La posta in gioco nelle midterms

STEFANO RIZZO
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Uno dei motivi per cui è difficile prevedere come andranno le elezioni americane dell’8 novembre sono le oscillazioni dell’opinione pubblica. A primavera il gradimento nei confronti del presidente era sceso al 38 per cento (dal 57 iniziale), poi ad agosto era risalito al 45 per cento per precipitare nuovamente intorno al quaranta all’inizio di ottobre. Anche se nelle elezioni di midterm non si elegge il presidente, si tratta di tornate elettorali ugualmente importantissime perché si eleggono non solo tutti i deputati (435) e un terzo dei senatori (34) del congresso federale, ma molti governatori (quest’anno sono 36), così come i segretari di stato (importanti figure che gestiscono le elezioni a livello statale), gli attorney general (procuratori generali che negli stati sono responsabili dell’accusa), e altre figure minori ma ugualmente importanti a livello di contea (sceriffi, tesorieri, ecc.); cui si aggiungono quasi tutte le assemblee elettive degli stati e un gran numero di referendum e petizioni popolari. 

Nonostante le elezioni di midterm siano importantissime, gli americani non sembrano rendersene conto. Mentre mediamente il 65 per cento vota nelle elezioni presidenziali poco più del quaranta per cento vota in quelle di midterm. (Di recente queste percentuali sono leggermente aumentate, paradossalmente in conseguenza della accesa polarizzazione e perfino violenta contrapposizione dell’elettorato). Il fatto è che gli americani sono convinti che il loro presidente sia una figura potentissima che, una volta eletto, può e deve realizzare il programma promesso in campagna elettorale. 

Ma non è così: nel sistema americano senza l’accordo di entrambi i rami del congresso – cosa che non avviene quasi mai da trent’anni a questa parte – il presidente può fare poco o nulla e non ha neppure gli strumenti per “mettere in riga” i deputati e senatori riottosi, come la minaccia di scioglimento delle camere o il voto di fiducia. Ha a disposizione soltanto gli “ordini esecutivi”, sorta di decreti legge che però possono essere rovesciati dal suo successore (e spesso lo sono). Il risultato è che sono gli elettori a perdere fiducia nel presidente e nel congresso, cosicché nelle elezioni di midterm puniscono entrambi per la loro inattività o semplicemente perché le cose vanno male. Se il presidente aveva la maggioranza in una camera gliela tolgono, così che può fare ancora meno di quel poco che aveva fatto nei due anni precedenti. 

Joe Biden in campagna elettorale per i candidati democratici in California

Per questi motivi “storici” in primavera tutti gli analisti davano per scontata la sconfitta dei democratici a novembre. Ma poi nel corso dell’estate Biden aveva messo a segno alcuni provvedimenti per contentare la base elettorale democratica: la riduzione del prezzo dei farmaci (anziani), la cancellazione dei debiti studenteschi (giovani), la depenalizzazione della cannabis (neri e ispanici). A giugno c’era stata anche la sentenza della corte suprema che aveva cancellato il diritto di aborto, suscitando forti proteste di moltissime donne, non solo democratiche. I sondaggi avevano registrato questo cambiamento di umore con uno stacco di dieci punti a favore dei democratici tra le donne e di due punto (46 a 44) tra tutti gli elettori.

Ma non è durato. Ad ottobre le cose sono di nuovo cambiate: il prezzo della benzina è ripreso a salire, mentre l’inflazione, nonostante le previsioni di Biden, rimane a livelli altissimi, la borsa brucia capitali e molti economisti prevedono una recessione a fine anno. Mentre i democratici parlano di diritti (aborto), di limitazione delle armi, di ambiente, di minaccia alla democrazia rappresentata da Trump, i repubblicani parlano di economia, di inflazione, di immigrazione e di criminalità, dando la colpa a Biden e ai democratici per tutto ciò che non va. E la gente li ascolta. E così il pendolo del favore popolare è oscillato di nuovo verso i repubblicani che ora sopravanzano i democratici 49 a 45 per cento. 

