Una cesura nella storia dell’Italia

Pubblichiamo un articolo di Angelo Bolaffi, apparso sulla “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, a commento del recente voto italiano e della vittoria di Giorgia Meloni.
ANGELO BOLAFFI
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Pubblichiamo la traduzione in italiano di un articolo di Angelo Bolaffi, apparso sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung [nell’immagine di copertina]

Una Zeitenwende italiana: questo il significato dell’affermazione del partito guidato da Giorgia Meloni nelle elezioni politiche di domenica scorsa. Un mutamento epocale, simbolico-culturale prima ancora che politico, che segna una cesura forse irrevocabile nella storia del paese. La vittoria del partito il cui simbolo, la fiamma tricolore, esprime la voluta continuità con la tradizione del post-fascismo italiano, rimette infatti in discussione il fondamento sul quale era nata la Repubblica italiana (e la sua costituzione) dopo la fine della Seconda guerra mondiale: il valore della lotta antifascista e il significato della Resistenza. Questo è il vulnus spirituale che di fatto la scelta di un quarto degli elettori italiani ha inferto alla democrazia del Bel paese.

Si racconta che alla fine degli anni Settanta del secolo scorso Giorgio Almirante, segretario del Movimento sociale italiano, il partito che rivendicava per se l’eredità politico-ideologica del fascismo mussoliniano anche di quello della Repubblica di Salò, tornando verso Roma da una manifestazione svoltasi nel Nord d’Italia, si fosse fermato per mangiare in uno di quegli autogrill dell’Autosole simboli dell’Italia del miracolo economico neocapitalistico. Una protesta spontanea dei lavoratori che entrarono in sciopero dichiarando Almirante persona non grata costrinsero lui e suoi accompagnatori a cambiare programma e a riprendere il viaggio. Se Giorgia Meloni avesse fatto o tanto più oggi facesse sosta in quello stesso luogo probabilmente anche questa volta i lavoratori (uomini e donne) smetterebbero di lavorare. Ma per applaudirla ed esprimerle il loro sostegno politico.

Cos’è successo all’Italia, perché questa spiazzante metamorfosi politico-culturale dell’opinione pubblica italiana? Questo è il fenomeno che cerca una risposta. Non il timore di una impossibile riedizione del fascismo come invece hanno sostenuto certe preoccupate (superficiali quanto affrettate) prese di posizione di esponenti politici e analisti europei. Come tutti i rilevanti avvenimenti politici e culturali anche la vittoria di Giorgia Meloni ha una preistoria. Il passaggio fondamentale sul cammino se non della aperta riabilitazione del passato fascista quanto meno del superamento del tabù che aveva caratterizzato la vita della cosiddetta Prima repubblica fu la scelta di Berlusconi di includere, nel dar vita a una alleanza di centro-destra, il partito postfascista guidato da Gianfranco Fini.

Un esponente quest’ultimo che, occorre dirlo a onor del vero, al culmine di un radicale processo di revisione politica del suo giudizio storico sul fascismo è entrato in aperta collisione, uscendone politicamente sconfitto, con Silvio Berlusconi. Non c’è dubbio: alcune sorprendenti coincidenze cronologiche fanno impressione a cominciare dal fatto che con molta probabilità Giorgia Meloni riceverà l’incarico di formare il nuovo governo, prima donna nella storia dell’Italia post-risorgimentale, proprio nei giorni in cui ricorre il centenario della Marcia su Roma guidata da Benito Mussolini il 28 ottobre del 1922.

Giorgia Meloni con Santiago Abascal, il leader del partito di destra radicale spagnolo Vox.

