabile, Venezia, che per abitudine sì amiamo, ma che per buone ragioni detestiamo profondamente, anzi odiamo con un’ossessività persino degradante, Venezia è quello che cercano queste persone che conosciamo fin dalla prima, primissima infanzia e dall’adolescenza, gente venuta dai più diversi luoghi di vacanza e di studio con gli scopi più diversi, per svagarsi o per calunniare o per distruggere. 

Tutta questa gente non fa parte del parentado, il parentado non viene più. E in futuro verrà soltanto in occasione di decessi o eredità, e anche in questo caso solo controvoglia. La gente che ancora viene a trovarci non è imparentata con noi, e ci chiediamo quali siano i nostri punti di contatto. Tutta questa gente non è altro che curiosità, e per lo più parla a voce alta e abusa di tutto, ma, pensiamo, per una volta è un cambiamento a Venezia, modi di dire diversi dai nostri, pensieri diversi dai nostri e così via, e, pensiamo, ci mancava solo quest’uomo, ora abbiamo tradito noi stessi, passano giorni, settimane, ma perché quest’uomo non lo abbiamo subito scaraventato giù da una riva?, e così via. I visitatori che scendono fin qui per noi sono perdita di tempo e quindi infelicità. Ma ce ne sono alcuni, pochissimi, rarissimi, che ci rendono felici. Uno di questi visitatori per noi è l’Inglese. Ma anche lui, quando è qui, ci dice cosa è Venezia, dice che noi non sappiamo che cosa è, che noi non ammettiamo che cosa è, che noi odiamo Venezia, che commettiamo ininterrottamente ai danni di Venezia il più grande reato di diffamazione e così via, e lui non capisce il perché, dice che per noi Venezia è disgusto, apatia e disperazione. La calma e la possibilità di concentrazione, dice, parole che conosciamo, che qui abbiamo sempre sentito dire da tutti quelli per i quali Venezia è l’opposto. Inoltre tutta questa gente commette il reato di chiacchera dicendoci di continuo, ad ogni occasione, che cosa è veramente Venezia, cosa che noi non sapevamo che Venezia fosse, questa gente che per tutto l’anno ha uno sciocco rapporto di confidenza con il mondo intero e soddisfa i suoi bisogni nelle grandi città. Come l’idiota, da profano, spiega allo specialista la sua materia pieno di presunzione e con l’impudenza di oggi, così i nostri visitatori ci spiegano Venezia.

Dalla loro bocca sempre aperta tutto ci dice che loro sanno quello che noi non sappiamo. I nostri visitatori rispondono in continuazione a domande riguardo a Venezia che noi, secondo loro, a nostra volta avremmo fatto in continuazione, anche se noi non abbiamo mai fatto ai nostri visitatori una sola domanda riguardo a Venezia. Perché noi su Venezia sappiamo tutto. Le opinioni dei nostri visitatori su Venezia non ci interessano, perché le conosciamo da decenni. Ma anche l’Inglese, che in tutto è stato a Venezia per un giorno e una notte non più di quattordici giorni, ci spiega Venezia.

Andando via per diecimila passi Vitaliano Trevisan ci ha fatto conoscere Thomas Bernhard e dunque anche il fatto che Midland, si sarebbe reso conto che noi, (…) noi tutti viviamo nel luogo più ideale. Non potrebbe immaginarsi luogo più ideale per noi. Sì, ci sospetta di tacere intenzionalmente sul fatto che qui a Venezia ci sviluppiamo in una condizione ideale, probabilmente, così ha detto, abbiamo fatto, insieme o ciascuno per conto suo, lavori scientifici che, conformemente alla lucidità delle nostre menti, saranno di altissimo valore. Faceva dello spirito, certo, diceva «prodotti intellettuali epocali», ma quello che diceva lo pensava seriamente. Eccetera.

Midland, l’Inglese, a Venezia ultima modifica: 2022-10-02T12:01:07+02:00 da MARCO ZANETTI

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