Il tempo riflesso

nella poesia di Corrado Benigni
GABRIO VITALI
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“Versi appuntiti ed esatti”, così Milo de Angelis, suo maestro ed amico, definiva la poesia di Corrado Benigni, in una nota introduttiva al libro, Alfabeto di cenere (2008), con il quale il poeta, appena ventisettenne, si presentava per la prima volta ai lettori e alla critica. E da allora, l’acribia e la precisione nel trasformare in parola e in sequenza i ritmi e la musica del pensiero, quasi un’ossessiva e parsimoniosa attenzione alla costruzione del linguaggio poetico, sono rimaste la caratteristica del lavoro di questo poeta bergamasco. Sempre all’insegna di quella giustizia ed esattezza che la scrittura deve alle cose e alla vita e sempre nello sforzo di porre con la lingua un argine alla dispersione nel tempo della loro realtà contingente e della loro possibilità di portare significato.

Esattezza e giustizia sono infatti per Benigni – nella vita, anche avvocato – un’endiadi inscindibile che lega e interconnette la cultura e la pratica giuridica con la cultura e la pratica letterarie. Esse costituiscono, pertanto, i due ambiti principali della sua ricerca stilistica: se è vero che con un poemetto intitolato Giustizia, del 2010, viene inserito, da Franco Buffoni, nel Decimo Quaderno italiano di poesia contemporanea, prestigioso almanacco che raccoglie di volta in volta le voci poetiche giovani più significative; e se è vero che, con il titolo esplicito di Tribunale della mente, Corrado licenzia nel 2012 la sua seconda silloge, incentrata proprio sulla relazione, in poesia, fra l’esattezza della parola e il giudizio sull’esperienza. In un suo saggio, intitolato Letteratura e giustizia, si può leggere, infatti, l’affermazione chiarificatrice secondo la quale scrittura giuridica e scrittura poetica condividono «un linguaggio distillato dall’uso di parole strettamente necessarie». L’esattezza è fondamentale sia nel linguaggio del giurista che in quello del poeta: ne possono venire conseguenze decisive per la vita di un uomo.

Questa considerazione porta alle matrici di fondo, di tipo antropologico, della poetica e dello stile di Corrado Benigni e che lui definisce come «intimità tra poesia e pensiero». Che infatti il linguaggio costruisca e liberi il pensiero umano, per consentire la prensione significante della realtà di cui l’uomo fa esperienza, è fattore antropologicamente originario e riconosciuto da etno-biologhi, filosofi, linguisti e persino teologi; ma che la poesia, proprio per la sua intrinseca natura di lavoro tecnico sul significante, eserciti la funzione conoscitiva del pensiero come nessun’altra forma di organizzazione di quest’ultimo è qualcosa su cui non si riflette mai abbastanza. Invece, quel nesso fra poesia e pensiero è la cifra del lavoro poetico di Benigni, che si esplicita, in uno stile pienamente consapevole, nel suo penultimo libro, Tempo riflesso (Interlinea, 2018): secondo l’affermazione di Victor Hugo, per la quale «la forma è il contenuto che affiora in superficie», è proprio il lavoro tecnico sulla forma, rastremato e preciso, che l’autore fa risaltare nei componimenti della raccolta. 

Il punto di partenza è un’osservazione attenta e riflessiva della realtà, da quella più prosaica e occasionale della quotidianità, a quella più complessa e dilatata della condizione umana o della natura del cosmo, della quale l’autore si prova a cogliere il ritmo e il movimento segnato nelle cose, per poi fissarli in parole esatte e ricostruirli in una sequenza metrico-musicale che li rifletta. Un lavoro paziente e meticoloso nel quale le scelte della lingua si fanno giudizio del valore delle cose, cogliendovi le corrispondenze con quanto di verità e di senso che in esse esista di velato o di nascosto. Un lavoro attento a cesellare e calibrare scelta e concatenazione frastica delle parole in una prosodia in cui metrica e sintassi si corrispondono nel ritmo: così avviene, per esempio, in modo icastico in alcuni suoi testi in prosa poetica, nei quali la costruzione paratattica della frase corrisponde a una forma metrica classica del verso, come l’endecasillabo o il settenario.

Dal punto di vista poematico, poi, è naturale per Benigni ricorrere alla tecnica elliotiana e montaliana del correlativo oggettivo, per cui un oggetto, una situazione o un evento (un segno cioè del tempo) viene portato a corrispondere a una sensazione o a un pensiero particolare, e diviene così un emblema correlato a un lacerto di realtà o di esperienza, che il poeta rende riconoscibile nel montaggio del verso e che perciò diventa condivisibile. Da qui, del resto, viene infine l’abbandono, come per un’incertezza identitaria, dei pronomi personali dell’io o del tu, per arrivare a una scelta quasi obbligata del noi, onde proporre una poesia sia oggettiva che corale, nella quale il pensiero espresso dal poeta si faccia emblema di una condizione generale, in cui si avverta una fragilità comune. La poesia di Corrado, insomma, lavora come la giustizia, dove tutto si riconduce a legge, a ordine, a tempo e movimento regolamentati; non certo però con l’intento di normalizzare e costringere la vita in postulati o modelli rigidi, ma con quello invece di dare regola e ritmo alla complessità che nella vita si manifesta, si muove e cambia in continuazione. E compiendo, per usare le parole dell’autore, lo sforzo insistito “di estrarre dalle cose sensibili un loro fondo segreto, illuminandolo” nel verso. Una tale illuminazione può avvenire nel passaggio dai segni, che il tempo, passato e ormai assente, ha lasciato nelle cose, alle parole e ai versi in cui quei segni del tempo si riflettono: la poesia diventa, appunto, Tempo riflesso. 

