“What news on the Rialto?”

Oggi è tristemente svuotato di banchi di verdure e pescheria, con oltre mille metri quadrati abbandonati da quindici anni. Ma uno dei mercati più celebri al mondo può tornare a vivere e rifiorire. È l’obiettivo su cui sono impegnati cittadini e associazioni.
MAURIZIO CROVATO
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Scusateci, ma torniamo sull’argomento mercato di Rialto. Oggi è tristemente svuotato di banchi di verdure e pescheria, con oltre mille metri quadrati abbandonati da quindici anni e di proprietà dei Civici Musei. Opera neogotica del 1907 di Domenico Rupolo, con tanto di splendido loggione sul Canal Grande di fronte alla Ca’ D’oro. E non è finita qui. Il prossimo anno, con il trasferimento definitivo di tutto il tribunale a Piazzale Roma, seimila metri quadrati delle Fabbriche Nuove, opera cinquecentesca del Sansovino, svuotate di ogni mobile, torneranno in uso alla città. Sono del Demanio, ma sarà il Comune a decidere la destinazione più congrua. Un tempo nei piani terra era occupato da artigiani e artisti.

Una foto simbolo alla fine degli anni Ottanta testimonia ancora un mercato di Rialto pullulare di residenti e acquirenti. Per comprare il pesce fresco arrivavano anche da Mestre, perché qualità e prezzi erano incomparabili. Oggi succede il contrario. Mi ricordo un’anziana signora di San Pietro di Castello che si recava tutti i giorni al mercato per risparmiare diverse migliaia di lire. Sono passati solo otto lustri, il tempo di assistere alla crisi di oggi.

Il mercato di Rialto, in fondo è la metafora della città morente e turistico-dipendente. Tanto che in un banco di pesce, affollato sempre di più da foresti che da acquirenti, un commerciante è stato costretto a scrivere anche in inglese, “one picture, one euro”. Se mi fotografi il pesce fresco sgancia un euro! Purtroppo è capitato di essere stato preso sul serio.

Venezia 1948, Mercato di Rialto. Ernest Hemingway si appunta il nome dei pesci in vendita, Archivio di Stato di Venezia, Archivio Borlui

Erbaria, naranzeria, beccaria, casaria, pescaria, con ruga degli Oresi, ruga del Spezier, banco giro, restano toponimi storici e vuoti di significato. Negli anni Ottanta si contava una novantina di banchi di frutta e verdura, oggi sono dodici, sostituiti da negozietti di chincaglierie e profumi a basso costo. Le macellerie erano una trentina, oggi resistono solo due esercizi. Ancora più tragico il censimento dei banchi di pesce, oggi sono otto contro la ventina di pochi anni fa. Le ultime licenze, senza mercato e senza valore, sono state direttamente restituite al Comune. In Casaria sono stabilmente vuoti cinque banchi di verdure appartenenti a cittadini bengalesi. Tornati a casa per il Covid non hanno ritenuto conveniente riaprire. In ogni caso vendevano più merce per turisti tipo spezie locali inventate di sana pianta (per esempio chiodi di garofano veneziani…). I fruttivendoli veneziani doc sono solamente tre.

Residenti, resistenti, resilienti. Tre erre da ricordare. All’Ateneo Veneto è stato aperto un dibattito sul riuso. Deborah Howard, storica dell’arte inglese, che insegna allo Iuav, è andata giù sul pesante.

Voi veneziani – in sintesi – partite sempre dal passato per non arrivare al presente. Una città tipo scavo archeologico. Basta! Bisogna guardare al futuro e come occupare correttamente degli spazi storici. Venezia è viva, sta anche scritto in uno striscione rosso all’inizio del mercato del pesce. Basta a questo sentiment di città morta.

Per il docente Iuav, Sergio Pascolo, il mercato è un magnete. E pensare che nel programma Unesco, Venezia non è nemmeno inserita nelle 183 città creative del futuro. Nel mondo si studia di lasciare le automobili fuori dai centri e Venezia sarebbe già all’avanguardia. Mentre noi dal centro espelliamo solo gli abitanti. Il numero di b&b, autorizzati o no, si avvicina drammaticamente a diecimila.

Donatella Calabi, autrice di Rialto. L’isola del mercato a Venezia si spinge a considerare nuove iniziative, come lo street food, i ristoranti didattici. E insiste per le due importanti università veneziane, come modello Boston. Ca’Foscari fa parte del modello di sviluppo planetario “Eutopia”, unica tra le università Italiane. Non serve girare per i grandi mercati storici europei (Barcellona è un modello da anni) per capire le potenzialità di Rialto. Firenze, Torino, Roma (Piazza Vittorio) hanno trasformato gli antichi mercati in luoghi di incontri e di socialità. Rialto è dunque una scommessa. Non c’è più tempo da perdere.

L’associazione culturale Rialto Mio, composta da decine di residenti e foresti, cerca di promuovere il dibattito con incontri, mercatini, proteste. Nell’ultimo meeting domenicale sul delicato tema del ticket di ingresso, quattrocento partecipanti occupavano l’interno mercato. Ce n’est qu’un debut? E noi continuiamo la battaglia.

Immagine di copertina: Assemblee cittadine sempre più spesso si tengono nello spazio della Pescaria, come la più recente, sul contributo d’accesso, il 21 settembre scorso.

“What news on the Rialto?” ultima modifica: 2022-10-03T16:41:28+02:00 da MAURIZIO CROVATO

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