Quell’Auto-Ircocervo a Venezia

che per Henry James e Maurice Prendergast sarebbe stato un incubo
FRANCO MIRACCO
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C’è un automobile che potremmo chiamare un Auto-Ircocervo. Questo, se si volesse arricchire ancor di più la mitica natura di un animale metà caprone e metà cervo col solo aggiungergli quel coacervo automobilistico che una réclame televisiva fa apparire in sollazzevole viaggio a Venezia e a Chioggia. È vero, più di qualcuno potrebbe esclamare “ma con tutto il peggio che si è accumulato a Venezia contro Venezia in tanti decenni dovremmo adesso indignarci per un video piattamente banale?”. A Venezia succede concretamente male di tutto e di più, e infatti fra non molto sarà trascorso un secolo di libri, saggi, articoli, proteste, raccolte di firme, manifestazioni, appelli, testi di legge, eccetera ed eccetera, e poi ancora fotografie, film, commissioni parlamentari, in breve, un’infinità di materiali pur di “Salvare Venezia”, che non sarebbe bastata la Biblioteca di Alessandria per contenerli tutti. E quei manifesti della serie #EnjoyRespectVenezia? Nient’altro che premi Oscar dello spreco e del banale più detestabile. Sapete perchè il Comune chiede Respect? Perché “Venezia è una città unica al mondo, sito Unesco Patrimonio Mondiale dell’Umanità, e rappresenta un bene culturale e naturale di eccezionale valore che esige di essere preservato e trasmesso alle generazioni future”.

Qui il banale più detestabile, in quanto si fa tutto l’opposto di ciò che il sarcastico e cattivo RespectVenezia finge di volere con quel esige di essere preservato e trasmesso alle generazioni future. E qual è il RespectVenezia di quell’Auto-Ircocervo in giro per una Venezia che non è Venezia? Peggio ancora, non è nemmeno l’immagine di Venezia essendo, quella manipolata inconsapevolmente dall’Auto-Ircocervo, l’insignificante surrogato di ciò che immaginano sia Venezia proprio quelli che non la Rispettano, appunto inconsapevoli vaganti in una città di cui nulla sanno. A costoro si sommano i tantissimi che non la Rispettano perché, per dirla alla francese, se ne controfottono di Venezia, a loro basta sfruttarla e umiliarla.

Sfrecciare in auto a Venezia è sfregiare Venezia

Si è detto di un coacervo automobilistico a proposito dell’auto messa a far da macchina in Venezia centro storico e lo stesso a Chioggia. A onor del vero a suggerire, seppur alla lontana, il richiamo all’Ircocervo sono glj stessi produttori dell’auto in questione, e lo fanno col presentarsi così:

DR Automobiles è un’azienda italiana fondata nel 2006 a Macchia d’Isernia… l’azienda importa componenti di autovetture prodotti dalle case automobilistiche cinesi… li assembla e li commercializza.

Andando oltre l’Ircocervo di cui sopra, va detto che non possiamo rinunciare a desiderare, a volere, a pretendere che una città antica dovrebbe sempre costringerci a trattarla come cosa sacra. Se questo non è, sotto di noi si spalanca il vuoto del banale che spesso è strumento di volgarità in quanto espressione ostile verso qualcuno, verso una comunità, cioè verso una città o ciò che resta alla fine della sua storia, della sua esistenza. Già, perché da quel vuoto non c’è ritorno. 

Ecco dunque un Palazzo Ducale veneziano in plastica, con tre finestroni in tutto, il Campanile al posto del Ponte dei Sospiri, e un Alfredo Fettuccine al posto del Campanile. Una Torre Eiffel col Quartiere Latino della Bohème che le passa sotto… E le code spropositate dei visitatori, ad ogni singola ‘attrazione’ , non già distese attorno all’isolato, come ai cinema di New York, ma attorcigliate su se stesse in spazi minimi, segnati da corde e paletti , come le piante dei labirinti sui giornali enigmistici.

E in una pagina precedente Alberto Arbasino molti anni fa, nel suo viaggio in America, aveva scritto pensando alle Venezie/Disneyland del futuro, ossia al nostro presente:

Eccolo, il risultato nel futuro su scala grandissima per folle enormi e docili e disposte a tutto, e convinte di partecipare a una festa, e completamente rincoglionite come i citrulli di paese nelle fiabe tradizionali.

