Quelli che stanno al margine

Venticinque anni fa, il 12 ottobre, moriva don Luigi Di Liegro. Uno straordinario personaggio, carismatico nella sua autentica sempicità e abnegazione per il prossimo. Vogliamo ricordarlo con un’intervista concessa al manifesto.
GUIDO MOLTEDO
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Venticinque anni fa, il 12 ottobre, moriva don Luigi Di Liegro. Fu figura di rilievo negli anni che segnano la nascita e la crescita repentina della Caritas Diocesana di Roma, da lui ideata e diretta, dal novembre del 1979 fino al termine della sua vita. Interlocutore decisivo della vita cittadina, giunte, realtà ecclesiali, forze civili e politiche dovevano confrontarsi con lui e con la sua strategia tesa ad alleviare le sofferenze degli esclusi. Al momento della sua morte, la sua azione pastorale aveva ormai ampiamente superato i confini di Roma. Uno straordinario personaggio, carismatico nella sua autentica sempicità e abnegazione per il prossimo, vogliamo ricordarlo con un’intervista concessa al manifesto e pubblicata il 31 gennaio 1988.

Roma tappezzata di manifesti del Pci che dicono: i comunisti dalla parte dei poveri. Il termine “povero” – e non “emarginato” o “escluso” o, soprattutto, “proletario” – appare prepotentemente anche nel linguaggio di un partito di sinistra, che tra l’altro si è attirato accuse di arcaismo politico per la sua battaglia parlamentare sul minimo vitale. Di poveri e di povertà, ce ne sono tanti tipi, ci vien detto in questi giorni da editorialisti e sociologi. Noi siamo andati in un luogo frequentato esclusivamente da poveri-poveri: la mensa della Caritas diocesana di Roma a Colle Oppio, una delle tre nella capitale. Lunghe file fuori e dentro, è un salto nel terzo mondo: in gran parte sono africani, con sprazzi di teste bionde, i polacchi che agli incroci lavano i tergicristalli, capannelli di arabi e di mendicanti italiani. Tanti giovani, gruppi di famiglie, bambini. Il cibo è buono e tanto, e non c’è affatto il clima della povertà e dell’elemosina nella mensa.

Un servizio ben fatto.

Monsignor Luigi Di Liegro, che dirige la Caritas diocesana, ci porta in giro nei locali, tutti lo salutano e per ognuno c’è una parola di attenzione particolare.

Allora, don Luigi, che reazione le suscitano quei manifesti del Pci?
Ormai c’è una convinzione nei partiti, compreso il Pci, che i poveri possano essere un grosso serbatoio di voti. Io voglio avvertire che i gruppi di volontariato agiranno come i Cobas, in modo da smentire questa aspettativa, che da un punto di vista culturale e politico ci fa arretrare moltissimo. Un partito, forse, non deve parlare né di poveri, né di emarginati, né di categorie di persone: deve parlare di diritti che devono essere rispettati, per tutti i cittadini. Deve lottare perché non si creino e perpetuino condizioni di disparità e diseguaglianza. Si sta tornando molto indietro rispetto allo stato sociale di cui si era tanto parlato e che aveva prodotto anche risultati molto importanti. Compreso quello di vedere il cittadino, qualunque cittadino, nella sua globalità di interessi ed esigenze e non l’handicappato, il povero, l’emarginato, il malato di mente. Il cittadino. Che può avere diversi bisogni e non deve vedersi abbandonato dallo stato sul marciapiede, perché è di una categoria dimenticata. Preferirei che il Pci tornasse a fare le battaglie per il rispetto dei diritti fondamentali, come il diritto alla casa, il diritto al lavoro, il diritto alla salute, il diritto a una formazione culturale, e parlasse meno dei poveri che ci sono, ma sono frutto anche di un disimpegno politico.

Lei si riferisce anche alla battaglia parlamentare per il minimo vitale?
Mi trovavo in Francia quando se n’è discusso. Vorrei documentarmi meglio. Comunque c’è da dire che le attuali pensioni sociali minime per quanti vivono solo di quel reddito e non hanno possibilità di fare diversamente, non sono pensioni per sopravvivere, sono pensioni per morire. E’ chiaro che per certe fasce va aumentato al tetto di reddito, come questione di giustizia non di elemosina. Ma nella prospettiva di diminuire il più possibile le zone a rischio e di garantire meccanismi e dispositivi legali che consentono a qualunque cittadino, che un domani si trovi in difficoltà, di poter superare il momento di emergenza e di rimettersi in carreggiata. Certo, in alcuni casi l’emergenza può diventare emergenza continua: prendiamo il caso dei malati di mente. Sappiamo che il loro reinserimento nella società è un fatto su cui concordano tutti. Teoricamente. Nella pratica non è accettato così facilmente. E allora immaginiamo una povera famiglia che si deve mantenere il malato di mente senza che ci sia un sostegno da parte della società.

