Angela, un ritratto. Conversando con Tonia Mastrobuoni

L’intervista con l’autrice de “L’inattesa. Angela Merkel. Una biografia politica” è anche occasione per analizzare la scena tedesca di questi ultimi due decenni, e la Kanzlerin, che ne fu al centro, mentre si chiude la sua epoca e se ne apre un'altra che mette sotto una diversa luce eventi e scelte cruciali che la videro spesso protagonista principale.
SANDRA PAOLI
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“I leader si vedono dall’infanzia, se maschi. Per le donne è più complicato.” Così inizia L’inattesa. Angela Merkel. Una biografia politica, il libro di Tonia Mastrobuoni, pubblicato da Mondadori. Con l’autrice, corrispondente de la Repubblica da Berlino, ne abbiamo parlato in un’ampia intervista che è stata anche l’occasione per osservare la scena tedesca di questi ultimi due decenni, e la Kanzlerin, che ne fu al centro, mentre si chiude la sua epoca e se ne apre un’altra che mette sotto una diversa luce eventi e scelte cruciali che la videro spesso protagonista principale.

Angela Merkel si è rivelata negli anni una vera leader politica. Ci puoi raccontare la figura di lei come donna in politica?
Il fatto che lei sia donna, dal suo punto di vista è quasi un incidente. Non ha mai fatto leva sulla sua femminilità per arrivare al potere.
Ha un talento politico mostruoso, secondo me è stato il più grande talento degli ultimi vent’anni. Naturalmente ha rivelato anche alcuni lati negativi. È comunque riuscita a imporsi non solo in una società ancora molto maschile, ma anche in un partito che era di soli uomini, la CDU, i cristianodemocratici tedeschi. Nel partito esisteva anche un patto tra maschi, l’Andenpakt, il “Patto delle Ande”. Era stato sottoscritto nel 1979 da una dozzina di giovanissimi politici della CDU. Tanti di loro, in seguito, hanno fatto carriera. Come Christian Wulff, diventato Presidente della Repubblica. C’era Friedrich Merz che dopo l’uscita di scena di Merkel è diventato il leader. Pensavano di spartirsi tutte le poltrone che contano, ma a sparigliare il loro gioco arriva dall’Est, appena cade il Muro, una giovane scienziata, ignota ai più. Helmut Kohl la prende sotto la sua ala.

Fa una carriera assolutamente straordinaria e molto rapida, anche uccidendo il suo “mentore”. Quando scoppia il famoso scandalo dei fondi neri, non si fa scrupoli a dire “Dobbiamo liberarci di Kohl” – l’unica del partito. Sarà lei a rigenerarlo. Per Wolfgang Schäuble, presidente del partito, non è possibile.

Tanti uomini l’hanno osteggiata nella sua carriera. Le lobby che l’hanno contrastata sono state eminentemente maschili, come quella dell’Andenpakt. Merkel l’ha sconfitto tante volte, con l’astuzia, con capacità politica, di leadership.

Nel 2022, ad esempio, i membri del Patto andino tramarono per non farla diventare candidato cancelliere. Scelsero il capo del partito della della Baviera, l’Unione Cristiano Sociale. Lei li prese in contropiede, andò una mattina a colazione da Edmund Stoiber, che i suoi rivali avevano scelto alle sue spalle come candidato. Gli disse che l’avrebbe proposto lei stessa. Venne così allo scoperto. Candidò Stoiber. In cambio ottenne il via libera per se stessa, per sbaragliare i suoi avversari. Dopo le elezioni lui avrebbe dovuto far fuori Friedrich Merz, che era stato il suo rivale principale. Riuscì nel suo intento, Stoiber perse le elezioni, anche se lei fece campagna elettorale per lui. Ottenne ciò che voleva sia perché Stoiber non riuscì a diventare cancelliere, sia perché fu costretto poi a far fuori Merz. L’episodio rivela la sua capacità di farsi largo, anche con molto stile.

