Anniversari e crisi di governo, la resa dei conti nell’indipendentismo catalano

Mentre si celebravano la festa nazionale catalana dell'11 settembre e il quinto anniversario del referendum indipendentista del 2017 è crollata la maggioranza catalana. La crisi segna la fine un'era che ha portato Spagna e Catalogna indietro e dalla quale sarà difficile uscire, ancor più se si evita un'analisi reale di fatti e responsabilità.
ETTORE SINISCALCHI
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Mentre si celebravano la festa nazionale catalana dell’11 settembre e l’anniversario del 1 ottobre 2017, a cinque anni dal “referendum indipendentista” —una giornata di violenza poliziesca contro pacifici elettori e militanti nei seggi che fece conoscere al mondo la portata della crisi catalana e che ytali raccontò in diretta— il Govern della Generalitat di Catalogna crollava.

Le contraddizioni, strategiche e insanabili, hanno travolto il castello della maggioranza indipendentista, formata da Esquerra republicana de Catalunya (Erc) e Junts per Catalunya (JxC). In Junts (Uniti), la compagine dell’ora eurodeputato, Carles Puigdemont, ha prevalso il fronte della rottura, guidato da lontano dallo stesso ex presidente catalano, per la giustizia spagnola latitante. La fine dell’alleanza tra i due partiti segna anche la fine di un percorso politico, il Procés. Il “Processo verso l’indipendenza”, come è stata definita la strategia impostata nel 2011 da Artur Mas, allora leader della coalizione catalanista Convergencia i Uniò. Quando il 15M ha presentato il conto della corruzione anche al sistema corruttivo catalano di politica e imprese, ha portato il “catalanismo moderato” —la dialettica con Madrid, anche appoggiando maggioranze di governo di ogni colore, in cambio di concessioni per l’Autonomia— nei territori dell’indipendentismo, privandolo della moderazione e archiviando il catalanismo.

La rottura del Govern avviene dopo un inizio difficile, mesi di negoziazione e un accordo con molti non detti, trovato in extremis per non incorrere nella ripetizione del voto. Poi cinquecento giorni di navigazione complicata, con tensioni che hanno reso evidenti le ambiguità di un patto i cui contraenti avevano opzioni strategiche divergenti.

La maggioranza si è divisa subito, sul Tavolo di dialogo con Madrid, con Junts a remare contro, proponendo di far sedere figure esterne al Govern, magari lo stesso Puigdemont, con l’intento evidente di boicottarlo. Poi, è arrivata la proposta di subordinare la politica dell’esecutivo e dei partiti al Consell per la República, uno “stato maggiore” indipendentista controllato da Puigdemont, una sorta di “direzione strategica”, non eletta nel Parlament né subordinata alla democrazia interna dei partiti —l’imperio della disintermediazione sulla rappresentanza, decisamente un “vasto programma”. Erc si stringe attorno al suo presidente Pere Aragonès che, dal canto suo, rivela una scorza più dura di quel che faceva pensare, e decide di rispondere colpo su colpo alle iniziative dei soci.

Alcuni episodi preparano lo scontro finale. A luglio, Laura Borràs, esponente della “società civile” catalana, una filologa prestata alla politica nazionalista, presidente del Parlamento catalano dal 12 marzo 2021 e da un mese presidente di Junts, viene sospesa da deputata, e quindi da presidente, conseguentemente a un’imputazione per corruzione, illeciti e malversazione. Erc, dopo inutili richieste di passi indietro alla protagonista, vota con i socialisti catalani del Psc e gli anticapitalisti nazionalisti della Candidatura d’unitat popular (Cup) per l’applicazione del regolamento. In risposta Junts si rifiuta di trovare un sostituto.

