La guerra in Ucraina e la crisi alimentare (che non c’è stata)

Qualche riflessione sulla capacità del sistema agricolo globale di far fronte alle emergenze.
STEFANO SCHIAVO
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Nella primavera del 2022, poco dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, in alcune parti del mondo aleggiava lo spettro della carestia. Il ruolo di primo piano giocato dai due paesi nella produzione agricola mondiale aveva fatto temere il peggio qualora la guerra non avesse permesso ai beni alimentari prodotti in Russia e Ucraina di raggiungere i mercati mondiali. In realtà, per fortuna, il sistema globale di produzione e commercializzazione di beni agricoli si è finora dimostrato robusto e capace di rispondere alla crisi innescata dalla guerra.

A partire dal 1995, la creazione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio e l’integrazione del cosiddetto Accordo Agricolo nel sistema di regole che governa il commercio internazionale hanno portato a una vera e propria globalizzazione dell’agricoltura. Oggi il cibo rappresenta circa l’ottanta per cento del commercio internazionale e un quarto della produzione agricola mondiale viene esportata. 

In questo contesto, Russia e Ucraina giocano un ruolo di primo piano grazie soprattutto alla loro ampia disponibilità di terre coltivabili. I dati della FAO indicano che nel periodo 2015-2020, i due paesi in guerra hanno esportato circa il trenta per cento di tutto il grano mondiale, il quindici per cento del mais, il 66 per cento di olio di semi di girasole (per il quale l’Ucraina è il primo produttore mondiale) e il sedici per cento dei fertilizzanti (produzione nella quale la Russia detiene la leadership). Questi numeri fanno capire la preoccupazione per la sicurezza alimentare espressa da molti organismi internazionali allo scoppio delle ostilità.

Infatti, più di trenta paesi – molti dei quali poveri e a rischio insicurezza alimentare – dipendono da Russia e Ucraina per più del trenta per cento delle proprie importazioni di grano, con percentuali particolarmente elevate per Eritrea (cento per cento) ed Egitto (oltre il sessanta per cento). Tali paesi – concentrati tra Medio Oriente, Nord Africa e Caucaso – sono patria di 330 milioni di persone, la cui alimentazione dipende in modo rilevante dalle importazioni.

Nel corso del 2022, le previsioni allarmate della FAO non si sono fortunatamente avverate ed esportazioni aggiuntive da parte di paesi come Australia, Brasile, Unione Europea e Stati Uniti hanno compensato quasi completamente la riduzione patita dai flussi commerciali da Russia e Ucraina.

Certamente, non possiamo dire che la guerra non abbia avuto alcun effetto sulla sicurezza alimentare. La grande incertezza che circonda il conflitto, la sua durata e i suoi effetti a medio-lungo termine, associata al fatto che già nel 2021 i prezzi di molti beni agricoli avevano raggiunto livelli elevati, ha portato a un ulteriore innalzamento dei prezzi. Questo mette in difficoltà principalmente i paesi poveri e contribuisce all’aumento dell’inflazione che tutti i paesi stanno sperimentando. 

La risposta a questo problema passa per una maggiore collaborazione non deve essere quella di imporre restrizioni al commercio internazionale. Bisogna evitare azioni controproducenti come quelle che nel 2008 portarono ad un rapido aumento del prezzo del riso (+trecento per cento nel giro di quattro mesi) nonostante ci fosse stato un raccolto molto abbondante. In quel caso, l’aumento del prezzo di grano e mais portò alcuni paesi del Sud-Est Asiatico (in primis l’India) a limitare fortemente le esportazioni di riso per calmierare i prezzi interni, inducendo altri governi a seguire questo esempio e, quindi, riducendo in maniera significativa la quantità di riso disponibile sui mercati mondiali e finendo per ottenere un effetto diametralmente opposto a quello sperato. 

Un sistema integrato di scambi internazionali è cruciale non solo per affrontare situazioni di crisi, ma anche per garantire la sicurezza alimentare nel medio e lungo termine. La sfida che abbiamo davanti nei prossimi decenni è quella di sfamare 9 miliardi di persone senza aumentare (anzi, possibilmente diminuendo) la pressione esercitata sulle risorse naturali del pianeta. Il commercio permette a paesi che hanno scarsa disponibilità di risorse naturali come terra e acqua di accedere a cibo coltivato altrove. Inoltre, la specializzazione produttiva indotta dal commercio porta ad un uso più efficiente delle risorse e quindi ha la potenzialità di ridurre l’impatto ambientale della produzione di beni alimentari. Per finire, gli scambi internazionali rappresentano uno strumento di mitigazione degli effetti del cambiamento climatico perché permettono di accedere a fonti alternative di approvvigionamento.

D’altro canto, è necessario riconoscere che il commercio internazionale non è una bacchetta magica e le opportunità create dall’accesso a nuovi mercati possono portare al sovra-sfruttamento delle risorse naturali in contesti fragili e poco regolati (pensiamo alla regione amazzonica in Brasile o alle foreste dell’Africa e dell’Asia). Il problema non è il commercio in sé, ma la mancanza di un adeguato sistema di tutela del territorio e di incentivi che permettano di bilanciare i profitti di breve periodo con una sostenibilità a medio-lungo termine. Servono quindi regole disegnate in funzione degli specifici contesti locali, e collaborazione internazionale per evitare che le attività produttive più impattanti dal punto di vista ambientale migrino verso paesi in cui c’è minore tutela delle risorse, finendo per avere un’impronta ecologica maggiore a livello globale. 

La guerra in Ucraina e la crisi alimentare (che non c’è stata) ultima modifica: 2022-10-18T17:22:03+02:00 da STEFANO SCHIAVO
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