Sembra che auspichi uno stato assistenzialista.
No, io penso a uno stato che deve promuovere i diritti fondamentali di tutti i cittadini, indipendentemente, in ogni caso. Ma quando un diritto come il diritto al lavoro non viene rispettato, lo Stato deve tenere conto che interviene l’assistenza.

Ci sono anche i poveri-poveri, non solo le famiglie che in seguito a un evento traumatico si trovano nei guai. Il mendicante, o adesso i nuovi immigrati.

Direi che i poveri esistono oggi in misura anche più drammatica che in passato. Un tempo il povero veniva in qualche modo assorbito dalla comunità, e verso il povero, bene o male, c’era una cultura della solidarietà; oggi è scomparsa e si dice: il povero il povero perché vuole essere povero. Ora, come si fa a dire che tutti i cittadini riescono a rincorrere quel benessere che teoricamente è garantito? Sappiamo bene che se uno non ha un santo in paradiso, un protettore, un amico, non riuscirà mai a trovare un posto di lavoro. Chi non è allora in grado di rincorrere il benessere resta indietro. E rimanendo indietro, se non c’è solidarietà, rischia di restare sempre più indietro.

Cos’è la solidarietà oggi?
La solidarietà è che ci sia qualcuno più forte che riesca a garantire la promozione umana del più debole. Bisogna pure farsi portavoce degli interessi delle persone più disgraziate. Chi si cura di un povero vecchio, chi ha bisogno della pensione più di altri, non ce la fa a camminare, e però, casomai, nell’ufficio postale non lo prendono mai in considerazione, ritardano sempre, e lui non ha il coraggio di dire allo sportello “guardi io mi trovo in questa situazione” di gente che non riesce a farsi ascoltare ce n’è parecchia.

E la carità?
La carità, intesa nel giusto senso, è un grosso valore. Non significa dare qualche cosa, significa dare se stessi. Nel concetto cristiano la carità è la condivisione radicale della vita e della dignità e delle esigenze dell’altro. Quindi la carità include la giustizia. Bisogna distinguere la carità dall’assistenzialismo, che è un’altra cosa. Purtroppo nei secoli la carità si è tradotta in elemosina e quindi anche in qualche gesto di tipo pietistico, che può anche avere un suo significato, ma che non esprime pienamente il concetto di carità. Carità comporta che io considero l’altra persona che ho dinanzi come mio fratello. Anzi, stando al concetto evangelico, sappiamo che dobbiamo promuovere la condizione dell’altro come promuoviamo la condizione di noi stessi.

Perché oggi è più difficile esercitare la solidarietà e la carità?
Nella cultura nuova sulla carità, che abbiamo acquisito anche attraverso riflessioni e approfondimenti che il Concilio ci ha indotto a fare, la carità significa impegno nella società per rimuovere tutte quelle cause che portano all’ingiustizia e alle diseguaglianze sociali e alle discriminazioni li vuoi che sono all’ordine del giorno nella struttura e nella vita della società. Io credo che in buona in buona parte della comunità cristiana prevalga il concetto della carità come un fatto marginale nella vita “della comunità stessa e nella vita dello stesso cristiano. Si ritiene che in fondo è un impegno, sì, ma non così importante come invece si legge sul Vangelo. Voglio ricordare la frase del Vangelo che dice: “mentre tu svolgi il tuo culto, ti accorgi che c’è uno che ce l’ha con te” – e “ce l’ha con te” significa tante cose. “Smetti, vatti prima a riconciliare e poi torna alla preghiera”. Cioè non c’è preghiera senza una riconciliazione con gli altri fratelli che si trovano in stato di difficoltà, perché oppressi dalle ingiustizie, dalle diseguaglianze, dalle discriminazioni, che nella società d’oggi sono molto violente. Una società imbevuta di corporativismo. E chi non si iscrive a una corporazione, chi non può comprarsi la tessera di una corporazione, rimane tagliato fuori. Allora il concetto di carità non deve portarci a fare corporazioni di interessi ma deve tendere a promuovere nella comunità un rapporto di fraternità, di solidarietà, inteso non come rapporto pietistico, ma come rapporto promozionale, che include anche l’impegno politico per fare una società diversa, non delle corporazioni, ma in cui tutti i cittadini hanno uguali diritti di fronte alla legge.