Nel libro scrivi che “a lungo si è ribellata volutamente ai canoni estetici occidentali, sia con le capigliature, sia con i vestiti.” Come spieghi questa scelta da parte sua, e come è stata recepita dai suoi cittadini?
È un aspetto che mi ha spiegato molto nel dettaglio anche uno dei due politici che le sono stati a fianco a lungo, Thomas de Mazière.
Mi raccontava che all’inizio si vestiva malissimo, talmente male che a un certo punto le fu detto: “Forse è il caso che ti vesta in maniera diversa”. Portava lunghe gonne larghe, era sempre molto casual. Si ribellava al canone occidentale. Diceva: “Non devono guardare a come mi vesto”. Negli ultimi anni della sua carriera abbiamo visto un’altra svolta geniale. Si fece preparare da una stilista di Amburgo i suoi famosi completi, tutti colorati, ma tutti praticamente uguali. Era un modo per dire “Non dovete guardare a come mi vesto. Degli uomini cosa guardate? Al massimo la cravatta.”

Questo problema non è ancora stato risolto, almeno in Italia …
No, penso anche a tutti i commenti di questi giorni su Meloni, che si cambiava le scarpe, alle osservazioni sui suoi completi, su quanto è ingrassata … Con gli uomini non facciamo mai così.
Io stessa ho fatto il medesimo errore quando ho intervistato Christine Lagarde. Le feci un’intervista a Francoforte. Aveva uno dei suoi stupendi completi Chanel. Cominciai citando il completo. Fui attaccata da molte donne, ma col senno di poi ho capito che avevano ragione. L’intervista era tutta economica, solo di sostanza, il mio era solo un attacco del pezzo partendo da un dettaglio, ma ho capito che giustamente noi donne siamo stanche di essere giudicate su questo. Ed è vero che Lagarde, che per anni ha portato completi molto belli e molto cari, quando è diventata presidente della BCE ha cambiato completamente modo di vestire. Alle conferenze si presenta sempre in grigio o in nero.

Secondo me il messaggio è “Non guardate come sono vestita”. È quella sobrietà che deve consentire ai giornalisti, agli osservatori di concentrarsi, di entrare nel merito.

Angela Merkel e Helmut Kohl

Quando “der schwarze Riese”, il Gigante nero, Helmut Kohl, nel 1991 le affida il Ministero per le donne e la gioventù è chiamata Kohls Mädchen”, la ragazza di Kohl. Quando il Gigante è travolto dallo scandalo e si teme che la CDU soccomba come la Democrazia cristiana in Italia la definiscono “Trümmerfrau”, donna delle macerie, come a dire “domestica”. È apostrofata anche con l’epiteto “Mutti”, mamma. Non si tratta di complimenti. C’è stata poi, col tempo, un’evoluzione dell’atteggiamento dei politici maschi, della stampa e dell’opinione pubblica tedesca nei confronti delle donne in politica?
Questo in qualche modo ci riporta anche all’Italia, al primo premier donna Giorgia Meloni.
Già il fatto che un cancelliere sia una donna è stato una rivoluzione in Germania. La Repubblica Federale è sempre stata un paese molto misogino, molto arretrato dal punto di vista, per esempio, del gender gap, della differenza di compensi tra uomini e donne. Tra l’altro, nei sedici anni di Merkel non è molto migliorato. Ma il fatto, anche estetico, di vedere una donna al potere è diventato un fatto filosofico. Ora è pensabile che una donna possa essere cancelliere. Talmente pensabile che c’è un aneddoto di un bambino di sei anni che a un certo punto chiede alla madre: “Mamma, ma un uomo può diventare cancelliere?” Lui da quando è nato ha visto solo una donna cancelliere. Quindi è fondamentale crescere con questa idea.

Guardando all’Italia, a Giorgia Meloni, non condivido nulla di quello che lei pensa. Secondo me, anche dai primi passi che sta muovendo, si sta dimostrando una premier molto corporativa, molto vecchia negli schemi mentali, è l’espressione massima del patriarcato, viene da un partito che è patriarcale e post fascista. Ha scelto sei ministri donne su ventiquattro ministeri, togliendo alle donne qualsiasi potere sui ministeri chiave. Quindi, dal punto di vista delle donne, secondo me non non c’è ancora nessuna conquista concreta.