Anche alcune sue apparizioni pubbliche come quella in Spagna a una manifestazione del partito di destra VOX (chi vuole può trovarla su youtube) con un comizio dai toni apertamente franchisti e falangisti appaiono allarmanti e preoccupanti. E tuttavia, ripetiamo, sarebbe non solo un errore ma assolutamente fuorviante ritenere che in Italia il fascismo sia ante portas. E non solo perché Giorgia Meloni guiderà il suo governo da Palazzo Chigi e non certo da Palazzo Venezia e quando entrerà nella stanza del potere non verrà scortata dalla milizia in camicia nera ma dagli elfi della sua amata saga del Signore degli anelli. Nell’adiacente via del Corso potrà osservare i giovani romani che sciamano molto rumorosi ogni giorno a gruppi non certo per protestare contro una “vittoria mutilata” ma per godere del lussuoso e disimpegnato piacere della movida. Probabilmente nessuno di loro sa, anche chi ha forse votato per il partito di Giorgia Meloni, chi sia stato Gabriele D’Annunzio e cosa fu l’impresa l’impresa di Fiume e la Carta del Carnaro. Mentre sicuramente sono tutti accesi fan del gruppo musicale dei Maneskin che hanno rumorosamente espresso la loro delusione di antifascisti militanti. Qualcuno tra loro avrà forse distrattamente nell’ultimo anno del liceo letto qualche verso di Giovanni Pascoli ma non sicuramente la sua ode “alla piccola proletaria che si è mossa”, all’Italia alla vigilia della Prima Guerra mondiale. Il fascismo, quello con la F maiuscola, appartiene irrevocabilmente “an seiner Epoche”. Ma questo non rende affatto meno inquietante il successo del partito dei Fratelli d’Italia (FdI) guidato dalla Meloni per chi in Italia ha a cuore il destino politico della sua democrazia e il futuro dell’Europa. Un successo che come abbiamo provato a ricordare ha ragioni profonde e lontane. Una cosa oggi appare certa: nonostante decine di migliaia di manifestazioni, libri, incontri, film e convegni l’Italia non ha fatto veramente e fino in fondo i conti col fascismo.

La Vergangeheitsbewaeltigung italiana è stata parziale e limitata. In molti casi è stata superficiale e retorica, spesso colpevolmente rituale. Tutto sommato ristretta a una cerchia politico-intellettuale lasciando assolutamente indifferenti coloro, e sono la stragrande maggioranza, che vennero polemicamente definiti da chi si oppose al fascismo “afascisti”. Risultato? “La memoria che del fascismo hanno gli italiani” ha affermato con inusuale durezza il cardinale Camillo Ruini, Vicario di Roma con Wojtyla e Ratzinger, per sedici anni a capo dell’episcopato italiano, “è troppo benevola”. Provate a leggere il romanzo, per altro molto bello, di Antonio Pennacchi intitolato Canale Mussolini e si capirà cosa voglio dire. E qual è oggi in Italia lo stato dell’arte in tema di rielaborazione critica del passato.

A spiegare la dinamica dei processi politici e quindi anche la vittoria del partito guidato da Giorgia Meloni non bastano ovviamente solo i processi di lunga durata, come quelli cui abbiamo fatto cenno. Ma entrano in gioco anche ragioni contingenti: a cominciare dagli errori e dalle scelte sbagliate dei suoi avversari. In primis quelli di una sinistra litigiosa e divisa, eternamente in bilico tra un populismo gauchiste ipocritamente pacifista, antieuropeista e antiamericana, e la scelta di un moderno riformismo capace di declinare assieme gli ideali della giustizia sociale e i valori dell’individualismo liberale. Oltreché dell’europeismo e dell’atlantismo. Inoltre ha giocato a favore di FdI un sistema elettorale iniquo che anziché favorire la partecipazione ha provocato, un vero e proprio record europeo, il 36 per cento di astensionismo: un elettore su tre e non solo nel Mezzogiorno non è andato a votare. Ma sicuramente un peso determinante ha avuto la scelta assolutamente irresponsabile di mandare a casa il governo Draghi che aveva guidato con mano sicura la campagna di vaccinazione anticovid, la ripresa economica e produttiva del paese dopo lo shock del lockdown, e soprattutto ricollocato l’Italia nel suo giusto ruolo di potenza europea schierata senza se e senza ma al fianco dell’Alleanza atlantica a sostegno dell’Ucraina in guerra contro l’aggressore russo. Una scelta di cui la foto con Macron e Scholz sul treno verso Kiev è diventata simbolo iconico.

Togliere la fiducia al governo Draghi è stata una decisione dissennata dannosa per l’Italia e per l’Europa. E non come qualcuno ha sostenuto un passo verso il ritorno ad un “corretto” processo della formazione della volontà democratica. Una camarilla di partiti anziché approfittare della “reggenza Draghi” per rinnovarsi programmaticamente ha come un apprendista stregone messo in moto un processo che li ha travolti. E fatto apparire il partito di FdI agli occhi degli elettori se non la scelta migliore sicuramente quella “meno peggio”. Elettori che, nonostante l’altissimo indice di gradimento nei confronti del governo Draghi, hanno votato, paradosso altrimenti incomprensibile, per l’unico partito, quello di Giorgia Meloni, che dall’opposizione ha quanto meno dimostrato coerenza e determinazione. Ma adesso finita la campagna elettorale durante la quale in Italia è possibile dire tutto e il contrario di tutto, e Giorgia Meloni ha dimostrato davvero un “talent for ambiguity” (Financial Times), iniziano per lei i problemi. A cominciare dalla formazione di un governo che dovrà essere necessariamente di coalizione con alleati, la Lega di Salvini e Forza Italia di Berlusconi, fortemente ridimensionati ma proprio per questo rissosi e rivendicativi. Inoltre Meloni ha solo esperienza politica ma nessuna esperienza di governo. Né può far conto sul suo partito, privo totalmente di competenze e specialismi.

