Federico Caffè. Sparito, mai perduto

Un libro dedicato al grande economista, improvvisamente scomparso nel nulla, scritto da Daniele Archibugi, un allievo che ebbe con lui un rapporto speciale di profonda amicizia e intimità.
MARCO RUFFOLO
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Alla ricerca di Federico Caffè. Ma questa volta non è la ricerca fisica di quanti si sono messi invano sulle tracce di un uomo che ha deciso di sparire dopo una profonda e dolorosa depressione. E non è neppure la ricerca di cosa resta (tantissimo!) della sua lezione economica, di come i suoi insegnamenti possano essere ancora straordinariamente preziosi per il nostro paese. È qualcosa di più: è la ricerca di quale sia il bagaglio di umanità che un grande maestro riesce a lasciare nell’animo dei suoi allievi, è la storia paradigmatica di come una guida saggia e generosa possa suscitare entusiasmi, correggere sbandate, restituire autostima, forgiare caratteri, indicare la strada per evitare la sciatteria delle approssimazioni, per scansare lo schematismo delle semplificazioni. Di questo, e non di economia e neppure di cronaca nera, parla Maestro delle mie brame, alla ricerca di Federico Caffè (Fazio), l’ultimo libro di Daniele Archibugi, economista, dirigente del Cnr, ma soprattutto allievo dello stesso Caffè.

Un allievo speciale: probabilmente nessun altro è riuscito a instaurare con il maestro, riservato e schivo com’era, un rapporto di così profonda amicizia e intimità. Tanto profonda da far somigliare quel rapporto all’incontro tra un figlio mancato e un secondo padre. Più di qualsiasi frequentatore del sesto piano di via del Castro Laurenziano, Archibugi ha potuto così scoprire e apprezzare la qualità umana delle sue lezioni di vita. Anche quando, con il progredire della depressione, il loro rapporto si è capovolto, con l’allievo che si prendeva cura del maestro, che cercava di rincuorarlo, di trovare qualsiasi appiglio per tenerlo ancorato alla vita; anche in quel momento così drammatico Caffè non ha smesso di darsi generosamente, così come aveva fatto per tutta la vita. E se quello tra lui e Daniele Archibugi è stato sicuramente un rapporto di particolare vicinanza, non credo vi sia nessuno tra i suoi studenti che non abbia considerato “speciale” il proprio incontro con Caffè; nessuno che, tra rimbrotti più o meno aspri e incoraggiamenti affettuosi ad andare avanti, tra consigli paterni e altrettanto paterni altolà, non sia uscito da quella relazione – umana prima ancora che accademica – un po’ più forte, un po’ più fiducioso nelle proprie capacità, un po’ più consapevole di quale delitto sia dimenticare l’impegno morale che deve guidare ogni economista così come ogni cittadino.

Penso che avremmo tutti voluto – noi allievi di Caffè – trovare con lui una vicinanza ancora più profonda. Ecco perché, nel leggere questo libro, è difficile non provare più di una punta di invidia per Daniele. Avremmo voluto anche noi passeggiare con lui sulla spiaggia in una giornata di primavera e sfidarlo (sicuramente perdendo) in uno dei suoi difficili quiz musicali. Avremmo voluto anche noi scambiarci a turno con lui i libri più amati, connessi l’uno all’altro da un tema o uno stile o un messaggio cifrato. Avremmo voluto anche noi stargli accanto nel suo studio di via Cadlolo stringendogli il braccio nelle sue ore più buie. Non può non essere così, visto l’”effetto a valanga” di emotività che la notizia della sua scomparsa produsse immediatamente in tutti i suoi allievi, ciascuno dei quali si sentì allora in dovere di fare qualcosa, molti entrando in quell’esercito di volontari che lo ha lungamente cercato alle pendici di Monte Mario. 

“Perché non si è abbandonato a tutti noi?”, si domanda Archibugi nelle ultime pagine del suo libro. Perché quel gesto di “brutalità inaudita”, non giustificato neppure dalla somma di tutti gli egoismi che ha dovuto fronteggiare nel corso della sua vita?

È come se dal suo corpo di san Sebastiano martoriato si fosse improvvisamente sfilato tutte le frecce che in vita gli avevano tirato e ce le abbia rivolte contro, costretti ogni giorno a fare i conti con il dolore inflitto dalla sua scomparsa.

Un dolore che però a poco a poco è stato sovrastato dalla consapevolezza di aver accumulato, proprio grazie a lui, alla coerenza del suo generoso impegno civile, una preziosa dose di fiducia in noi stessi; la consapevolezza di saper guardare con minore angoscia al dispiegarsi delle trame della nostra vita.

Chissà, forse da buon programmatore quale era, aveva previsto, nel momento in cui ci avrebbe inferto la stilettata dolorosa della sua scomparsa, di attenuare questo nostro dolore lanciandoci segnali enigmatici di una sua possibile presenza in vita. “Sarebbe stato splendido saperlo vivo e vegeto, ovunque”. E sarebbe bello se uno di questi segnali fosse stato quella scatola polverosa, con dentro un pigiamino di fibra sintetica, che l’autore del libro si vide recapitare subito dopo la nascita della sua primogenita, senza mittente, solo con un bigliettino scritto a mano con una calligrafia che gli parve di riconoscere: “Clara Archibugi, con l’augurio di una vita lunga e felice”.

Federico Caffè. Sparito, mai perduto ultima modifica: 2022-10-18T19:36:13+02:00 da MARCO RUFFOLO
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