HH, il primo tecnico globale

Venticinque anni senza Helenio Herrera e la sua assenza si fa sentire. Tutto era insolito in lui: dal carisma ai cartelli che faceva affiggere sulle pareti dello spogliatoio, per non parlare del martellamento psicologico, della carica motivazionale senza precedenti, delle rimonte ai limiti dell’impossibile e di trionfi metafisici. Riposa nel cimitero di Venezia.
ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Venticinque anni senza Helenio Herrera e la sua assenza si fa sentire. Moderno, modernissimo in ogni suo aspetto, era nato a Buenos Aires nel 1910 da una famiglia di emigranti spagnoli. Il padre Francisco, detto “Paco”, era un falegname anarchico originario dell’Andalusia, e l’idea di plasmare la realtà a sua immagine e somiglianza è sempre stata la bussola di questo artigiano del pallone, cresciuto nel quartiere di Palermo, uno dei più poveri della capitale argentina, e trasferitosi a otto anni in Marocco con la famiglia e successivamente in Francia, dove avrebbe vissuto una modesta carriera da difensore.

Non aveva particolare talento ma la grinta, già allora, certo non gli mancava. Sulla sua carriera da calciatore, tuttavia, è opportuno fermarsi qui: nulla di rilevante, una sorta di anonimato che non rende onore al personaggio.

Ben diversa, invece, fu la sua ascesa da allenatore. In Francia alla guida della nazionale, d’accordo, ma soprattutto in Spagna: due scudetti sulla panchina dell’Atletico Madrid, qualche altra squadra di discreto livello e poi il Barcellona, con cui riuscì a tenere testa al sovrumano Real Madrid di Di Stefano e Puskás, prima dell’arrivo in Italia, alla corte di Angelo Moratti, con la promessa di rendere grande l’Inter e metodi rivoluzionari per riuscirci.

Fu, dunque, a Milano che Herrera divenne il Mago, artefice di tre scudetti, due Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali e una miriade di battaglie vinte contro le rivali di sempre, Milan e Juventus. Tutto era insolito in lui: dal carisma ai cartelli che faceva affiggere sulle pareti dello spogliatoio, per non parlare del martellamento psicologico, della carica motivazionale senza precedenti, delle rimonte ai limiti dell’impossibile e di trionfi metafisici come quello che ebbe luogo al Prater di Vienna, quando il Real dei funamboli di cui sopra fu costretto ad arrendersi al cospetto di sua maestà Sandro Mazzola, autore di una doppietta, e del gol di Aurelio Milani.

Sarti-Burgnich-Facchetti-Tagnin-Guarneri-Picchi-Jair-Mazzola-Milani-Suárez-Corso: un undici da leggere tutto d’un fiato, la preghiera laica di una generazione che, non a caso, guardava al domani con ottimismo e tingeva il proprio cuore di nerazzurro, in onore di una compagine tra le più forti e significative al mondo. Indimenticabili anche le trasvolate oceaniche, ad esempio nell’inferno di Avellaneda, dove i ragazzi del Mago furono chiamati a difendere il 3 a 0 ottenuto a San Siro dagli assalti degli argentini dell’Indipendiente e, soprattutto, dalla furia di un pubblico indemoniato e disposto a tutto pur di intimidire gli avversari.

Più che una partita, fu una guerra, di muscoli e di nervi, ma alla fine il “portaombrelli” tornò a Milano nelle mani di capitan Picchi e, ancora una volta, fu una gioia collettiva. Poi, come sempre avviene nella vita, anche il ciclo finì, nella traumatica tarda primavera del ’67, quando i nerazzurri persero, in una sola settimana, sia la Coppa dei Campioni, a Lisbona contro il Celtic, sia il campionato, a Mantova, dove in porta, all’epoca giocava un certo Dino Zoff, mentre a tradire l’Inter fu incredibilmente Giuliano Sarti, il portiere simbolo, la saracinesca di mille successi, che con la sua papera consegnò, di fatto, il tricolore a una Juve rediviva dopo quasi un decennio di egemonia meneghina. L’anno successivo si esaurì anche l’avventura di Herrera a Milano, proprio come quella di Italo Allodi, il demiurgo di una compagine da sogno, e del presidente Moratti, che cedette la società a Ivanoe Fraizzoli.

A Roma, nonostante i proclami, fu tutt’altra storia, anche perché ben altra era la caratura della squadra, dovendo persino subire l’onta di un 3 a 1 all’Olimpico ad opera del Torino dell’arcinemico Mondino Fabbri, quello della Corea, il commissario tecnico azzurro che, per odio verso Herrera, rinunciò ad alcuni pilastri della Grande Inter, su tutti Mariolino Corso, preferendo andare incontro a una disfatta di proporzioni epocali piuttosto che riconoscere il valore del rivale e dei suoi allievi.

Diciamo, quindi, che la vittoria in trasferta contro HH fu la sua piccola, silenziosa rivincita e uno smacco clamoroso per un uomo ben più osannato ma che quel giorno dovette chinare il capo e mettere momentaneamente da parte il proprio ego. La stagione di Herrera si può dire che finisce qui. Il resto è nostalgia e qualche scampolo di gloria, prima di rinascere a nuova vita come opinionista televisivo, sfoggiando la propria competenza calcistica ma, più che mai, delle doti mediatiche che lo avrebbero reso richiestissimo anche oggi. E meno male che non ha mai avuto i social a disposizione, altrimenti avrebbe conteso lo scettro della megalomania a Napoleone!

La tomba di Helenio Herrera nel cimitero di San Michele a Venezia

Ora riposa a Venezia, nel cimitero di San Michele, nell’area riservata alla chiesa anglicana, dopo una lunga e grottesca vicenda burocratica che la moglie Fiora ha portato fino in fondo, arrivando addirittura a scrivere alla regina Elisabetta. Negli ultimi anni di vita, aveva stabilito un rapporto speciale con la città lagunare, dove ci disse addio il 9 novembre 1997, al termine di un’esistenza lunga e inimitabile, caratterizzata dal suo essere, al contempo, ateo non battezzato, anarchico, pacifista, conducator, geniale nella comunicazione, donnaiolo, giramondo, maniacale nella preparazione di ogni partita, ambizioso come pochi e cosciente dei propri mezzi come nessun altro. Fu anche, senza dubbio, il primo tecnico globale. Non basterebbe un’enciclopedia per racchiuderne gli aneddoti, ma raccontare la sua storia ai più giovani può aiutarli, forse, a comprenderne l’essenza.  

HH, il primo tecnico globale ultima modifica: 2022-11-11T15:15:25+01:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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