I documenti archivistici, architravi dello Stato veneziano

RAFFAELE SANTORO
Condividi
PDF

L’Alto Medioevo ci è stato raffigurato a scuola come un’epoca di tenebre, oscurantismo culturale e violenza individuale e collettiva. Talora viene citata a riprova di tale realtà la potente omelia su Ezechiele di papa Gregorio primo Magno che negli ultimi anni del sesto secolo descriveva a tinte fosche il mondo nel quale si trovava a vivere e operare:

Viviamo in una terribile epoca della storia del mondo, Distrutte le città, abbattute le fortezze, devastate le campagne. Nelle campagne non c’è più nessuno, nelle città i pochi uomini rimasti si stringono l’un l’altro per il terrore della violenza e dell’ignoto.

Gregorio si adoperò alacremente per combattere il banditismo nei dintorni di Roma e per soccorrere le popolazioni vittime dell’avanzata longobarda. Si pensi che quando scrisse queste parole Roma era assediata dal re longobardo Agilulfo.

Del resto solo pochi anni prima una terribile epidemia di peste aveva decimato la popolazione italiana facendola arretrare di secoli in termini di civiltà e qualità della vita. La peste si era accompagnata alla terribile guerra fra bizantini e goti, un binomio frequente nella storia che oggi, nei duri anni Venti del Ventunesimo secolo, tragicamente ritroviamo.

Eppure anche in quello che possiamo considerare fra i momenti più miseri della storia d’Europa si potevano intravedere pochi, flebili segni di rinascita che diventeranno più robusti nei secoli successivi, pur se in maniera terribilmente lenta e contraddittoria.

Fattori decisivi per questi tentativi furono da una parte le istituzioni ecclesiastiche, legate al potere politico, dall’altra le città. L’Italia fu in realtà l’unico territorio dell’antico impero romano in cui le città erano sopravvissute, non sommerse, come altrove, dalla forza del potere territoriale dimorante in campagna, poi divenuto feudale.

Le città italiane dell’alto medioevo furono abitate in massima parte da contadini, come quelle romane, ma vi troviamo anche artigiani, maniscalchi, maestri commancini addetti a costruzioni edilizie. Non erano sviluppate in questi secoli tecniche commerciali raffinate, né organismi creditizi.

L’Italia longobarda, e in primo luogo quella del regno d’Italia, la cui corte risiedeva a Pavia, nel corso del settimo secolo si fece promotrice di una graduale pacificazione con la Chiesa di Roma, abbracciando il cattolicesimo e rinunciando all’arianesimo. L’influenza culturale della Chiesa romana si fece sentire a Pavia e sul territorio, soprattutto attraverso l’azione delle chiese cattedrali delle città, le quali, partendo dalla necessità di conoscere e comprendere i testi sacri, diffondevano l’uso della lettura e della scrittura, e della sua rilevanza per vivere ed operare nel mondo. Già nell’ottavo secolo l’aristocrazia longobarda sentì come necessario lo studio dei testi sacri, ma insieme a essi anche quello dei testi della grande tradizione greco-romana, nei limiti che l’epoca consentiva.

Pactum fra l’imperatore Lotario del Sacro romano impero carolingio e il doge di Venezia Pietro, concernente la navigazione nei porti dell’alto Adriatico, febbraio 840

Maggiore impulso ebbero questi fermenti in età carolingia quando Carlo Magno, e i suoi dotti collaboratori, vollero allargare la conoscenza della scrittura e della lettura dei testi all’intera società ecclesiastica e ai laici a essa vicini.

Un altro grande filone di studi che fiorì precocemente ed ebbe grande splendore in epoca carolingia, fu quello del diritto, che poteva avvalersi della grande compilazione del diritto romano voluta da Giustiniano.

Anche in questo ambito il contributo dell’Italia fu unico nel panorama europeo. Accanto alla cultura promossa ed elaborata da ecclesiastici sorse un filone laico incentrato sui tecnici del diritto, i notai, eredi di analoghe figure che nel mondo romano lavoravano privatamente a servizio dei patrizi.

I notai svilupparono una conoscenza laica assolutamente peculiare, che fu in grado di andare oltre l’aspetto meramente giuridico e nel basso medioevo seppe distaccarsi dall’ambito feudale, attraverso opere e riflessioni proprie di città in incipiente sviluppo, quali quelle italiane, preparando così l’Umanesimo e il Rinascimento.

D’altro canto l’Italia ancora bizantina, ricordiamo fra le altre città Roma, Napoli, Ravenna, e infine Venezia, non recise i rapporti con l’Impero d’oriente e alla sua civiltà, più o meno profondamente, si ispirò.