Il secondo motivo per cui è difficile prevedere come andranno queste elezioni è che non si tratta di elezioni nazionali, ma della somma di 435 elezioni distrettuali (più i senatori e tutte le altre cariche di cui si è detto). È ai singoli distretti e stati che bisogna guardare per capire come andrà. Attualmente i democratici (Dem) hanno una maggioranza di 223 a 212 alla camera mentre sono in parità cinquanta a cinquanta al senato. Ai repubblicani (Rep) basterà conquistare sei seggi per togliere la maggioranza alla camera ai democratici. Le ultime analisi dell’autorevole Cook Political Report dicono che almeno dodici seggi dovrebbero passare dai Dem ai Rep, mentre solo tre dai Rep ai Dem e che dei 31 distretti “in bilico” i Dem dovrebbero conquistarli tutti per mantenere l’attuale maggioranza — cosa abbastanza improbabile. Lo stesso vale per il senato dove basterà che i Rep conquistino uno o due seggi in bilico per ottenere anche lì la maggioranza. Intorno a questi pochi seggi la battaglia al suono di decine di milioni di dollari e di migliaia di spot televisivi si sta facendo cruentissima: il Nevada, la Georgia, la Pennsylvania, il Wisconsin, ma anche l’Arizona e il Colorado, sono i campi di battaglia dove i democratici si giocheranno il tutto per tutto. E con loro il presidente Biden che, una volta persa anche la camera, vedrebbe ogni suo provvedimento bloccato dal congresso.

John Fetterman, candidato democratico al senato in Pennsylvania

Si dirà: ma già adesso con l’attuale esile maggioranza al senato e con l’ostruzionismo che è consentito in quel ramo del congresso, il programma legislativo di Biden era già largamente bloccato. Ed effettivamente è così: anche in caso di sconfitta democratica a livello federale le cose non cambieranno granché; non in meglio perché Biden avrà ancora meno potere, non in peggio perché a mali estremi se i repubblicani volessero approvare leggi a lui sgradite gli rimane sempre il potere di veto e ai Dem, ora in minoranza, il potere di ostruzionismo. 

Ci sono però almeno due motivi di seria preoccupazione in caso di vittoria repubblicana. Il primo è che due terzi dei candidati alle elezioni per il congresso sono sostenitori di Trump che negano che Biden sia il presidente legittimo, ma questo non disturba affatto il 71 per cento degli elettori repubblicani e il 37 per cento degli indipendenti che non hanno alcuna difficoltà a votarli. Una vittoria repubblicana vorrebbe quindi dire la quasi certa ricandidatura di Donald Trump alle prossime elezioni presidenziali con ulteriori minacce al già fragile sistema democratico e la sua possibile involuzione autoritaria.

Charlie Crist, candidato democratico a governatore della Florida, contro il potente Ron DeSantis, potente governatore in carica e tra gli aspiranti repubblicani alla Casa bianca nel 2024.

Il secondo motivo ha a che fare con il controllo delle legislature degli stati. Sono gli stati infatti, attraverso il governatore e il segretario dello stato, che organizzano il voto e che nelle elezioni presidenziali possono modificare la lista dei grandi elettori. Oggi 28 governatori su cinquanta sono repubblicani e i Rep controllano completamente trenta parlamenti degli stati contro 17 dei Dem (i restanti tre sono divisi). In questi trenta stati a controllo repubblicano vengono eletti 340 grandi elettori (settanta in più della maggioranza) che a loro volta eleggono il presidente. Se negli stati chiave controllati dai repubblicani il governatore o le assemblee legislative decidessero di cambiare a loro favore la lista dei grandi elettori potrebbero farlo, realizzando così un “colpo di stato” più efficace e meno cruento di quello tentato da Trump nel 2021. 

Non solo, gli stati a controllo repubblicano continuerebbero a fare, ancora di più e ancora meglio, quello che già stanno facendo per limitare l’accesso al voto delle minoranze razziali attraverso norme restrittive e attraverso il ridisegno dei distretti elettorali in modo da favorire il proprio partito (gerrymandering). Così fanno anche i democratici, si dirà, ed è vero, ma la differenza sta nel fatto che i Rep governano molti più stati e possono ridisegnare a proprio vantaggio molti più distretti, producendo distorsioni della volontà popolare che potrebbero soltanto aggravarsi in caso di vittoria — purtroppo probabile — repubblicana.

Come ha scritto Steven Levitsky nel suo How Democracies Die gli Stati Uniti stanno diventando sempre più un paese “antimaggioritario”, dove nonostante le elezioni  e le libertà democratiche, non è la maggioranza a governare, ma la minoranza.

La posta in gioco nelle midterms ultima modifica: 2022-10-19T17:14:27+02:00 da STEFANO RIZZO

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