Però è importante che abbia sfondato quel tetto di cristallo. D’ora in poi è pensabile che una donna sia presidente del consiglio anche in Italia.

Angela Merkel in uno dei suoi periodici incontri con i cittadini

Come paragoneresti la prima donna capo del governo italiano Giorgia Meloni alla prima cancelliera tedesca?
Dobbiamo ancora vedere che cosa farà Giorgia Meloni. Tuttavia, ha preannunciato alcune cose.
Parte della capacità politica di Merkel sta nel fatto di essere una sorta di Proteo, un essere mitologico che sostanzialmente si trasforma in tutto quello che incontra. Ha assorbito anche istanze molto progressiste. Ogni volta che vedeva che in qualche modo la società doveva avanzare, che fosse o no un’istanza conservatrice, l’adottava. Penso per esempio all’uscita dal nucleare, naturalmente sulla scia di uno shock come quello dell’incidente di Fukushima. Penso anche ai matrimoni tra persone dello stesso sesso: era contraria, ma ha dato libertà di voto al suo partito – non sulle coppie di fatto che erano già legge, ma proprio sui matrimoni tra persone dello stesso sesso.

Riguardo all’aborto, quando divenne ministro della famiglia, dovette in qualche modo trovare un equilibrio tra la legge estremamente liberale che aveva la Germania Est e la legge molto più restrittiva che esisteva nella Repubblica Federale. La Germania comunista aveva una delle leggi sull’aborto più liberali del mondo. La cosa stupenda è che lei prima scrisse un compromesso tra queste due leggi, ma in cuor suo era totalmente d’accordo con la legge che conosceva da quando era nata, quella della Germania Est. Sulla sua stessa legge si astenne, da ministro.

Secondo me ha cercato di portare alcuni elementi della Germania Est anche nella Germania unificata, che ha governato. La Germania Est in alcuni ambiti era molto avanzata, per esempio sui diritti delle donne, come le garanzie per le madri, le politiche di conciliazione.

Sull’ambientalismo è stata la prima capa di governo conservatrice in Europa, direi, a portare avanti con grande convinzione le istanze di lotta ai cambiamenti climatici. In questi campi ha sempre agito senza pregiudizi e in modo del tutto non ideologico.

Aveva basato la sua prima campagna elettorale, nel 2005, per diventare cancelliera, su alcuni punti più ideologici, come la flat tax. Andò male. Quasi perse quelle elezioni, pur avendo all’inizio della campagna un vantaggio di dieci-dodici punti. Imparò la lezione. Non fece mai più campagne ideologiche, su istanze conservatrici. Dopo il 2005 si è sempre stata basata sull’affermazione “Mi conoscete. Votatemi”.

Non sono d’accordo con chi afferma che Giorgia Meloni sia la Merkel italiana. Per ora non sappiamo ancora veramente che cosa farà. Nei suoi interventi in parlamento ha dato un segnale agli evasori dichiarando di aumentare il limite dei pagamenti in contanti. Significa dire “Basta col fisco persecutore”. Abbiamo un problema di cento miliardi di debiti, di denaro evaso dal fisco, che riguarda certe categorie che lei ha palesemente promesso di proteggere. Così come proteggerà i balneari, così come proteggerà i tassisti, così come proteggerà tutte le corporazioni che frenano ancora questo paese. Quindi, dai primi segnali che sta dando, segnali di una politica totalmente rivolta all’indietro, sono piuttosto preoccupata e non credo che sarà una nuova Merkel.

Inoltre, bisognerà vedere quali alleanze farà in Europa. Sicuramente vorrà rappresentare molto fortemente gli interessi dell’Italia, ma in Europa non si rappresentano gli interessi dell’Italia da soli. Abbiamo visto che fine hanno fatto la Polonia e l’Ungheria, quindi sono necessari gli alleati.

Dicembre 2015

Ci sono differenze tra vecchi e nuovi Länder riguardo alla presenza delle donne in politica?
Ci sono differenze enormi. Tanti tedeschi dell’Est considerano se stessi dei pionieri, o in qualche modo dei sopravvissuti. Quello della Germania comunista era un regime terribile, opprimente. Era uno dei peggiori dal punto di vista del controllo dei servizi segreti. Chiunque abbia avuto un amico dissidente – e io ne ho tanti – sa che cosa ha significato la persecuzione sistematica.