Sorge ora una domanda non eludibile e affascinante. L’Europa occidentale, dai tempi dei regni romano-barbarici fino ai longobardi e alla conquista carolingia, conobbe scambi commerciali comparabili con quelli del mondo romano, fu attraversata da correnti di traffico, oppure, come ci raccontano spesso i manuali scolastici, si rinchiuse in un’asfittica condizione di economia agricola di sussistenza, che vedeva le signorie feudali quali isole al centro di un enorme vuoto territoriale?

Pactum fra l’imperatore Ottone del Sacro romano impero germanico e il doge di Venezia Pietro che rinnova il patto dell’840 con modifiche, dicembre 967

E i rapporti commerciali con l’Impero romano d’Oriente e la sua capitale Bisanzio furono del tutto annullati?

Al riguardo dobbiamo ricordare la celebre tesi del grande storico belga Henri Pirenne. Pirenne sostenne che la caduta dell’impero romano non aveva comportato uno spostamento significativo degli assi commerciali all’interno di quelli che erano stati i territori dell’impero e soprattutto non era venuta meno la funzione del mare mediterraneo come centro degli scambi fra l’occidente e Bisanzio. I barbari vedevano nella conquista dell’Italia la possibilità di accedere al mare, e di riprende la fruttuosa navigazione che in passato aveva fatto tanto ricco il mondo romano, ricchezza cui essi aspiravano. Così all’epoca di Teodorico, e poi nel primo secolo della dominazione longobarda nulla era sostanzialmente mutato, il commercio con Bisanzio fioriva e a esso cercavano di accedere anche i regni romano-barbarici oltramontani.

Tutto cambiò con l’emergere della religione mussulmana e la conquista del mediterraneo meridionale da parte dei califfi. 

Nel giro di pochi anni tutto il Vicino oriente divenne arabo, strappandolo all’Impero bizantino, e poi fu la volta dell’Egitto, dell’Africa settentrionale, passando alla penisola iberica.

I motivi di tale stupefacente avanzata furono molteplici, ma certo fra i più importanti va annoverata la stanchezza delle popolazioni per il fiscalismo bizantino e l’ottusa oppressione burocratica dei funzionari imperiali, che condussero all’accettazione dei conquistatori come liberatori.

A ogni modo Pirenne affermò che il mondo musulmano chiuse la porta ai commerci dell’occidente, fece del mediterraneo la propria zona di influenza e distrusse alla radice un assetto economico che era durato per secoli.

In tal modo l’economia occidentale fu costretta a riassestarsi intorno alla grande monarchia carolingia e ai suoi territori continentali fra la Francia e la zona renana, dando origine al feudalesimo.

Questa tesi è stata rivista dagli storici nel corso del novecento e sostanzialmente rigettata, sottolineandosi come anche l’economia feudale conosceva scambi commerciali e mercati e come non fosse interrotto il commercio con Bisanzio, soprattutto attraverso le città italiane.

Capitolationi rinnovate sotto sultan Ibraim,re degli ottomani. 24 gennaio- 2 febbraio  Costantinopoli
 L’immagine contiene la firma del sultano, simile ad albero di Natale, detta thugra.

Né mancavano rapporti diretti con il mondo musulmano.

In questo quadro emerse il ruolo di Venezia, città nata da pochi secoli sulle lagune venete, un tempo abitate da poveri pescatori ma poi, a partire dall’età longobarda, da importanti famiglie patrizie che fuggivano i nuovi invasori.

La laguna veneta divenne uno snodo importante per i commerci di Bisanzio, che consentiva il trasporto di merci pregiate verso il regno longobardo, ma anche la Francia e Roma.

Se nei primi secoli di vita della nuova entità amministrativa sorta nelle lagune vi furono scarsi empori a Torcello, Malamocco e altre località già nel IX secolo la nuova Venezia, aggregatasi nell’isola di Rialto, partì alla conquista dell’Alto Adriatico.

Va detto che nei primi anni del IX secolo i carolingi, subentrati ai longobardi nel Regno d’Italia, tentarono di far confluire le lagune venete nella loro sfera di influenza, ma il tentativo fallì per il deciso intervento della flotta bizantina.

Venezia rimase formalmente sottoposta a Bisanzio, ma nei fatti godette di un’autonomia molto larga, che avrebbe certo perduto all’interno dell’impero carolingio.

Fu così che la città lagunare inaugurò una politica espansiva nei confronti delle città concorrenti per il predominio dell’Adriatico, che vide quale momento culminante la distruzione di Comacchio nell’866, ripetuta poi nel secolo seguente. Il territorio da Pola a Ravenna, e il suo mare, già agli inizi dell’undicesimo secolo possono essere considerati zona di influenza veneziana

 Quale fu il ruolo dei mercanti veneziani in questi lunghi secoli dell’alto medioevo e quali documenti ne attestano la presenza e l’attività per epoche così arcaiche?

