Per credere che nevicherà ancora

sulla poesia di Giancarlo Sissa.
GABRIO VITALI
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Ogni tanto, nel tempo, Dio ci butta fra i piedi una creatura straordinaria, ci fa inciampare, a ritroso, in noi stessi. Allora ascoltiamo quella canzone, leggiamo quel libro, ritroviamo un vecchio disegno a matita. E torniamo a stupirci. E sappiamo d’essere chi siamo. Non sprechiamo più l’acqua. Usciamo dall’ammirare.

Così Giancarlo Sissa in un brano di forse involontaria dichiarazione poetica, destinato a Tamen, il suo nuovo libro, in parte antologico, di prossima pubblicazione presso la Moretti&Vitali. Per questo autore sembra pertanto che il fare poesia sia, in primis, il processo e il risultato di un lavoro che la parola compie sullo stupore di chi scrive, orientandone e riorientandone pensiero e percezione. E stabilendo ogni volta un’ipotesi di risemantizzazione dell’esperienza; vale a dire di ricostruzione della verità e del valore di un lacerto di esistenza che quella particolare costruzione di parola riposiziona in noi. Si opera così, per l’autore e per il lettore (“Perché ci sia poesia, bisogna che i poeti siano almeno due: uno che la scrive e uno che la legge”), un atto poetico duplice e retroattivo: di rivelazione, per un lato, cioè di visione straniante della realtà attraverso il velo di un nuovo significato da parte di chi scrive; e di autenticazione, per altro lato, cioè di accoglimento e di reciprocità da parte di chi legge o ascolta. 

Le tecniche della scrittura poetica fermano e fissano ogni tempo significativo di un tale processo in un testo, che amplia e intensifica la propria possibilità di significato in ogni dilatazione di lettura e di condivisione. Avviene, così, ogni volta un cambiamento di qualcosa attorno e dentro di noi: o una trasformazione magari solo percettiva del reale, o anche, forse, una rivoluzione importante nel nostro pensiero, magari appena avvertita:

… la poesia, la scrittura, la parola sono la possibilità di stringere un nuovo patto con se stessi e con la propria vita, in qualsiasi momento si sia disponibili a farlo … è questa quella che chiamo l’ipotesi di un nuovo inizio.

A parere di Sissa, questo vale sia per il poeta che scrive, che per il lettore che risponde, poiché

anche leggere è una responsabilità, non solo scrivere, anche amare»; e per chi la scrive, come per chi la legge, dice ancora, «la poesia è un esercizio di coscienza, una assunzione di responsabilità che mette in opera la parola, che agisce l’essere, che incontra il mondo.

Ѐ allora la risposta del lettore, in ultima analisi, che completa e ogni volta riapre un’opera di poesia. La fa durare.

Ma ancora non basta:

Prima di parlare di poesia bisognerebbe aver in contrato i secoli. E le proprie mani piene di lavoro e di silenzio. E non vantarsene ma ricominciare ogni giorno. E non vantarsene ma bruciare sottovoce nel fuoco del buio. E non fingere di sapere. E non vantarsene. In riva al destarsi. In riva. Al destarsi. Non vantarsene.

La postura di umiltà morale e di inesausta interrogazione nei confronti della realtà, da quella più intima che attiene al manifestarsi della persona propria e altrui, a quella più esteriore che attiene al portato della storia attraversata, appare con pregnante efficacia in questa nota di poetica non richiesta con cui Giancarlo Sissa conclude Archivio del Padre (MC edizioni, 2020), il libro che prosegue e matura un percorso di scrittura poetica che ha cercato un compimento progressivo e, insieme, una particolare riorganizzazione formale, registrati per la prima volta in un libro, Il bambino perfetto, pubblicato da Manni nel 2008, e che avranno conferma e sviluppo in altre due raccolte, l’una precedente e l’altra coeva. Vale a dire di Persona minore, edita nel 2015 da Qudulibri, e di Senza titolo alcuno, proposta nell’antologia Sospeso respiro. Poesia di pandemia, pubblicato da Moretti&Vitali nel 2020. Ѐ come se Giancarlo avesse avvertito una certa stanchezza nell’adozione di un verso – caratterizzato secondo Alberto Bertoni da una “musicalità spiccata, abbastanza forte e riconoscibile» da un lato e da «una rabbia atavica, in certo senso padana e autobiografica” dall’altro – che aveva segnato la grande e riconosciuta qualità  poetica delle raccolte precedenti (Laureola del 1997, Il mestiere dell’educatore, del 2002 e Manuale d’insonnia, del 2004, poi antologizzate in Autoritratto, poesie 1990-2012, pubblicato nel 2015 da Italic/Pequod), ma che ora gli sembrava restasse al di qua della sua necessità di conciliare entrambi quei fattori in un’unica e riuscita fusione musicale e prosodica di canto e di grido. Egli si è cimentato allora in una prosa lirica che, pur circoscrivendosi in testi di tipo gnomico-descrittivo e a volte di brevità apodittica, mantiene e sviluppa nella pagina la funzione diegetica adottata da chi voglia soprattutto analizzare, capire e raccontare storie e situazioni che abbiano sostanziato il suo autentico Bildungroman personale e poetico.