Su un punto però Meloni non ha lasciato margini di ambiguità: sulla sua scelta di campo filo-occidentale e atlantista. Dall’opposizione, infatti, ha sostenuto Draghi nella sua decisione di aiutare militarmente e materialmente l’Ucraina. A differenza di quanti come Berlusconi, l’esponente del movimento Cinque Stelle Conte e il leghista Salvini che hanno, invece, mostrato di essere “sensibili” alle ragioni di Putin. Magari nascondendosi dietro le molto discutibili indecisioni di Papa Francesco. E questa grande divergenza getta un ombra di dubbio sul futuro di un governo che deve ancora nascere.

La seconda ipoteca si chiama Europa. Anzi: quale Europa. Alla vigilia delle elezioni Giorgia Meloni si è apertamente schierata contro la decisioni della Commissione europea prendendo le difese del governo Orbán. E ha ad alta voce affermato che il suo governo farà sentire a Bruxelles le “ragioni” dell’Italia per mettere fine a quello che lei definisce il “predominio” dell’asse renano franco-tedesco. Se dovesse essere confermato tale atteggiamento è sin troppo facile prevedere giorni difficili certo per l’Europa ma soprattutto per l’Italia (e per il governo Meloni). L’Italia non è l’Ungheria: per ruolo geopolitico, peso economico e cultura politica. La profonda modernizzazione italiana iniziata nella seconda metà degli anni Settanta ha segnato la conquista di diritti di emancipazione sociale e individuale. Con la legge sul divorzio e quella sull’aborto le donne italiane sono diventate protagoniste della vita del paese. Hanno conquistato diritti che nessuno può ragionevolmente pensare di poter rimettere in discussione. Non troverebbe neppure l’appoggio della chiesa cattolica.

Viktor Orbán e Giorgia Meloni

Come poi Giorgia Meloni pensi sia possibile attuare in Europa una politica nel segno dell’”Italy first” dai vaghi e minacciosi toni trumpiani appare un mistero al limite dell’azzardo. E questo per almeno due ragioni: la prima è di natura economica. L’Italia ha, infatti, bisogno del sostegno europeo per realizzare le riforme necessarie alla sua economia e alla modernizzazione del suo apparato amministrativo. Ma soprattutto ha bisogno della fiducia di Bruxelles quale garanzia nei confronti dei mercati che altrimenti, come già capitato in passato, renderebbero insopportabile il peso finanziario del suo debito pubblico. L’Europa ha scommesso sulla competenza e l’affidabilità di Mario Draghi concedendo consistenti, secondo alcuni paesi sin troppo generosi, aiuti finanziari. Ma adesso con l’uscita di scena del vecchio Presidente della Bce potrebbe succedere di tutto. Anche perché la parte più produttiva del paese, quel nord-est popolato da piccole medie imprese che ha fatto dell’Italia la seconda potenza manifatturiera dell’Europa continentale, che ha abbandonato la Lega Nord e votato per FdI è strutturalmente connesso col sistema produttivo del capitalismo renano. E, in particolare, legato alla catena della produzione di valore dell’industria tedesca. La seconda ragione è di natura politica.

L’Italia, infatti, solo con la parziale eccezione di una parte della politica e dell’opinione pubblica tedesca, è l’unico paese dell’Unione che da sempre si è fatto sostenitore delle ragioni di una concezione federalista del progetto europeista contro il cosiddetto “egoismo” degli Stati sovrani. E questo Giorgia Meloni lo sa o lo dovrebbe sapere. O davvero pensa di andare allo scontro con Francia Germania sostituendo la bandiera azzurra del Manifesto di Ventotene con quella sgualcita del “sacro egoismo” di mussoliniana memoria.

Angelo Bolaffi insignito dal presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier della croce di Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica federale di Germania. Il 7 luglio, il prestigioso riconoscimento gli è stato consegnato dall’ambasciatore di Germania a Roma, Viktor Elbling, presso la sua residenza di Villa Almone. 
Una cesura nella storia dell’Italia ultima modifica: 2022-10-06T17:22:33+02:00 da ANGELO BOLAFFI

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