Non solo un poeta che scrive poesie

La scrittura di Thierry Metz.
RENZO FAVARON
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La mia non vuole essere una lettura critica, ma quella di un lettore che è stato come abbacinato da un raggio di sole. Non posso tacere che conoscevo già le Lettere all’Innamorata e che, per il mio puro e semplice piacere, avevo tradotto più di qualche pagina. Non solo: mi era altresì familiare Le journal d’un manoeuvre, forse l’opera più nota di Tierry Metz, dove troviamo il poeta all’interno di un cantiere edile alle prese con pala e piccone. Già, proprio così: è lì, “con le parole della preistoria”, che cominciava a mettere a punto e ad affinare la sua scrittura, mentre eseguiva lavori per i quali era richiesta quasi soltanto forza fisica e una muta condiscendenza alle sollecitazioni del capomastro e del muratore. Sradicato dal presente e dalle mode, Thierry Metz, con Le journal d’un manoeuvre, non si limitava per altro a descrivere fatti visti e vissuti, ma attraverso di esso andava definendo un’identità comprensiva dell’uomo che si guadagnava da vivere con il sudore della fronte e dell’uomo a cui non era meno necessaria la scrittura per vivere. Quindi, sfogliare e leggere queste Lettere all’Innamorata a cura di Pasquale Di Palmo e pubblicate dall’editore rodigino Il Ponte del Sale, è stato come riprendere in mano e riassaporare il piacere che può dare uno di quegli oggetti che mettiamo in una piccola custodia e di cui si può dire che il valore non deriva dal materiale di cui è composto, ma dalla bontà della sua lavorazione e da altri fattori. In questo senso, mi sento di affermare che il pregio di Lettere all’Innamorata è quello di essere il risultato di un paziente processo di distillazione, oltre che di un lavoro attento di elaborazione e di sottrazione, tutte cose che portano a pagine scevre di dettagli ridondanti.

Un po’ d’acqua.
Un po’ di terra. 
Mi fai capire. E io capisco.
Un dolore.

In queste poche righe, scelte non a caso, è racchiuso il nucleo infuocato che si ritiene all’origine delle lettere, lettere attraverso cui si dà conto di un’intesa e della comprensione di uno stato d’animo condiviso e che può al tempo stesso rinsaldare non meno che sfaldare la stabilità e l’unione della coppia. Comunque, in esse è assente qualsiasi volontà di stupire. Thierry Metz è poeta per il suo modo di essere, non perché scrive poesie. Anzi, dall’inizio alla fine la dizione poetica che si coglie è quella di una voce sull’orlo del silenzio, di una voce che sembra intenta ad osservare e ad ascoltare, più che a dire.

Il tuo silenzio contro me.
La notte. E lontano nella campagna un ululato.
Noi siamo lì, nel letto che si assottiglia: 
impercettibili fino a domani.

Qui e là, fugacemente ma insopprimibilmente, si affaccia Vincent. Vittima di un incidente stradale, il ricordo del figlio perduto doveva occupare ossessivamente la mente del poeta. Discretamente e quasi rispettosamente, però, è fatto entrare nelle lettere:

Fin dove scriverti? Fino al sonno? Fino ai girasoli?
Vieni.
Dietro il lavoro c’è una siepe. E una morte. Di bimbo.

In parte lo si è già accennato, ma si può supporre che, perso l’amato Vincent, si sia aperta una voragine in cui era difficile per il poeta stare attaccato alla realtà, tanto che sono evidenti i segni di una lacerazione insanabile e nondimeno si dimostra capace di mettere nero su bianco sentimenti di rara intensità che si accompagnano ad un linguaggio di potente espressività e di stremata profondità.

Ma quando un essere muore niente brucia tanto,
per lui, come il suo dio interiore. Niente lo risparmia.
Noi, noi siamo laddove si cancella tra gli oggetti,
dietro il suo viso.

Leggendo questa lettera, ci si può domandare: «Chi è l’innamorata?». Come lo è lui per lei, l’innamorata è un appiglio per non perdere e insieme per conservare la sintonia con il mondo. Lui, il marito e l’osservatore attonito, ne accoglie le parole ed è forse grazie a lei se non “cade al di fuori” del tempo.

… ci sono i bambini, hai ragione.
Uno piccolo, uno grande.
Adesso so fin dove scriverti.
Con loro.

Questa relazione di sincronia e risonanza, esercitando un’azione positiva sulla capacità di inibizione, ispira lettere in cui il tempo proprio è riconciliato al tempo del mondo e degli altri. Allora si può:

Uscire dalle nostre parole, semplicemente, come
passeri per abitare la lingua madre
delle nostre mani.
Mi bagno dove passi.
Tu sei quella che versa l’acqua.

Lei è vicino, al punto da non essere solo la destinataria delle lettere, ma: «Delimito ciò che non può cancellarti», le scrive. «Affidandoti la scrittura. E la sua mano».

Thierry Metz (da En attendant Nadeau)

Non sempre il contatto è simpatetico, ma attraversa fasi di squilibrio e di attrito che, per quanto contrassegnate da “parole che vanno a toccare il fondo”, non sono tuttavia inutili e perniciose al mantenimento di una buona sintonia. Tutt’altro, risultano: “Necessarie alla continuità”.

A volte, è vero, nelle lettere entra lo scoramento, l’affanno e lo shock di fronte al mistero:
C’è qualcosa di incerto.
Di ineffabile.
Che non si spegne mai.

Comunque, Lettere all’Innamorata è un libro sostenuto da una volontà di riconciliazione, di ri-sincronizzazione, di equilibrio.

Sappiamo che a un certo punto il tempo è passato su Thierry Metz, da e di fronte a lui, superandolo. E il pensiero non può che tornare a Vincent, alla lettera in cui il bambino:

…ci accompagna fino al letto,
ci chiude gli occhi…

Concludendo, occorre dare il giusto risalto alla traduzione di Pasquale Di Palmo, tanto fedele quanto efficace a riprodurre il significato contestuale in maniera sottile ed accurata rispetto all’originale.

Lettere all’Innamorata
di Thierry Metz 
traduzione e cura di Pasquale Di Palmo, 
Il Ponte del Sale, 2022, 
Prezzo. euro 22,00

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Non solo un poeta che scrive poesie ultima modifica: 2022-10-07T21:05:22+02:00 da RENZO FAVARON
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