Per rispondere a queste intriganti domande dobbiamo in primo luogo riandare a quanto si diceva in merito all’arretratezza economica dell’Europa occidentale. L’Occidente non aveva molto da offrire al più progredito Oriente, né era in possesso di tecniche di navigazione che potessero rivaleggiare con quelle messe in atto dai greci, dagli illirici e dagli stessi mussulmani.

Nei primi secoli della vita di Venezia il commercio lungo l’Adriatico fino a Bisanzio fu appannaggio di questi ultimi, mentre a Venezia rimase il ruolo, peraltro non trascurabile, del trasporto delle merci provenienti da Bisanzio sui fiumi dell’Italia settentrionale per arrivare a Pavia, centro di commerci centroeuropei fino a Roma. Ma quali merci venivano scambiate?

Testamento di Maru, Maru “ancilla Dei” dispone per la salvezza della sua anima un lascito di 55 ceste di olive a favore di Lupone, abate del monastero di Santa Maria di Sesto, 26 aprile 847

Dall’Occidente giungevano agli empori veneziani per il trasporto in oriente due tipi fondamentali di merci; il legname e gli schiavi.

Per quanto riguarda il primo siamo in presenza della classica materia prima da lavorare e trasformare in navi o altri oggetti negli arsenali orientali.

Gli schiavi purtroppo abbondavano, né il cristianesimo aveva abolito formalmente la schiavitù.

I nemici sconfitti in battaglia continuavano a essere ridotti in schiavitù, così come gli infedeli, non soltanto seguaci di altre religioni, ma anche eretici da punire severamente.

 Anche praticato era l’invio di grano e sale verso Oriente.

Da quest’ultimo provenivano invece merci molti più raffinate ed elaborate, Le preziosissime spezie, la seta, panni purpurei, gioielli molto apprezzati dalle signore dell’aristocrazia carolingia.

Per tali motivi Venezia, potenza emergente nell’Adriatico settentrionale ma non ancora egemone, ritenne necessario stipulare patti con il regno italico ormai carolingio, ma a cui veniva riconosciuta una formale autonomia, che salvaguardassero la sicurezza dei commerci e l’autorità del doge su di essi.

Nascono così i meravigliosi documenti attestanti tali accordi, in numero di sette risultanti dal rinnovo con modifiche del primo, nati come documenti sciolti ma agli inizi del duecento riuniti insieme in volumi dai notai della cancelleria veneziana.

Il pactum più antico è dell’840, stipulato con l’imperatore Lotario, e testimonia del livello di specializzazione tecnica raggiunto dai notai veneziani che si dimostrano veri eredi dei notai romani.

Il pactum Lotharii definisce i limiti e le garanzie mediante le quali i veneziani potevano commerciare nel Regnum, Questo primo patto non è valido per l’intero regno d’Italia ma solo per zone costiere espressamente menzionate, che costituiscono il punto di approdo terminale del regno stesso. Quindi Istria, Fiume, Ceneda, Treviso, Vicenza Monselice, Gabello, Comacchio, Ravenna, Cesena, Rimini, Pesaro, Fano, Senigallia, Ancona, Umana (porto marittimo di Osimo ), Fermo e Punta della Penna.

Il cuore del pactum sta nella protezione dei mercanti veneziani da ruberie e sequestri, per i quali era garantito l’intervento dell’autorità del doge e la sua giurisdizione.

Nel secolo successivo il pactum fu rinnovato, sotto Ottone il grande, e conobbe importanti modifiche. Dopo la distruzione di Comacchio Venezia fu riconosciuta come il vero porto marittimo dell’Adriatico settentrionale e se ne valorizzava la funzione di snodo per lo scambio di merci attraverso i fiumi che permettevano di raggiungere Cremona, Milano, Pavia, e da lì territori oltramontani.

Il pactum fu dichiarato valevole per l’intero territorio del regno. Furono introdotte però clausole peggiorative per i veneziani, La competenza giiurisdizionale del doge su tutti i veneziani del regno fu abolita, mentre cessò la completa immunità fiscale per le imprese risalenti ai dogi in carica. Inoltre il tributo imposto a Venezia per la stipula del pactum fu aumentato a 50 lire veneziane.

A ogni modo rimasero importanti garanzie per il commercio veneziano. Gli imperatori ottoniani proteggevano il commercio veneziano lungo i fiumi, assoggettato al pagamento di modesti pedaggi, e assicuravano il risarcimento nel caso che i mercanti fossero depredati. Inoltre i veneziani ottennero la revoca della convenzione medievale secondo la quale in caso di naufragio i beni cadevano nelle mani dei signori locali, I naufragi erano frequenti, i greti minacciosi dei fiumi talora si rivelavano ostacoli insormontabili, e il rischio di perdere tutto sarebbe stato alto.