Nel febbraio di quello stesso 2020, Sissa scriveva infatti sulle pagine di Menabò:

La poesia è un processo conoscitivo che attraversa la storia. Non un annuncio di verità quanto piuttosto la possibilità di riconoscere la realtà della condizione umana nell’ambito della quale soltanto si carica di significato ciò che crediamo di sapere. La poesia è un dialogo fra i molti “io” […] disseminati e compresenti nell’esistenza di ognuno di noi e che continuano a fiorire in modo anche involontario perché sono la vita. Un dialogo fra gli “io” intrisi d’altro tempo, menzogne, ipotesi e ricordi che concorrono a dare struttura a noi stessi, alla nostra identità, alla nostra storia. […] La poesia è quindi pluralità, colloquio, urto, scontro, altra parola della storia, della tradizione, del reale, del quotidiano, delle malattie dell’esperienza. La poesia è la sincerità che sopravvive all’incandescenza dell’autobiografia. […] La poesia è l’invenzione di un lettore, di un compagno col quale condividere il pane. La poesia è dunque una responsabilità e il contrario della rimozione. La poesia è il grado massimo dell’esposizione senza cautela, è anzi la reciproca ospitalità perché ogni uomo è la casa dell’uomo. 

Ecco che, quindi, in Archivio la figura scomparsa del padre operaio e le sue parole impersonano nella memoria del figlio il valore archetipico di un modo di stare nella vita e di raccontarla:

L’operaio che amava i libri mi ha insegnato a leggere e a disegnare. A cercare anima ovunque. A mani aperte. 
Ogni alba conteneva già la sua morte fiorita nella vita sottosopra.
La forza è una resa. Sogno che supera il sogno.
Morte che conosce sé stessa.
Le possibilità della gioia hanno molto a che vedere con la necessità di ascoltarsi nel mondo del silenzio. In riva alla morte. […]
Mio padre sgusciava le noci con grande lentezza. Meditando lasciandosi. Meditare. Raccoglieva i frutti sgusciati in una tazza e ce li donava. E i mandarini luminosissimi sul tavolo. Come ben sanno Santa Lucia e la Befana.
Mio padre non aveva paura di niente. 

In un dialogo a distanza e, poi, in assenza, Sissa ricostruisce così episodi e ambientazioni del suo rapporto col padre nell’infanzia, li mette in relazione con momenti dolorosamente intensi della propria vicenda di adulto, li confronta con i ricordi dell’immagine paterna di sua sorella (di cui riporta nel libro alcune pagine di diario) e li confronta con le storie di personaggi insieme eccentrici e tipici di quel mondo “minore”, dove le parole che dicono di povertà e sbandamento, di marginalità e fatica, di reazione e sconfitta contrappuntano di pietas e di sapienza la cruda autenticità della vita. I tratti di persone e di cose affrescano così lo scenario di un orizzonte esistenziale di accoglimento della sorte e insieme di forte resilienza. 

Leggiamo in sequenza, brani che sembrano estratti dal testo di una preghiera e, a volte, di un salmo:

…io e te papà siamo poveri. Lo siamo da secoli e lo saremo. Non c’era e non c’è nulla da tradire. Ognuno fa quello che può. Solo chi ha fatto. I soldi si è fatto. 