“Abbiamo vinto”, recitano i cartelli nella celebrazione dell’11 settembre a Barcellona; se non diversamente indicato, tutte le foto che illustrano l’articolo, compresa l’immagine di copertina, sono dell’autore

L’11 settembre, altra messa in scena pubblica della divisione, questa volta a toccare un momento simbolico, in una politica che di simboli vive. Aragonès e i consiglieri di Erc non vanno alla manifestazione indetta dall’Assemblea nacional catalana (Anc), l’associazione di municipi che ha costituito la spina dorsale nei territori della penetrazione indipendentista, ben più radicata nella provincia che nelle grandi città, in rapporto anche conflittuale coi partiti indipendentisti, e che ha convertito l’11 settembre in un’oceanica adunata per la Repubblica catalana indipendente.

Una festa nazionale particolare, celebrazione della caduta di Barcellona che sancì la fine nella Guerra di successione, con la vittoria delle truppe di Filippo V d’Angiò su quelle di Carlo VI, Arciduca d’Austria. Una guerra dinastica che ridisegnò l’Europa, iniziò a formare l’embrione di quella che sarà l’Italia moderna, e comportò per la Catalogna, schierata col perdente imperatore d’Asburgo, l’emissione del Decreto de Nueva Planta con cui vennero cassate le istituzioni catalane, assieme a quelle valenziane e aragonesi —per avere di nuovo istituzioni proprie la Catalogna dovrà aspettare la Prima Repubblica, dichiarata nel febbraio del 1873 proprio a Barcellona.

Lontana dai fasti del passato —quando, attorno alla data, i tifosi del Barcellona facevano partire cori patriottici al minuto 17,14 delle partire nel Camp Nou, oggi Spotify Camp Nou in onore allo sponsor— e dalle moltitudini degli scorsi anni, quando anche un milione di persone invadevano le strade, la giornata, con meno di duecentomila persone convenute, rappresentava bene come l’indipendenza non sia più, se mai lo è stata, un “progetto di paese” ma costituisca un progetto escludente, non più un fattore aggregante trasversale, anche se di parte, ma un elemento divisivo evidente della società catalana.

La situazione nella maggioranza precipita il 27 settembre, col portavoce di Junts, Albert Batet, che evoca la fiducia per il President, “se non compie gli accordi”. La risposta di Pere Aragonès è dura, la destituzione del vicepresidente Jordi Puigneró, di Junts. La formazione dunque indice un referendum interno alla militanza, che si tiene il 5 e 6 settembre. “Vuoi che Junts continui a far parte del governo della Generalitat?”, è la secca domanda, alla quale ha risposto il 79,18 per cento dei 6.465 iscritti, scegliendo il “No” per il 55,73 per cento, il “Sì” per il 42,3 e l’1,88 per cento votando scheda bianca.

Junts che se ne va costituisce un punto di chiarezza per Erc ma lascia anche una situazione difficile. Il primo scoglio politico sarà quello del Bilancio preventivo, che deve essere approvato. A Erc restano 33 consiglieri su 136, altrettanti ne ha il Psc, 32 JxC, 11 Vox, 9 la Cup, 8 i Comuns, 6 Ciutadans e 3 il Partido popular. Pochi, per governare in minoranza ma Junts ha avvelenato i pozzi. Per Aragonès è difficile cercare un’alleanza col Psc e coi Comuns di Ada Colau. Il governo delle sinistre catalane —che dopo il voto del febbraio 2021 era la soluzione preferita dagli elettori, secondo i rilevamenti d’opinione— è una strada sbarrata, nella sentimentalizzazione della politica. Ma comunque c’è da rimodellare la giunta.

Operazione risolta strizzando l’occhio a quei mondi e al catalanismo che fu. Consellera di Giustizia, Diritti e memoria diventa Gemma Ubasart, vicina ai Comuns. All’Università va Quim Nadal, 30 anni nel Psc, abbandonato nel 2015 per la freddezza del partito sul “diritto a decidere”. Carlos Campuzano va ai diritti sociali, erede dello spirito di Convergencia come partito conservatore, para democristiano, liberale e tendenzialmente borghese. In tutto sono sette le nuove entrate.