Ma più di qualcuno si illude che a salvarci dal coacervo turistico e dal suo terribile e multiforme indotto basterebbe un turismo di qualità. È che il turismo di qualità può esserci in una città di qualità, un obiettivo ormai quasi irraggiungibile da Venezia. Che significa essere una città di qualità? Lo spiegò perfettamente Albrecht Dürer nel suo Viaggio nei Paesi Bassi, una volta giunto ad Anversa dopo aver assistito a una processione:

Tutta la città era riunita là, la gente di ogni ceto e mestiere, ognuno vestito nel modo più sontuoso, secondo la propria posizione. Ogni gilda e ogni corporazione aveva la propria insegna, così da poter essere riconosciuta. (…). E vidi sfilare per la via, ben distinti gli uni dagli altri da grandi spazi , ma sufficientemente compatti : gli orafi, i pittori , i tagliapietre , i ricamatori di seta, gli scultori, i falegnami , i carpentieri, i battellieri , i pescatori , i macellai, i conciatori, i drappieri, i fornai, i sarti , i ciabattini e i rappresentanti di ogni tipo di arte e di parecchi mestieri e i venditori di cibi e di alimenti.

Si sa che “il vero viaggio” di Dürer fu quello che il pittore fece a Venezia (la prima volta nel 1494 e poi nel 1505); una grande città certamente molto simile ad Anversa, come si capisce da alcune cronache cinquecentesche scritte in occasione delle fastosissime feste che la Repubblica volle si tenessero per più settimane dopo la vittoria di Lepanto. Una Venezia che al grandissimo artista venuto da Norimberga, senza dubbio alcuno, apparve bella e meravigliosa, ancor più seduttiva di Gand o di Bruges o di altre città dei Paesi Bassi. In breve, è sufficiente trasporre in ogni senso ai nostri giorni le parole e il loro significato profondo così come sono racchiuse in quell’elencare spazi, arti, mestieri, per capire ciò che per Dürer doveva contenere una città per essere chiamata bella e meravigliosa, comprendendovi anche se non soprattutto le opere dei maestri da lui amati: Jan van Eyck, Rogier van der Weyden, Hugo van der Goes, Joachim Patinier, Giovanni Bellini, Antonello da Messina e molti altri tra orafi, scultori, carpentieri,eccetera.

Fino a non molto tempo fa sopravviveva ancora una città con quel genere di affascinante energia (anche se tale non lo era affatto per tutti i suoi cittadini). A conoscerla, quella città, moltissimi scrittori e pittori, ma in modo specialissimo Henry James e Maurice Prendergast. In un suo saggio indimenticabile su James, Sergio Perosa nota acutamente il suo “guardar dentro” all’eccezionalità di Venezia, che a lui ricorda “una sorta di magnifica culla da bambini”. Ma è in un passo del Carteggio Aspern che lo scrittore anglo-americano sembra fissare quella che sarebbe dovuta essere per sempre, a suo dire, l’identità ormai impossibile di Venezia:

Senza strade e veicoli, il rombo delle ruote, la brutalità dei cavalli, e con le sue calli tortuose dove le persone si accalcano, dove le voci risuonano come nei corridoi di una casa… la città sembra un immenso appartamento collettivo, dove Piazza San Marco è l’angolo più ornato e i palazzi e le chiese, per il resto, fan la parte di grandi divani per la siesta, di tavolate per l’intrattenimento, di superfici decorative.

Anche se quella che James vede e di cui scrive sarà veramente apparsa in quei termini solamente ad alcuni pochi: “una sorta di magnifica culla da bambini”.

In realtà nella Venezia Culla già stava crescendo l’ Ambigua Memoria di Venezia. Non così per Maurice Prendergast, pittore splendidamente del New England che di Venezia seppe dipingere immagini incantevoli per senzazioni ed emozioni, e che con il suo post-impressionismo dalla fede assoluta nel colore ci mostrò, come nessun altro con tele e pennelli, la felicità di vivere a Venezia nel 1899 e di nuovo nel 1912.