Ma chi oggi ricorda bene quegli anni, ricorda anche che dal punto di vista della possibilità per le donne di conciliare lavoro e famiglia, la DDR era abbastanza all’avanguardia. Erano garantiti gli asili nido, la cosa più importante per una madre. La cosiddetta “Ostalgie” ha tanti elementi secondo me incomprensibili, ma il rimpianto di questo a mio parere è assolutamente condivisibile.

Coloro che hanno effettivamente perso dalla caduta del Muro di Berlino, hanno perso perché le loro sono state tutte vite spezzate. Merkel è davvero l’esempio clamoroso di un successo? No, anche lei è un esempio di vita spezzata, poi proseguita con grandissimo successo, ma in una direzione completamente diversa rispetto alla carriera accademica e scientifica che aveva intrapreso.

Una delle mie migliori amiche è l’attuale portavoce del presidente della Repubblica Frank-Walter Steinmeier. Si chiama Cerstin Gammelin. Dopo la caduta del Muro ha fatto una carriera giornalistica, prima era stata ingegnere meccanico. La sua impresa fu chiusa e si ritrovò disoccupata. Anche lei è un clamoroso esempio di qualcuno che si è reinventato positivamente. Però milioni di persone non sono riuscite mai a riprendersi. Questa delusione, questa amarezza è stata trasmessa anche ai figli. Sono due generazioni che ancora risentono degli echi negativi della caduta del Muro. Le biografie spezzate che vanno poi in una direzione sbagliata si trasformano in fallimenti.

Le delusioni vissute nella Germania Est non si fermano a una sola generazione, vengono trasmesse a quella successiva. Credo che sia uno dei motivi per cui oggi l’AfD, l’Alternative für Deutschland, sia il primo, il secondo o il terzo partito in quasi tutte le regioni dell’Est. È considerato di destra, i suoi elettori lo sanno benissimo, tra i suoi membri vi sono nazisti, antisemiti, ma lo considerano un loro partito.

La vita nella Germania dell’Est dopo la riunificazione è stata un trauma generazionale, che non si è fermato alla generazione che l’ha vissuto in prima persona. Oggi, quando sento chi rimpiange quel regime, perdo subito la pazienza, ma mi rendo conto che c’è stata anche tanta ingiustizia. Una delle cose più tragiche è stata la perdita del lavoro.

Nell’economia è avvenuta una sorta di annessione. Il novanta per cento delle aziende furono affidate alla Treuhand, il grande contenitore che risucchiò tutte le industrie della Germania Est. La liquidò troppo velocemente, troppo brutalmente. Le aziende cedute sono state vendute tutte a tedeschi dell’Ovest. Questa, in qualche modo, è stata una logica predatoria che ha lasciato enormi ferite.

Ci puoi spiegare il significato di “Girlscamp”, il cerchio magico di Merkel di sole donne? La cancelliera ha creato davvero intorno a sé un gruppo di persone fidate, ma di sole donne?
Questa espressione è stata usata all’inizio, quando aveva scelto Beate Baumann, una donna intelligentissima come suo braccio destro, come capo della segreteria. Una germanista che poi è diventata la sua ombra.
Era l’unica persona che poteva in qualche modo redarguirla, correggerla quando piangeva. All’inizio Merkel era più emotiva, quindi piangeva. Poi si sono aggiunte altre donne, ma anche altri uomini. L’uso del termine “Girlscamp” era un modo dei suoi avversari di insultarla, di sminuirla.

Come “Mutti”, mamma, che lei detesta. “Das Mädchen”, la ragazza, è un’altra definizione che detestava. Una che le piaceva, secondo me, era “Klimakanzlerin”. Se ci fosse riuscita, sarebbe diventata la prima cancelliera di una coalizione tra conservatori e Verdi.