Il nuovo Govern; al centro in prima fila il presidente Pere Aragonés, nella seconda fila, Gemma Ubasart è la prima da sx, Carlos Campuzano il secondo, Quim Nadal il quinto; fonte GenCat

Una Giunta che evoca un possibile futuro scenario di alleanze ma nulla più. Solo Ubasart ha un rapporto organico con En Comú Podem, e ha infatti comunicato previamente al partito l’offerta, mentre in casa socialista il rischio è più che si resuscitino recenti dolori. La nomina di Campuzano, partecipe della svolta sovranista di Artur Mas ma avversario di Puigdemont, lasciò il PDECat (Partit Demòcrata Europeu Català, che precedette Junts) quando questi ne prese la guida, oltre che guardare al settore sconfitto nel referendum di Junts —rappresentato dall’ex leader dell’Anc, Jordi Sànchez, incarcerato, processato, condannato e indultato—, suggerisce una maggiore attenzione del Govern per coordinare l’azione di Erc a Madrid, che il navigato politico conosce bene avendo costruito lì la sua carriera politica nelle ultime sette legislature.

Aragonès resta dunque sulle posizioni, si rivolge ai vecchi soci, e a Cup e Comuns, per l’approvazione del Preventivo di bilancio ma prepara ogni scenario. “Si deve chiarire rapidamente se Junts è disposta a appoggiare il Bilancio preventivo che hanno fatto anche loro, o no”. Il President ridimensiona il problema, ricordando che gli ultimi due anni sono stati in proroga e che i fondi straordinari non si perderanno: “La mia priorità è vararlo ma anche in una situazione di proroga dell’esercizio queste misure saranno implementabili”. Ma sa bene che, ancor più in un governo di minoranza, avere piena agibilità di bilancio è fondamentale.

Ma è difficile che Junts risponda all’appello. Toccherà dialogare coi socialisti, che saranno decisivi e sono pronti a contribuire. Lo hanno ribadito anche in occasione del fuoco di sbarramento da parte dei settori di Erc restii, rappresentati dal presidente Oriol Junqueras —anch’egli incarcerato, processato, condannato e indultato— che ricorda al Psc la sua “complicità” col commissariamento catalano.

Per Pedro Sánchez, le tensioni catalane sono, una volta tanto, una buona notizia. L’effetto a Madrid potrebbe essere di consolidamento della “maggioranza dell’investitura”, i partiti che col voto favorevole o l’astensione consentirono la nascita del governo di minoranza tra Psoe e Unidas Podemos. I voti del Psc a Barcellona potranno valere una maggiore collaborazione dei deputati di Erc a Madrid. Con una importante legge di Bilancio appena approvata in Consiglio dei ministri che deve ancora passare il vaglio parlamentare —l’ultima della legislatura, con una forte componente di spesa sociale e finalità redistributiva e di aiuto ai settori produttivi davanti alla (alle) crisi—, sarà garanzia di controllo del percorso. Poi, si apre un anno con molta carne al fuoco. Prima delle elezioni generali del novembre 2023, a maggio si terrà un cruciale voto amministrativo, le municipali e il rinnovo di 12 autonomie su 17, tra cui Madrid, eccetto Andalusia, Catalogna, Galizia, Paese Basco e Castilla y León, oltre alle città autonome di Ceuta e Melilla.