Il Ponte della Paglia verso il 1910

Ogni tanto nel corso degli anni ho sfogliato più volte le immagini fotografiche di una specie di piccolo Panorama dalla copertina pitturata con vago gusto secessionista. Nient’altro che un contenitore da dispiegare in orizzontale per la curiosità di chi voleva ammirare monumenti , palazzi, canali di Venezia al tempo dei Ponti ancora in ferro sia agli Scalzi che all’Accademia. Di nessuna delle 32 Vedute del Ricordo di Venezia – questo il titolo del libretto da srotolare – si dice il nome del fotografo, ma questo poco importa per quel che si ha da dire. Una più che centenaria e anonima fotografia ci mostra la grazia mirabile di tre figure femminili sorprese nella loro apparenza incantevole mentre, impeccabilmente disinvolte, leggere , ridenti, passano agili sui vasti gradini del Ponte della Paglia. Sul lato destro della nostra immagine si è fermato ad osservare il radioso passaggio un uomo con baffi e pipa e un berretto in testa, del tipo che non incomodi se il suo proprietario ha da dipingere in libertà all’aperto. Dunque, un pittore l’uomo dai quadri in mano e sottobraccio, a cui nessun ingombro materiale può impedire di seguire con lo sguardo la suggestiva leggerezza incontrata proprio sul Ponte, il Ponte della Paglia, e da cui non riesce a distogliersi nonostante continui a “trasferirlo” spesso sulle sue tele. Che cosa sta guardando Maurice Prendergast trasferito a sua insaputa da un anonimo fotografo nella staticità di un’immagine miracolosamente casuale? Prendergast quel mattino, probabilmente di un giorno attorno all’anno 1912, ha fermato a lungo lo sguardo sulle due giovanissime fanciulle, che accanto alla madre e con la madre si scambiano note di bellezza, di allegria, di eleganza, decise nel salire lungo il fascino di un Ponte creato solo per loro e che le unisce felici nella tenerezza luminosa di un mattino forse di primavera.

Insomma, sono convintamente portato a credere che quel pittore in contemplazione dei suoi soggetti dal vero sia Prendergast, fotografato nel punto che ce lo fa vedere quasi al lavoro, di sicuro nel momento di una sua tranquilla e quieta ispirazione impressionista, che il pittore, tra i più celebri del New England, tradurrà in “liberazione del colore, rappresentazione della luce, aria e movimento”, quindi nella fantasia di acque e pozzanghere meravigliose su cui lui sollevava bandiere, ombrelli, cappelli e gonne nei modi di un entusiasmo cromatico post-impressionista.

A convincermi per davvero di essermi imbattuto in una sconosciuta perché inimmaginabile fotografia di Prendergast è il profilo del volto di quel pittore sul Ponte, del tutto simile al volto con pipa e berretto in un acquerello “Senza titolo” più che riferibile in forma di coloratissimo autoritratto allo stesso Prendergast. Inoltre, anche le fotografie ufficiali dell’artista, che la Guggenheim di Venezia nel 2009 celebrò con una bellissima mostra, ci rimandano ai grandi baffi e al sensibilissimo girar di faccia dell’ignoto, ma non più per noi, pittore non per caso sul Ponte della Paglia. Da ultimo, un ulteriore conferma della nostra fantasia prendergastiana ci è stata suggerita da Italo Zannier, grande fotografo e grandissimo storico della fotografia, che data quell’immagine a subito dopo il 1910, il che coinciderebbe in pieno col ritorno a Venezia di Maurice Prendergast.

Comunque, se lo scrittore e il pittore fortunatamente per loro si sono persi l’incubo dell’Auto-Ircocervo digitale in Piazza San Marco, potrebbe non essere così per noi terrorizzati, e già lo siamo, per le probabili competenze di Matteo Salvini in materia di attività portuali. Se questo dovesse disgraziatamente accadere, le sempre più grandi Grandi Navi ritornerebbero a violentare Venezia alla faccia delle strette di mano di Mario Draghi con Giorgia Meloni.

Maurice Prendergast, Il Ponte della Paglia, 1899
Quell’Auto-Ircocervo a Venezia ultima modifica: 2022-10-25T12:34:20+02:00 da FRANCO MIRACCO
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1 commento

Marina Furian 26 Ottobre 2022 a 2:04

Ottimo

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