Padre padre mio. Quanta ingiustizia deve attraversare ogni volta i secoli dei secoli per condurci alla riva della morte. Quanta ingiustizia è necessaria per rinascere. 

Padre caro ti somiglio. Sorrido come te. Mi siedo come te. Di là dal tavolo ho la tua stessa voce. Fra poco non mi ascolteranno. 

Quanta paura fa il padre buono. Dopo di lui non ci sono più scuse. 

Scrivere e tacere padre caro quello. Che succede è che si parla troppo. E male che ci si scorda che. Non si capisce più di tanto. […] Capire meno costringe a cercare nuova casa. Pietà per i padri che si rompono. Le parole che circondano la parola padre come acqua del mattino. 

Con poche parole. Tutte buone. 

Ascoltare il cielo serve per credere. Che nevicherà ancora. Quel sale di luce. Che cuoce il pane accanto. Al fuoco dei giorni. Nel monitor della sconfitta. 

Stabilita, così, la postura da assumere verso il mondo e verso la poesia che lo significa e lo racconta, per caratterizzare uno stile bisognava ora trovare una coerenza tecnica che facesse consistere, sulla pagina e nella mente, quel significato e quel racconto.

Di qui la nuova “maniera” che il poeta è venuto adottando: il linguaggio poetico di Sissa mantiene il dettato della prosa, che si rivela come il canone più adatto a redigere sequenze di discorso cadenzate in un lasso di tempo circoscritto dall’indicazione delle date di composizione, «perché l’ordine cronologico è – dice l’autore – una poetica naturale». I testi di Archivio si presentano perciò nella struttura stenografica del diario, nella quale l’organizzazione paratattica di frasi brevi e compiute registra e collega la successione di dati della realtà, di squarci di riflessione, di moti del sentimento e di rimandi di memoria, quasi a configurare sulla pagina lo svolgersi in presa diretta del pensiero poetico dell’autore. Sissa inserisce, però, in modo volutamente improprio i segni di interpunzione, creando delle slogature sintattiche che spezzano le frasi – come fanno gli enjambement nei testi in versi – e producendo un andamento sincopato e frammentato della diegesi, così da interrompere il fluire facile della lettura e intensificare passaggi di discorso e singole parole per fermare e coinvolgere l’attenzione di chi legge: 

Io sono morto alcune volte. E di qualcuna di quelle. Morti mi vergogno. Di altre sono. Fiero. La volontà. Della poesia è cieca. Esiste come può. Nel tuono silenzioso. Dei fiori di girasole. Chi non lo sa appartiene. A un sistema di potere che combatto. Solo che. Chi. Chisse. Se ne frega.

Archivio del Padre
di Giancarlo Sissa
prefazione di Pasquale Di Palmo
MC edizioni, 2020, prezzo: euro 14,00

La ricerca amorosa dell’oltranza nei sonetti di Marcello Marciani, di Giancarlo Sissa
Una nuova lente per capire il Sud e i sud nella poesia di Lino Angiulli, di Sergio D’Amaro
Dialogare in dialetto con le ombre. La poesia di Renzo Favaron, di Pasquale di Palmo
Trasparenza e spaesamento nel viaggio poetico di Monica Guerra, di Giancarlo Si
Un tempo umile / uno splendore semplice nella poesia di Annalisa Ciampalini, di Giancarlo Sissa
Camminare la poesia col quaderno in tasca, il centro della periferia, di Giancarlo Sissa
Duole il mondo, dove la lingua batte, di Gabrio Vitali
La grazia oltre il confine del giudizio, di Giancarlo Sissa
La bicicletta umanizzata di Paolo Fabrizio Iacuzzi, di Pasquale Di Palmo
Si allontanano i cavalli, arrivano i topi nella poesia di Alberto Bertoni, di Gabrio Vitali
L’epica dell’ulivo in Giuseppe Cinà, di Gabriella Galzio
La rapsodia dei senza voce nella poesia di Nadia Agustoni, di Gabrio Vitali
La luce dell’ora bassa nella poesia di Giusi Quarenghi, di Gabrio Vitali

Per credere che nevicherà ancora ultima modifica: 2022-10-06T13:23:19+02:00 da GABRIO VITALI
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