In particolare, nell’ultima sezione del libro, Apparenze, Benigni mette a frutto in modo originale l’antica tecnica retorica dell’exphrasis, intervenendo con la parola della poesia sui tempi fermi della fotografia per riaprire il movimento bloccato nell’immagine e assumerlo nel ritmo pacato e meditativo dei suoi versi. Del rapporto fra poesia e fotografia, Benigni si è occupato in varie occasioni, lavorando sempre a una relazione di simbiosi e di contaminazione reciproca fra le due, dato che, a suo parere, “poesia e immagine appaiono come declinazione di una fonte comune dalla quale possono generarsi vicendevolmente e appartenersi”: la fotografia riproduce la realtà, fissandola nel tempo immobile di un istante divenuto permanente nell’immagine; la poesia la realtà la racconta, inserendola nei tempi mobili del proprio ritmo e del proprio movimento metrico. Va da sé, quindi, che la sincronia della fotografia e la diacronia del verso possono essere messe fra loro in un dialogo proficuo ed euristico.

Ed è quello che fa Corrado Benigni nell’ultimo suo lavoro, la raccolta Là fuori (Valigie rosse, 2020), insignita dell’autorevole Premio Ciampi per la poesia contemporanea. In questo lavoro, arricchito e contrappuntato da alcuni suggestivi scatti di Olivo Barbieri, prevalentemente rivolti a grandi paesaggi di periferie metropolitane, il soggetto lirico della poesia si muove in quegli stessi spazi liminari e confusi che segnano lo sgranarsi delle strutture urbane, immerso in un caos di immagini e oggetti che si addossano l’un l’altro, osservando «come da dietro un vetro» (che sono poi le parole) quanto occasionalmente lo circonda e cercando di dare almeno un ordine metrico-sintattico, se non di senso, al pieno di cose, in realtà così vuoto, che vede passando:

Vedo il paesaggio che guarda me./ Osservo l’interno dall’interno,/ sono dentro una cornice./ Figure d’ombre risalgono dal fondo,/ cosa rende visibile ciò che non è?/ L’occhio della mente si muove su piani orizzontali,/ abita gli interni delle stanze,/ poggia sugli oggetti presenti e ne perimetra le forme/ per poi portare tutto all’unità,/ dove ogni esplorazione si fa interna e circolare./ Tutto è già stato abitato, tutto à già mondo. Guardo dal di fuori, e sono dentro.

Questa collocazione del soggetto lirico fuori e dentro al paesaggio osservato e percorso, come fosse all’interno e contemporaneamente all’esterno di una fotografia e del suo tempo fisso, produce effetti di spaesamento e d’incertezza che tuttavia sortiscono una rappresentazione straniante e, per certi aspetti, una più profonda e intima visione della realtà, nella quale si può inserire il movimento del pensiero. La realtà delle cose, cioè, che dall’esterno si muove sotto lo sguardo del poeta, si fissa all’interno del suo pensiero e della sua poesia in un gioco di riflessi che ne consente una visione nuova e per certi aspetti rivelatrice, offrendo così una diversa conoscenza del nostro esistere e una sua più ambigua e aderente rappresentazione:

Così esiste la realtà nei nostri occhi ciechi,/ accumulo informe di tracce e segni./ La parola è la nostra vista, dove ciò che non appare/ sale in superficie, indizio del vero.

La poesia di Corrado Benigni ci colloca in una sorta di continua attesa ”che il tempo scorra e passi il giorno, / venga un’altra stagione / a dare forma a ciò che manca”. E non c’è bisogno di fare riferimento alla situazione in cui tutti ci siamo trovati nell’immobilità del lock-down, schiacciati in uno spazio senza tempo e chiusi in una storia senza futuro, per cogliere quanto qui Benigni alluda alla generale condizione umana nelle crisi della contemporaneità, dove “è nostro l’incerto e mutevole trascorrere / che definisce il paesaggio” e dove solo “Nella trasparenza prende forma il tempo”. Mentre, d’altro canto, “Non esiste paesaggio se non attraverso le immagini / che diventano realtà solo se osservate” e agite dal nostro movimento di pensiero che le assuma in una prospettiva di senso. Senza di ciò, non possiamo che assistere smarriti e disorientati, come in contumacia dalla realtà, a “l’immobile resistere di tutte le cose contro il tempo”, constatando impotenti che, al di là di ogni sforzo della poesia, da questa condizione “Non c’è nessun vero riparo / Ogni cosa è accomunata / da un disperato desiderio di persistenza, / da un identico destino di creatura”. E da questo disperato desiderio forse solo la poesia ci può liberare e assolvere, nel consegnarci più consapevoli a quel destino.

Là fuori
di Corrado Benigni
Valige rosse, 2020
Prezzo: euro 10

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Il tempo riflesso ultima modifica: 2022-11-02T19:12:38+01:00 da GABRIO VITALI
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