Catturare le ombre con i nomi

Il canto del distacco di Luigi Fontanella
PASQUALE DI PALMO
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Qui si celebra il canto del distacco. / Una porta sui campi. / La gabbia vuota. / Il richiamo di capelli e sorrisi / da un balcone all’altro. Siamo / solo bambini, conchiglie / dimenticate al vento.

Questi versi campeggiano sulla copertina dell’ultima raccolta poetica di Luigi Fontanella, intitolata Monte Stella, che raccoglie testi scritti tra il 2014 e il 2019. Si tratta di una sorta di polittico, in virtù delle cinque sezioni che compongono il libro, comprendenti il poemetto Il movimento dei rami, teso programmaticamente a suggellare la silloge. Il tema della memoria, emblematicamente contrapposto a quello di un presente dai tratti avvilenti, frustranti (“Ritrovatomi a piazza Matteo Galdi, / sessant’anni dopo. Tutto uguale, / ma tanto, troppo più piccolo. / Una miniatura, un presepe”), si configura come uno dei capisaldi della raccolta, in cui le immagini dei genitori scomparsi si delineano con la stessa rilevanza dell’effigie nuziale che affiora, con disarmante fissità, da un triclinio d’alabastro di epoca etrusca. Fontanella li chiama per nome (“Nenia Nedelia e morte”), come se il suono del loro patronimico rappresentasse la chiave di volta di una pietas atta a riportarli provvisoriamente in vita: “Non voglio più perdervi: / padre madre, miei Lari”. 

Si avvicendano così epicedi come A Nedelia, G.F., G.F. 10 aprile 1970 (oltre a un componimento dedicato alla sorella Angela): qui l’anniversario della scomparsa del padre costituisce l’occasione per modulare un prosimetro che rappresenta un unicum nell’economia della raccolta. All’incipitaria sequenza in versi, di forte impatto emozionale, succede un frammento in prosa che si impone per un registro volto a documentare l’agonia del padre in maniera quasi cronachistica: “Ricordo bene quando ci lasciasti quel 10 aprile. Gli occhi socchiusi, il tuo respiro sempre più rarefatto. […] Qualche ora prima io ero dovuto andare all’Anagrafe per non so quale scartafaccio”. Sembra che la registrazione delle azioni più semplici dispensi l’autore dall’affrontare una situazione così angosciante, costituendo una sorta di rituale esorcistico teso a imbrigliare “il tuo respiro sempre più lieve, sempre più evanescente…”.   

Luigi Fontanella ritratto da Dino Ignani

Ma non mancano componimenti più gioiosi, volti a compensare la visione di «un lemure famigliare / che torna a tenerti compagnia» per concentrarsi sulla figura della moglie Irene, della figlia Emma, laddove la tenerezza si palesa mediante il ricorso a una cantilena giocosa, basata su un’iterazione che si trasforma in palilalia di ascendenza desnosiana: “Figlia mia, figlia vermiglia, figlia smeralda, / figlia maramalda e agretta / figlia figlia / mia unica figlia / figlia sognata, / figlia dispersa / separata ritornata. / Non scordarti mai che tu mi sei figlia”. In quest’ambito di «antichi Lari» familiari si incunea significativamente un testo anomalo come Vincent che ricorda un viaggio compiuto con la figlia per rendere omaggio alla tomba di Van Gogh: “Mi tornano / in mente quei sassolini / che raccolsi insieme con Emma / sulla tua tomba di Auvers”. 

E non si può non accennare alla forte influenza esercitata dal modello surrealista e dall’opera variegata del suo indiscusso artefice, André Breton; l’autore infatti ha tradotto I campi magnetici, composto insieme al sodale Soupault, che si può considerare la prima opera surrealista, oltre a dedicare all’argomento vari contributi saggistici. Molto interessante sarebbe approfondire questo aspetto della poetica di Fontanella che alterna esiti più piani e misurati, sulla falsariga di una certa colloquialità di ascendenza angloamericana, a momenti in cui il retaggio surrealista si manifesta senza remore, sull’onda di quell’assunto bretoniano che stigmatizza le “parole che fanno all’amore”. La libera associazione di idee si esplica attraverso momenti che sembrano rifarsi a quella lezione derivata dal celebre assioma di Lautréamont secondo il quale il bello può nascere “dall’incontro fortuito di una macchina da cucire e di un ombrello su una tavola anatomica”, con esiti quanto mai originali in cui la visionarietà tuttavia non sembra cedere il passo all’allucinazione tout court, mantenendo sempre un suo composto e, al contempo, composito canone espressivo: “O si erga un violino d’acqua”, “Cadono dagli alberi mani e fiori», «Ripensi alla cera ermafrodita / a quei corpi celesti / che sanno di quieto pianto e di bava”.  