Primo passaggio cruciale di questa fase sarà il Tavolo di dialogo tra governo e Catalogna, che finora è stato più atto simbolico-istituzionale che reale luogo di confronto. Nel piatto c’è molto. Erc, nella crisi con Junts, ha proposto la “via Canadese”, ispirata all’esperienza che risolse la questione dell’indipendentismo del Québec. Dopo gli accordi di Charlottetown del 1995 venne emessa una “Legge di Chiarezza”, che sanciva le modalità attraverso le quali il Québec sarebbe potuto giungere a un’indipendenza concordata col Canada, da sottoporre a referendum, legge a sua volta sottoposta al vaglio popolare. Normare la possibilità della risoluzione concordata del “contratto” nazionale per disinnescare le forze centrifughe. In Canada ha funzionato e sarebbe una via d’uscita onorevole per un indipendentismo che affronta i nodi delle sue contraddizioni e irresponsabilità, e che salverebbe il “diritto a decidere”.

Una strada che risponderebbe anche alla crisi della Spagna delle Autonomie, ma difficile da percorrere, perché Junts non vuole essere fatta fuori e perché la españolidad —il 12 ottobre si è celebrata anche la festa nazionale spagnola, il Día de la españolidad, appunto— esprime una idea di Spagna castigliana egemonica, un nazionalismo centralista opposto alla “nazione di nazionalità” che costituisce la Spagna moderna. Una componente, non solo di destra, che alla crisi della Spagna delle Autonomie ritiene si debba rispondere con progetti regressivi e ricentralizzanti —lo stesso blocco che ha praticato una sorta di revisionismo interpretativo della Costituzione, in senso conservatore e centralista. C’è da dubitare che Sánchez e il Psoe abbiano la forza e la volontà di intraprendere questo cammino, certamente così non sarà per i popolari. Un simile progetto, poi, neanche in Catalogna, ancora lontana da un’analisi critica della deriva indipendentista, avrebbe vita facile.

Il compimento della parabola indipendentista non è razionalizzato, in alcuni casi è anzi negato, o rimosso. Parte della società catalana, che ha partecipato del movimento secessionista, votandone i partiti e manifestando —che a un referendum “vero” forse non avrebbe votato per l’indipendenza e che manifestava contro la repressione più che per la Repubblica catalana— e un tessuto sociale “stanco di guerra”, che ricerca maggiore serenità, vuole uscire dalla logica dello scontro, è già in uscita. Una parte, invece, si sente tradita dai vertici, chiede il conto della coerenza a chi gli ha prospettato l’indipendenza come realizzabile e conveniente, non della fattibilità del progetto.

“Dall’11 settembre al primo ottobre… Dalla sconfitta alla vittoria!”, volantino dei Cdr, Comitès de Defensa de la República, vicini alla Cup

Si uniscono radicalismo borghese e populismo antisistema, l’egoismo insolidale degli accomodati con l’individuazione di un “potere” ostile e lontano, spagnolo, in un processo determinato dall’alto dalle stesse élite politico-imprenditoriali che controllano i mezzi d’informazione: se l’indipendenza era possibile, se è stata dichiarata “per finta”, ma neanche questo si riesce ad ammettere, è per colpa della “politica”, dei “traditori”. Sulla rottura si consolida una destra liberale e nazionalista catalana sempre più intrisa di “realismo magico”, miti e fallacie logiche e politiche, in un fenomeno forse simile al trumpismo, nel suo riuscire a raccogliere e dare obiettivi alla rivolta degli accomodati spaventati.

La borghesia catalana, un tempo corpo profondo di un catalanismo “moderato”, ostile agli strappi, che guardava all’indipendentismo con superiorità —e celebrava el seny, il senno, nella cultura popolare catalana la capacità di razionalizzare, la ponderazione, la sana capacità mentale che predispone alla giusta percezione, comprensione e scelta dell’agire rispetto al reale— è convertita in seguace di un atto catartico, l’indipendenza catalana, in sé in grado di sanare il mondo, da una destra catalana che della sentimentalizzazione del discorso politico —la bandiera, la patria, España nos roba, il tradimento come categoria politica, in sintonia eguale e contraria con le destre spagnole— ha fatto la sua dimensione culturale e il suo passaporto per la salvezza (temporanea?) dalla crisi dei partiti.

