Il cattolicesimo è stanco

Fino a sessant’anni fa si nasceva sociologicamente cristiani, difficile era non esserlo; oggi non si nasce più cristiani, certamente lo si può diventare, ma di sicuro la fede è ora solo una possibilità tra le tante per affrontare e gestire la propria avventura esistenziale.
VITTORIO FILIPPI
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Esattamente sessant’anni fa, l’11 ottobre 1962, si apriva nella maestosità della basilica di san Pietro il Concilio Vaticano secondo, che radunò quasi 2.500 padri conciliari da tutto il mondo. Giovanni XXIII, che l’aveva annunciato con grande sorpresa nel gennaio del 1959, appena tre mesi dopo la sua nomina, volle che il Concilio – per la prima volta più pastorale che dottrinale – cogliesse “i segni dei tempi”, per usare le parole dell’evangelista Matteo. Sappiamo che non è mai facile saper leggere e interpretare correttamente questi segni, specie quando – come fu all’inizio degli anni Sessanta, e ancor più decisamente oggi, più che in un’epoca di cambiamenti si vive un radicale cambiamento d’epoca. Con tutto ciò che ne consegue.

I primi anni Sessanta, gli anni del Concilio, fanno da cesura tra due tempi storici. Stava infatti tramontando quello della Chiesa pacelliana, forte, militante, influente, granitica nella dottrina e seguitissima nelle messe, nelle processioni, nei sacramenti. Mentre, e nemmeno lentamente, si stava aprendo una realtà del tutto nuova, in cui – per dirla con Pasolini – il consumismo “se la ride del Vangelo” e l’American style of life irrompe nelle mentalità e nei comportamenti; la Chiesa, impregnata di cultura neotomista, appariva improvvisamente antiquata, anacronistica. Inizia lo “scisma silenzioso” che ridimensiona progressivamente il credere religioso, indebolisce la “civiltà parrocchiale” e svuota chiese e seminari.

Il cristianesimo si fa minoranza. Il Pew Research Center di Washington rileva ora che

a partire dagli anni Novanta, molti americani hanno abbandonato la cristianità per ingrossare le fila della popolazione adulta che si ritiene atea, agnostica o niente in particolare. Questa crescente tendenza sta rimodellando lo scenario religioso americano e porta molte persone a chiedersi quale sarà il futuro della religione in America.

E prevede che, probabilmente, nel 2070 negli Stati Uniti i cristiani saranno il 39 per cento della popolazione, le altre religioni raggrupperanno il dodici per cento mentre i non credenti (unaffiliated) saranno il 48 per cento. La previsione si basa sul plausibile assunto che

In linea con una tendenza recente, abbandonare la cristianità è sempre più comune tra i giovani americani in quanto di generazione in generazione c’è un maggiore numero di cristiani che abbandonano la religione all’età di trent’anni. Tuttavia, vengono applicate misure di contrasto per impedire che la conservazione (la quota di persone cresciute come cristiane e che rimangono cristiane) scenda al di sotto del cinquanta per cento. Allo stesso modo, convertirsi al cristianesimo è sempre meno comune, sempre in linea con le ultime tendenze.

Comunque la tendenza non è certo solo americana: in Gran Bretagna i nones hanno superato i cristiani già nel 2009, mentre in Olanda (quell’Olanda cattolica così vivace nel dibattito teologico post-conciliare) oggi solo il 47 per cento si professa cristiano. E in Italia? Anche qui – dicono le rilevazioni – colpisce il numero dei non credenti, passati dall’essere il 14,2 per cento nel 2009 al 30,6 del 2020. In particolare è tra i più giovani che si diffonde l’indifferenza, dato che circa un giovane su due non è oggi credente, il che getta una ulteriore ombra “demografica” sui numeri del cattolicesimo italiano prossimo venturo (i giovani, in particolare quelli nati dopo il 1981, sono infatti i più estranei all’esperienza religiosa: sono La prima generazione incredula, come titola il libro del teologo Armando Matteo, a cui aggiunge anche “La fuga delle quarantenni”, quelle figure materne che in passato avevano sempre assicurato la trasmissione della fede ai figli).

Papa Ratzinger, poco prima delle sue dimissioni, disse:

Cinquant’anni fa […] eravamo felici – direi – e pieni di entusiasmo. Il grande Concilio ecumenico era inaugurato: eravamo sicuri che doveva venire una nuova primavera della Chiesa, una nuova Pentecoste, con una nuova presenza forte della grazia liberatrice del Vangelo.

Oggi il cattolicesimo invece appare stanco, in ritirata, dalle prospettive incerte. Fino a sessant’anni fa si nasceva sociologicamente cristiani, difficile era non esserlo; oggi non si nasce più cristiani, certamente lo si può diventare, ma di sicuro la fede è ora solo una possibilità tra le tante per affrontare e gestire la propria avventura esistenziale. La Chiesa non ha più l’esclusiva del senso del vivere e del morire; l’aldiquà e l’aldilà diventano invece oggetto di (sempre difficili) scelte soggettive e plurali. Assai improbabile oggi ipotizzare un’inversione di tendenza, una ripresa del credere cristiano; più ragionevole piuttosto pensare ad un suo futuro minoritario – non si sa quanto minoritario – in cui la fede sarà di convinzione e di sicuro non più di convenzione, e comunque ampiamente soggettivizzata. Per ora rimane più che mai aperta (e attuale) la enigmatica domanda che ci riporta il Vangelo di Luca: “Ma quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra?”.

Il cattolicesimo è stanco ultima modifica: 2022-10-04T19:25:02+02:00 da VITTORIO FILIPPI

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