“Forse un uomo avrebbe urlato, io sono scoppiata a piangere”. Merkel ha sempre pianto nelle situazione difficili? È davvero una peculiarità femminile?
Non trovo il pianto una cosa negativa, per mille motivi. È uno sfogo. Sicuramente in tanti ambienti, come in quello giornalistico, non è reputato professionale. Mi ricordo la prima volta che Merkel pianse pubblicamente. Fu durante un viaggio in Israele, era appena diventata ministro. Pianse di rabbia perché era lì come ministro con un altro collega di rango inferiore. Quando scese dall’aereo, in Israele, tutti i giornalisti si rivolsero al collega maschio, per questo pianse di rabbia.

I suoi erano sempre dei pianti di rabbia, una reazione. Ha detto, molto giustamente, che se fosse stata un uomo avrebbe urlato. Anche gli uomini perdono il controllo – in altri modi.

Annegret Kramp-Karrenbauer, Angela Merkel. Ursula von der Leyen, Julia Klöckner

Merkel ha dovuto fronteggiare la misoginia di capi di stato di altri paesi. Il mondo oggi accetta di più figure così importanti?
Se pensiamo al ruolo che in questi ultimissimi anni ha avuto Janet Louise Yellen negli Stati Uniti, allora sì. È stata il capo della Fed, adesso è segretario al tesoro. Pensiamo anche a Christine Lagarde, ministra delle finanze di Sarkozy, poi direttrice del Fondo monetario internazionale. Adesso presiede la BCE. Inoltre, abbiamo la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. È stata un’importantissima ministra della Famiglia in Germania. Nel primo governo Merkel fece delle rivoluzioni vere e proprie, anche contro la volontà del suo partito di uomini molto conservatori. Ha realizzato un grande piano per gli asili nido, ha enormemente arricchito gli assegni familiari, ha ridefinito i congedi. È stata bravissima. Merkel, si dice, a un certo punto le ha assegnato il ministero della difesa, un ministero complicatissimo e molto spinoso. Si maligna che fosse un modo per far fuori una sua potenziale rivale. Von der Leyen sarebbe potuta diventare la prossima cancelliera. Quindi, alcune delle poltrone più pesanti del mondo oggi sono occupate da donne.

Anche la nuova ministra degli esteri tedesca, Annalena Baerbock. È molto tosta, molto amata dai diplomatici, non solo da quelli tedeschi.

Merkel è stata cancelliera di uno dei paesi più importanti, più ricchi al mondo. Il suo è stato un esempio e un modello molto rilevante.

Rimane difficile per una donna arrivare al potere, soprattutto in Italia. Però ora non è impossibile.

L’attuale governo Scholz è il primo governo tedesco a includere tante donne quanti uomini. Oltre alla cancelliera hanno contribuito altri fattori a questa evoluzione? Hanno contribuito anche i Verdi, che da tempo hanno due presidenti, un uomo e una donna?
Scholz fa parte del percorso di sempre. La presenza di Merkel alla cancelleria ha fatto sì che tutti i partiti a un certo punto si siano sentiti quasi obbligati a esprimere una leadership almeno per metà femminile. I Verdi sono tra i più avanzati, hanno avuto a lungo un tandem, un uomo e una donna presidenti.

Anche la Linke ha avuto un tandem femminile-maschile. Non i liberali, che sono più conservatori dei cristianodemocratici. Secondo me la cosa veramente tragica sono i socialdemocratici. Non provano alcuna vergogna ad avere pochissime donne. Alcune sono ormai molto potenti, ma in genere i posti di potere sono occupati da uomini. Si dovrebbe fare uno studio su questo fenomeno, sulla misoginia della sinistra.

È tristissimo anche che in Italia il primo premier sia una donna espressione di un partito post fascista. Non c’è nulla di femminista nel fatto che Meloni sia la presidente del consiglio, perché Meloni è semplicemente una donna molto abile politicamente e tatticamente. Il consenso per lei è cresciuto anche perché è stata per un anno e mezzo all’opposizione con Draghi quando tutti erano dentro il governo. È comunque molto abile, si è fatta largo in un partito di maschi, patriarcale. Prevedo tempi bui per le donne, soprattutto per le sue scelte che riguardano il ministero della famiglia e della natalità. È stato assegnato a una persona lontana dalle sensibilità femminili, antiabortista, omofoba.