“Concluderemo quel che abbiamo iniziato”, recita il cartello dell’Anc

Nel frattempo, inseguendo l’indipendenza, la Catalogna è andata indietro. Economicamente, con l’allontanamento delle sedi legali di importanti società finanziarie e imprese; come coesione sociale, con un’etnicizzazione del discorso politico ormai quasi sdoganata; come influenza nel congiunto nazionale, auto-marginalizzata in momenti cruciali, col Paese basco in grado di giocare pienamente il suo ruolo di polo industriale ed economico nella dialettica col potere centrale e l’offensiva di Madrid a colpi di dumping fiscale e privatizzazioni —in un secessionismo “di fatto”, ostile alle altre autonomie spagnole, nel cuore ideologico e politico del centralismo castiglianista.

Manca ancora, in Catalogna e in Spagna, e forse non ci si potrà arrivare, una revisione critica della crisi catalana. Resta il trauma dell’irrazionale escalation indipendentista e della grave e inadeguata risposta dello stato, manca la sua elaborazione. La democrazia sbandierata e negata da entrambi, l’irresponsabilità istituzionale, sono ombre che non si vogliono vedere. Dal varo delle “leggi di disconnessione” all’indizione del referendum, giudicato illegittimo dalla Corte costituzionale; dall’assurda mobilitazione dello stato per impedirne la celebrazione di un voto ormai solo simbolico con la violenza poliziesca alla “non dichiarazione d’indipendenza”, sino all’irresponsabile balletto tra Madrid e Barcellona per far precipitare le cose; poi l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione, con il commissariamento dell’Autonomia da parte del governo centrale, gli arresti, i processi, con le gravi accuse di sedizione e ribellione, le condanne. Nessuno ha mai voluto fermare quella spirale in cui partiti e informazione delegarono alla giustizia la gestione del conflitto politico, in parte recuperata solo con gli indulti del governo Sánchez e l’apertura del Tavolo di dialogo.

Né Barcellona né Madrid, né, ancor meno, il sistema mediatico che di questa deriva propagandistica è stato complice e megafono, sembrano in grado di ammettere gli errori, figuriamoci di elaborare il trauma delle menzogne. Di spiegare che la Dichiarazione unilaterale d’indipendenza non c’è mai stata, che mai venne pubblicata la risoluzione sulla Gazzetta ufficiale catalana, che non c’era una moneta, un esercito, una rete di ambasciate pronte ad attivarsi, né piani insurrezionali, che neanche la bandiera spagnola venne ammainata dalla Generalitat. Che Madrid ha fatto finta di credere a una secessione mai avvenuta, che la Spagna si è affacciata all’abisso spinta da anni di propaganda da parte dei nazionalismi catalano e spagnolo e dei padroni di un dibattito pubblico inutile e dannoso per la democrazia, è indicibile. Troppi politici, giornalisti, commentatori, intellettuali, dovrebbero chiedere scusa. E meno indulgente verso se stessa, e sempre pronta a accollare ai suoi rappresentanti i mali di cui è partecipe, dovrebbe essere la società che quella propaganda ha accolto, trovandocisi comoda.

Per questo il cammino è incerto è difficile. La Spagna appare pronta per riforme profonde —un paese lo è quando queste sono necessarie—, che vengono evocate da anni, meno lo sembrano gli attori della democrazia che dovrebbero farlo, i partiti, il sistema mediatico, le rendite economiche finanziarie e la monarchia. Ma sono questi ultimi a avere il pallino in mano, a inquinare il confronto pubblico con la propaganda e a rifiutarsi di avviare un’analisi critica di quanto accaduto negli ultimi anni. D’altro canto, anche per la società non è facile intraprendere questo percorso. È più facile prendersela col tradimento della politica.

Anniversari e crisi di governo, la resa dei conti nell’indipendentismo catalano ultima modifica: 2022-10-15T18:15:58+02:00 da ETTORE SINISCALCHI

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