E’ evidente però che neppure queste previsioni normative potevano sottrarre sempre i trasporti alla brama dei signori locali, spesso potenti quanto i funzionari dell’imperatore e altrettanto avidi. Occorreva mettere in campo altre salvaguardie e i mercanti veneziani preferivano navigare in convogli, con diverse imbarcazioni ospitanti uomini armati, capaci di intervenire in caso di bisogno.

Nei secoli successivi continuarono con alterne vicende i rapporti commerciali fra Venezia e l’impero germanico, ed i pacta furono confermati con modifiche di vario contenuto e spessore. Il pactum rinnovato con Enrico IV stabilì un’importantissima clausola per la quale i mercanti del regno italico potevano commerciare, provenendo dal mare, solo a Venezia e non oltre. Venezia si vedeva riconosciuto un diritto di scalo per tutto l’impero occidentale.

Nel pactum stipulato con il Barbarossa fu sancita l’esenzione dalle tasse e dai dazi concessa a Venezia non solo per il regno italico ma anche per tutto lo stesso impero germanico. Del resto Venezia si era affermata senza rivali come il centro ineludibile dei commerci fra l’occidente e l’oriente bizantino. L’Occidente ormai poteva disporre di merci dal contenuto tecnologico più avanzato, rispetto all’alto medioevo, soprattutto sete e metalli, lavorati nello stesso occidente e spesso trasformati in armi molto appetite non solo a Bisanzio ma anche dal mondo musulmano.

I rapporti fra Venezia e l’impero germanico ebbero fine alla conclusione della ferrea lotta di Federico II contro i comuni, che portò all’assenza senza rimedio dell’autorità imperiale nell’Italia settentrionale.

Venezia stipulò allora patti con i sovrani a essa vicini, sempre di natura commerciale e attenti ai rispettivi interessi.

Il complesso dei pacta, conservati all’Archivio di Stato di Venezia, costituisce un patrimonio storico per certi versi unico al mondo, a testimonianza della capacità dello stato veneziano di produrre e conservare documenti tanto arcaici, laddove nel resto d’Europa solo le strutture ecclesiastiche si mostravano in grado di farlo, a cominciare dagli stessi imperi carolingio e germanico.

Fu probabilmente altrettanto sviluppata la conservazione documentaria nell’ambito dei documenti privati, prodotti dai notai su richiesta delle parti per sancire acquisti, vendite, donazioni, affitti testamenti.

Occorre dire al riguardo che per l’alto medioevo tali documenti sono, in ogni parte d’Europa, di provenienza esclusivamente ecclesiastica. Non sono rappresentate famiglie laiche.

Purtroppo l’invasione napoleonica e l’aggregazione del Veneto al Regno d’Italia napoleonico ebbero come effetto indesiderato la dispersione delle pergamene delle corporazioni religiose soppresse, concentrate senza particolare cura in palazzi in città. Il più antico documento privato conservato all’archivio di stato di Venezia è il testamento di Maru, di provenienza dalla chiesa di Santa Maria di Sesto in Silvis (Sesto al Reghena) in area udinese ed è dell’anno 847.

Questa profonda attenzione alla conservazione documentaria non andò perduta nei secoli dell’impero veneziano nel mediterraneo e ci ha lasciato splendidi esempi calligrafici, a cominciare dai trattati con l’impero ottomano, detti firmani, vergati in scrittura e lingua ottomana con l’elaborata firma del sultano detta thugra, poi riportati in caratteri latini.

Bibliografia essenziale

RAFFAELE SANTORO, Gli ordinamenti originari degli archivi, EUT Trieste 2018

PAOLO CAMMAROSANO, Italia medioevale. Struttura e geografia delle fonti scritte, NIS, 1992

FREDERIC C. LANE, Storia di Venezia, Einaudi 1978

GERHARD ROSCH, Venezia e l’impero 962-1250, il Veltro 1985

I documenti archivistici, architravi dello Stato veneziano ultima modifica: 2022-10-05T18:54:44+02:00 da RAFFAELE SANTORO

VAI AL PROSSIMO ARTICOLO:

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento

sostieni ytali.com

la sua indipendenza dipende da te

YTALI.COM È UNA RIVISTA GRATUITA E INDIPENDENTE. NON HA FINANZIATORI E VIVE GRAZIE AL SOSTEGNO DIRETTO DEI SUOI LETTORI. SE VUOI SOSTENERCI, PUOI FARLO CON UNA DONAZIONE LIBERA CHE ORA È ANCHE FISCALMENTE DETRAIBILE O DEDUCIBILE DAL TUO REDDITO, PERCHÉ SIAMO UN’A.P.S. ISCRITTA AL R.U.N.T.S. (art 83 Dlgs 117/2017)