Tornando ai Verdi, in tutti i Länder dell’Est, dalla Sassonia al Brandeburgo non sono ben visti, prendono pochissimi voti per due motivi: sono visti ancora come il partito della cosiddetta terza via. Quando cadde il Muro volevano trovare una terza via tra capitalismo e comunismo. Avevano dubbi sulla caduta del Muro e su una riunificazione molto rapida. I cittadini della Germania Est volevano immediatamente il cambio della moneta 1:1, la parificazione salariale. Inoltre, è visto ormai come una sorta di partito della rucola, un partito radical chic, delle città, che non comprende le esigenze dei contadini o di chi lavora in fabbrica. In realtà, ormai i Verdi a Ovest sono una “Volkspartei”, un partito del popolo. Sono votati da un quinto dei tedeschi.

C’è una differenza enorme tra come sono percepiti a Est e a Ovest. Sicuramente sono stati un’avanguardia progressista in tante cose, nel modo in cui trattano non solo le donne, ma per esempio anche i giovani, nel modo in cui hanno trattato la grande rivoluzione generazionale, quella che in tutto il mondo scende in piazza facendosi forte della scienza.

Anche in questo ambito Merkel è stata molto più intelligente del suo partito. Come racconto nel libro, all’epoca la presidenza del partito e il segretario generale erano contrari. Esortavano i giovani ad andare a scuola, a non scioperare. Merkel invece abbracciò la causa di Greta, subito.

Angela Merkel e Vladimir Putin a Sochi, 2007. Nella stanza del colloquio il cane del presidente russo, Koni.

Da quando è iniziata la guerra in Ucraina Merkel è molto criticata per il suo rapporto con Putin… Si sta riscrivendo la storia?
Penso di sì. Un cambiamento nelle relazioni tra la Germania e Putin comincia quando Putin capisce che c’è la possibilità di incidere su un cancelliere socialdemocratico. La tradizione della SPD, sin dalla fine degli anni Sessanta, guardava all’Est con grande interesse. Una tradizione battezzata da Willy Brandt e poi sempre mantenuta viva nel partito. I primi progetti di gasdotti che colleghino direttamente la Russia alla Germania avevano lo scopo di bypassare l’Ucraina e la Polonia e avere un filo diretto con la Russia – per avere il gas della Russia a basso prezzo. È una linea che Merkel ha mantenuto, anche perché in Germania l’industria conta, pesa e influisce enormemente sulle scelte politiche. Il secondo motivo era geostrategico. Era importante evitare quei paesi di transito, l’Ucraina e la Polonia, che ogni tanto avevano dei problemi con la Russia. Ogni tanto c’erano interruzioni di forniture. I gasdotti nascono un po’ con questa logica, vengono portati avanti poi anche da Merkel con enormi critiche da parte dell’Europa. Penso che questo sia stato il gasdotto più controverso del mondo. Erano contrari gli americani, sia i democratici, sia i repubblicani, l’Europa era dubbiosa.

I tedeschi s’illudevano che la Russia avesse molto più bisogno di loro di quanto loro avessero bisogno della Russia. Merkel pensava che Putin fosse un uomo ragionevole anche nella sua svolta autoritaria, anche dopo il 2014, dopo l’annessione della Crimea. Vorrei ricordare che la cancelliera si precipitò a Mosca. Favorì l’incontro di Putin con il presidente ucraino e la Francia. Si firmarono gli accordi di Minsk. Oggi sono considerati il male, ma all’epoca sembravano una soluzione ragionevole per un’area contesa come quella del Donbass, a cui si riconosceva una certa autonomia. In seguito questi accordi sono stati stracciati anche da Zelensky.

Credo che Merkel abbia cercato di fare una politica di contenimento di Putin, sbagliando clamorosamente. Non aveva capito le sue mire imperialiste.

Angela, un ritratto. Conversando con Tonia Mastrobuoni ultima modifica: 2022-11-07T20:50:57+01:00 da SANDRA PAOLI
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