Il Bufalo ci riprova

A metà dicembre si terrà a Johannesburg la conferenza per eleggere il candidato alla presidenza all’elezione del 2024, e Cyril Ramaphosa, attuale capo dello Stato, detto “Bufalo”, può rivincere senza problemi, rivincere con affanno. O perdere malamente la gara.
FRANCESCO MALGAROLI
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A metà dicembre si terrà a Johannesburg la conferenza per eleggere il candidato alla presidenza all’elezione del 2024, e Cyril Ramaphosa, attuale capo dello Stato, può rivincere senza problemi, rivincere con affanno o perdere malamente la gara.
Due presidenti della Repubblica sono rimasti interdetti in seguito a scandali e affari loschi: Nelson Mandela e Kgalema Motlanthe. Thabo Mbeki, “il Professore”, e Jacob Zuma, “l’uomo che ti accoltella con il sorriso sulla bocca” e per tutti JZ, sono stati defenestrati prima della fine del secondo mandato. Un nomignolo affibbiato a Ramaphosa è “Bufalo”, anzi bue, in onore dell’ankole un animale di rara bellezza venuto all’Africa centrale e allevato in una delle sue riserve. 

A uscirne in malo modo può essere la volta del “Bufalo”. Parte dell’establishment infatti sta insaponando la corda per impiccarlo alla conferenza. 

Il suo carattere è forte, come sono forti quelli degli altri due e nessuno ha mai amato gli altri. Si potrebbe dire che la lotta per la supremazia è la lotta tra gli esuli dell’African National Congress – come Mbeki e JZ – e gli interni del Mdc, il movimento per la democrazia – come Ramaphosa: due ottantenni e un settantenne che si combattono ancora oggi.

Cyril Ramaphosa

Fino a giugno nessuno pensava di buttare giù l’attuale capo dello Stato. Poi si è messa in moto una slavina. A Phala Phala, una fattoria di Ramaphosa dell’est del paese, si è consumata una commedia horror dove c’erano una quantità di dollari rubati e non denunciati, ladri maldestri, agenti maneschi, faccendieri africani e del Dubai invischiati in compravendite e mazzette. 

Alla fine una commissione incaricata dal parlamento tra novembre e dicembre dovrebbe dire se il capo dello Stato si dovrà mettere da parte in attesa di un eventuale processo. Il 30 ottobre in un’intervista alla Sabc, la tv pubblica sudafricana, Lindiwe Sisulu, ministra del turismo, senza mezzi termini ha dichiarato che “chiunque, anche il Presidente, ha il dovere di dimettersi” quando c’è un possibile reato che lo riguarda.

La “Principessa”, 68 anni, figlia di Walter Sisulu, uno dei numi tutelari della patria e insieme a Mandela incarcerato, è una delle candidate alla corsa per la Presidenza. In esilio è stata vice di Zuma quando era il capo dell’intelligence, e dal 2001 ricopre incarichi in governo. Accanto a lei come una sorta di ticket c’è l’ex moglie di Zuma, Nkosazana Dlamini-Zuma, 71 anni per tutti NDZ, anche lei con incarichi di governo e battuta da Ramaphosa nella gara del 2017. Le due donne fanno riferimento alla “Ret”, la corrente populistica dell’Anc, anche se NDZ questa volta non pare aver voglia di impegnarsi. C’è pure Zweli Mkhizi, naturalmente ‘ex’, questa della sanità, silurato durante il coronavirus per appropriazione indebita e anche lui della cordata della Ret. 

Lindiwe Sisulu

Tornato a parlare dopo quindici mesi di arresti domiciliari, JZ ha subito sparato attraverso l’agenzia Afp: Ramaphosa è “corrotto”, e ha “tradito” per interessi personali. Mbeki, con accenti diversi e pesando le parole, qualche giorno dopo ha detto che il Presidente deve dire la verità su Phala Phala se vuole essere un vero leader. Il sottotesto è: tu, Ramaphosa, non lo sarai mai.

Molti stanno rimuginando vendetta contro di lui e altri osservano che al di là di programmi altisonanti per salvare il Sudafrica dagli affaristi, il capo dello Stato non ha idea e non proposte per evitare la rovina.

Uscire più o meno indenne dalla conferenza e dalle indagini del parlamento vuol dire per lui un anno e rotti per organizzare la campagna per la sua rielezione. Tanti però, soprattutto giovani, sono disaffezionate e non voglio più avere a che fare con un partito corrotto e inetto. Non voglio un Presidente espressione della segreteria scollata dalla realtà e dedita ad intrallazzi. In tanti non voteranno più. 

In Sudafrica si scherza molto sui polli e le loro cotture, ma l’idea di trovarsi nella parte del pollo a Ramaphosa non piace punto. Magari può avere una carta coperta per sparigliare i giochi e tornare a curare i suoi interessi a molti zeri sei e sette mesi prima del voto.

Un mese fa, in Leshoto, uno santerello incuneato nel Sudafrica, le elezioni hanno portato al potere il RFP (Revolution for Prosperity), fondato solo sei mesi prima il miliardario Sam Matekane. Con i suoi diamanti ha buttato all’aria i partiti tradizionali che da decenni hanno non-governato il paese in cui una monarchia costituzionale non ha potere decisionale. 

Pure in Sudafrica gira un nome: Patrice Motsepe. Alla testa della African Rainbow Minerals che estrae ferro, platino, oro, e tra l’altro da un anno capo della Caf dell’Africa, l’organizzazione del gioco del calcio, il multimiliardario apparentemente è fuori dagli schemi soliti. L’uomo giusto al posto giusto? Forse. Motsepe però non ne vuole sapere e l’ha detto. Per anni ha dato bei soldi all’Anc alla luce del sole ma non è mai entrato dell’Anc. 

Ha però una pecca. Motsepe ha due sorelle: Brigette è moglie di una potente figura dell’Anc, Jeff Redebe; Tshepo, medico è, come la sorella, donna d’affari. 

Tshepo Motsepe è sposata da 25 anni a Cyril Ramaphosa.

Immagine di copertina: Una manifestazione dell’African National Congress nel distretto di Amathole

Il Bufalo ci riprova ultima modifica: 2022-11-04T20:10:26+01:00 da FRANCESCO MALGAROLI

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