Nella sua esauriente prefazione Sebastiano Aglieco osserva:

Eppure in questo libro, dove il finale sembra allontanarsi come la riva di un’isola che mai si raggiunge, il respiro prevale su ogni istante di morte, ed è un’intuizione che avvicina la ricerca dei medicamenta al retrocedere psichico verso il Nulla, verso l’origine.

Si ha così l’impressione di trovarsi di fronte a un’opera che costituisce l’ideale prosecuzione del dittico L’adolescenza e la notte, edito dallo stesso Passigli nel 2015, laddove le figure dell’infanzia e dell’adolescenza trovano una loro dimensione compiuta soltanto attraverso il rituale scaramantico della nominazione (Elvira Forte, Anna Pierro, Renata Ferri, Valerio Sardella, Aldo Stella ecc.), diretto a fugare la condizione ectoplasmatica nella quale sono irretite. Paolo Lagazzi asseriva al riguardo che

egli mette anzitutto in scena un incontro-scontro coi fantasmi del suo passato remoto, tra l’infanzia e la prima adolescenza, per liberarli dalla nebbia della distanza, per restituirli nella loro umile e fiammante verità creaturale.

Sullo sfondo si staglia il profilo del Monte Stella, intorno a cui si concentravano le riflessioni infantili e adolescenziali dell’autore che poteva rimirarlo dalla sua casa di Salerno: “La distanza di un bacio / che vola dal Monte Stella al mare». Con gli anni quel monte ha acquisito una rilevanza metafisica, contrapponendosi ai luoghi frequentati in seguito, quasi a rimarcare un dissidio tra quella cima che evapora in una lontananza ideale, tesa ad incarnare la «fissità della tua giovinezza”, e i topoi americani di cui è permeata la carriera accademica di Fontanella. E questa poetica si basa proprio sul contrasto tra recupero memoriale di situazioni arcaiche (“mostrami a lui / con lo stesso candore / del ragazzo che sono stato”), compromesse con istanze non necessariamente riscattate dall’oblio in forma propositiva, e aperture improvvise, squarci che si aprono in direzione di una realtà storica e sociale fortemente implicata con il microcosmo delle vicende biografiche. Si leggano in tal senso Neve e lucchetti, sorta di lettera apocrifa di Marilyn Monroe indirizzata al suo psichiatra Ralph Greenson, con accenti di inequivocabile asprezza (“Dottor Greenson io sono un’attrice, / non mi procurerei mai volontariamente una ferita. / Sono troppo vanitosa per farlo”) o Kind of blues, via Miles Davis, ispirata alle note dolenti del celebre trombettista americano che sfumano in un ricordo di “un’estate salentina del ’78”. 

Fontanella riesce mirabilmente a coniugare una serie di elementi contrapposti che formano l’ossatura stessa della sua ricerca poetica e che si evidenziano tramite quella che Marco Vitale ha definito “la compresenza di registri lirici e narrativi, questi ultimi probabilmente influenzati da una frequentazione non episodica della poesia nordamericana”. Si passa così, senza soluzione di continuità, dal tugurio meridionale al grattacielo newyorkese, dalla partita di calcio giocata a perdifiato in un campetto di periferia alla grande sala d’attesa del Mather Hospital. Tale dicotomia crea non di rado un senso di straniamento, rimarcato dal ricorso a quella che un lettore d’eccezione come Giovanni Raboni, recensendo la raccolta Azul (Archinto, 2001), ha definito una “narratività colloquiale, quasi prosastica» in sinergia con «una tensione lirica molto forte”.

Con questi presupposti la poesia di Fontanella si incide nella memoria con la cadenza di una coinvolgente affabulazione carpita alle volute del vento, come riportato nell’explicit di Ripensando a Katia Domenici:

Io sono stato quel ragazzo, fuori dal film, / quel ragazzo che un giorno per timidezza / prima di entrare nell’ospedale / nascose fiori schiacciandoli nella sua cartella: / fiori di campo di tanti colori / per Katia, la sua amata inferma.       

Monte Stella.
Poesie 2014-2019
di Luigi Fontanella 
con prefazione di Sebastiano Aglieco,
Passigli editore, 2020,
Prezzo: euro 14,00 

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La luce dell’ora bassa nella poesia di Giusi Quarenghi, di Gabrio Vitali

Catturare le ombre con i nomi ultima modifica: 2022-11-10T11:28:48+01:00 da PASQUALE DI PALMO
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