Non crede che si possa creare una sorta di corporazione della carità, nel senso anche di una delega a organizzazioni ad hoc da parte una società egoista?
Certo, c’è una mentalità abbastanza diffusa anche da parte delle istituzioni a delegare alla Caritas la preoccupazione dei poveri. Ma noi non siamo molto indulgenti, siamo abbastanza duri nel manifestare tutta la nostra indignazione nei confronti di questo atteggiamento. Tant’è che, siccome la nostra linea è quella di promuovere innanzitutto i diritti fondamentali, noi ci rendiamo portavoce di quei di questi diritti violati, sia a livello individuale sia a livello di fenomeni anche abbastanza estesi. Questa è la nostra prima preoccupazione e per questo spesso ci scontriamo con le istituzioni. Rendendoci portavoce degli interessi degli ultimi, noi svolgiamo anche un impegno politico che mira a modificare la cultura sul povero e l’attenzione al povero. Quindi, da una parte diamo solidarietà a quanti si trovano in situazioni di emergenza, dall’altro c’impegniamo perché questa persona esca per quanto è possibile dall’emergenza; ma non può uscire se non c’è la volontà politica. Ai nostri volontari noi diciamo che non è possibile essere dei volontari senza impegnarsi politicamente. Non in questo o in quel partito. Impegnarsi per promuovere il bene comune, impegnarsi a fondo perché la società sia meno egoista, meno diseguale, meno ingiusta, entrano un po’ là dove bisogna entrare perché le cose si facciano diversamente, perché la politica cambi: non solo la cultura sui diritti ma anche le leggi che dovrebbero garantire la giustizia e il rispetto delle leggi stesse.

Si è parlato in questi giorni di nuovi bisogni immateriali, come dando per scontato l’esistenza un diffuso benessere materiale nel nostro paese. Ma qual è in realtà un livello di vita decente oggi, e quanto è diffuso in Italia?
Occorrerebbe stabilire, anche se è molto difficile, qual è il livello medio di vita è cui bisognerebbe far avvicinare in qualche maniera tutti i cittadini, senza discriminazione. Ma in realtà non esiste un livello medio o minimo, perché si modifica a seconda delle esigenze le persone. In una famiglia con un handicappato a carico, o un malato terminale, è evidente che le esigenze sono superiori alle esigenze della famiglia che si trova in situazione più normale. Il reddito familiare dovrebbe tener conto anche delle situazioni particolari. Io credo che nel nostro paese un’equa distribuzione dei beni vitali non possa partire dalla premessa che i problemi cruciali di una volta sono stati risolti per tutti; rispetto al passato sono stati risolti molti problemi e per buona parte della popolazione, ma non dimentichiamo proprio quella parte – sarà una minoranza – che è rimasta indietro. Stiamo attenti a parlare di superamento della povertà materiale. Per esempio, ci sono moltissime famiglie che sono costrette a vivere in macchina, in automobili rubate o abbandonate o sfasciate; molte volte vediamo macchine di stato di abbandono per strada e pensiamo che siano state buttate via, e magari sono la casa di questa povera gente che non sa dove sbattere la testa. La disoccupazione rappresenta in molti casi una situazione di gravissima povertà materiale. E i lavoratori stranieri? Moltissimi di loro non hanno diritto all’assistenza sanitaria, e lo vediamo nei nostri servizi. E questa non è una forma di povertà materiale? E la gente che viene qua e mangia un posto ogni giorno?

Ha ragione De Rita quando dice che in fondo la mensa della Caritas si giustifica per situazioni di emergenza: ma quante sono le situazioni di emergenza che si moltiplicano? E quante volte l’emergenza dura troppo a lungo? Dura troppo a lungo la povertà politica dei governanti nel fare leggi che tengano conto di questo fenomeno. E’ chiaro che a noi della Caritas piacerebbe di più non mantenere aperto questo servizio. E qui invece la richiesta aumenta sempre di più. Vorrei dire che i poveri aumentano sempre di più. Non ci fa piacere sentirci dire che siamo più efficaci delle istituzioni. La realtà però è che il povero oggi, proprio perché ha molta sfiducia nel servizio delle istituzioni pubbliche, che gli è dovuto peraltro, talvolta ricorre alle istituzioni ecclesiali e religiose, le quali naturalmente dovrebbero sempre tenere conto della pedagogia intimamente legata al Vangelo: far sì che i poveri non ci siano più.

Già ma se non ci fossero più i poveri, voi che fareste?
Non è che crolli la solidarietà, la carità intesa come dicevo prima. O che crolla l’impegno per la giustizia. Non dimentichiamo quel che dice il Vangelo: in qualche maniera i poveri li avremo sempre con noi. Gente svantaggiata l’avremo sempre, e non mi pare che oggi si miri a colmare questi vuoti crescenti nelle società industrializzate e postindustriali. A prescindere dalla soluzione problemi materiali, rimane sempre l’impegno della carità che porta a vivere tra uomini come persone che si rispettano come tali, e questo non è un problema facile. Non è facile arrivare a stabilire dei rapporti non competitivi ma di solidarietà, che porti a dire che i miei diritti sono i diritti degli altri 

Quelli che stanno al margine ultima modifica: 2022-10-13T16:54:39+02:00 da GUIDO MOLTEDO
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