DeSantis. Oltre Trump, più a destra di Trump

Il governatore della Florida sembra essere lanciato verso la sfida a un indebolito The Donald per la nomina repubblicana alle presidenziali del 2024. Ultra-conservatore, “inviato da Dio”, in generale più a destra dell’ex-presidente repubblicano, uomo di partito, è un beniamino della base elettorale trumpiana. Almeno fino ad adesso. Lo scontro con l’“ex mentore” potrebbe cambiare molte cose.
MARCO MICHIELI
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Il Financial Times ha definito Ron DeSantis, il rieletto governatore repubblicano della Florida, “un Trump con il cervello e senza problemi”. Una lode, a suo modo, nei confronti dell’ex deputato dalle lontane origini Italiane – i bisnonni – lanciato sempre più verso la competizione con l’ex presidente Donald Trump, che esce malconcio dalle elezioni di metà mandato. Questo appuntamento elettorale avrebbe dovuto rappresentare il lancio della campagna elettorale dell’ex presidente per le presidenziali del 2024. Invece, molti dei candidati che ha sostenuto alle primarie non sono passati.

In compenso l’establishment – e soprattutto i finanziatori – del Partito repubblicano pensano di aver trovato in Ron DeSantis il leader che potrebbe riportarli alla Casa Bianca, unendo la base trumpiana, gli elettori repubblicani tradizionali e magari trovare consenso nell’elettorato indipendente. Una situazione che consentirebbe ai repubblicani di liberarsi dell’ingombrante figura di Trump. Da qui gli editoriali del Wall Street Journal e le copertine del New York Post, entrambi di proprietà di Rupert Murdoch, critici nei confronti dell’ex presidente e a sostegno di una candidatura di DeSantis. Più in disparte l’altra creatura di Murdoch, Fox News, indizio comunque di una certa cautela da parte del magnate australiano. 

Una strategia che non sembra essere passata inosservata agli occhi dell’ex presidente che aveva già attaccato DeSantis durante la campagna elettorale e che giovedì ha essenzialmente coronato il governatore della Florida come il suo principale avversario in vista delle primarie repubblicane del 2024. In una lunga dichiarazione – ripresa dal suo social media, Truth Social – Trump ha definito il governatore come un “mediocre” che ha beneficiato di “ottime relazioni pubbliche”. Ha anche ripetuto il nuovo soprannome dispregiativo per DeSantis, ”Ron DeSanctimonious”, un gioco di parole sul termine “sanctimonius”, “ipocrita, bigotto”. Un nomignolo che qualche giorno prima delle elezioni aveva già utilizzato in un incontro pubblico, senza però grande successo.

Trump si è anche vantato di essere stato un sostenitore fondamentale di DeSantis durante le primarie del 2018 in Florida, quando l’allora deputato correva contro il candidato dell’establishment repubblicano, con molti più finanziamenti. Il sostegno di Trump in effetti fu determinante per consentire a DeSantis di vincere le primarie. “Era politicamente morto”, continua Trump:

E ora, Ron DeSanctimonious sta giocando! Le Fake News gli chiedono se si candiderà se il presidente Trump sarà candidato, e lui risponde: ‘Sono concentrato solo sulla corsa del governatore, non guardo al futuro’. Beh, in termini di lealtà e classe, questa non è proprio la risposta giusta

ha aggiunto Trump, orientato ad annunciare una terza candidatura alla Casa Bianca, dopo averne ripetutamente paventato l’ipotesi durante i comizi in tutto il paese per diversi mesi.

Qualche giorno prima Trump aveva anche detto a Fox News che avrebbe potuto raccontare delle cose su DeSantis “non molto lusinghiere”, visto che su di lui l’ex presidente sa “più cose di chiunque altro, a parte forse sua moglie”. Dichiarazioni che non sembrano turbare il governatore della Florida che nel frattempo si gode i risultati elettorali dello stato.

DeSantis ha battuto il democratico Charlie Crist – ex governatore repubblicano della Florida passato ai democratici – con quasi venti punti di differenza (il 59,5 contro il 40, 2), un margine notevole in uno stato famoso per avere risultati elettorali più ravvicinati. Le forze alla base della vittoria di DeSantis sono diverse. Ha trascorso gran parte degli ultimi quattro anni a posizionarsi come un candidato MAGA – “Make America Great Again”, vicino all base trumpiana – piuttosto che come un sostenitore dell’ex presidente. Con Trump fuori dalla Casa Bianca, è stato il principale avversario dell’amministrazione Biden durante la pandemia di Covid-19, sfidando ripetutamente gli inviti al lockdown e l’obbligo di mascherina; ha fatto della guerra contro il “wokismo” uno dei suo marchi di fabbrica riconosciuti a livello nazionale; è intervenuto nella repressione dell’immigrazione al confine meridionale, inviando in Texas degli aerei per portare decine di immigrati a Martha’s Vinyard, meta di vacanze di celebrità e politici.

Con queste strategie – e molta comunicazione – ha allargato la base repubblicana, ricompattandola attorno a un trumpismo senza Trump. E nel frattempo ha saputo anche fare breccia in blocchi che prima erano di orientamento democratico. Quando Barack Obama vinse infatti in Florida nel 2008, la sua campagna portò un’ondata di nuovi elettori democratici, che superarono i repubblicani di quasi 700.000 unità, il vantaggio maggiore dal 1990. Questo divario si è ridotto negli anni successivi. Ma dopo le elezioni del 2020, l’inversione di tendenza si è accelerata e ha toccato quasi ogni parte dello stato. I repubblicani sono cresciuti in 52 delle 67 contee dello stato. Nel frattempo, in tutte le contee, tranne una, i democratici registrati sono diminuiti rispetto a due anni fa, con una perdita netta di 331.000 elettori. E DeSantis, che aveva vinto la carica di governatore quattro anni fa con 32.436 voti su oltre 8,2 milioni di votanti, un margine così stretto da richiedere un riconteggio, oggi ha ottenuto un vantaggio di più di un milione e mezzo di voti.

Il successo di DeSantis lo si può verificare anche nel voto generazionale. Ha vinto tra gli elettori più maturi ma anche quelli più giovani. Tra gli uomini di età compresa tra i 18 e i 29 anni, DeSantis ha ottenuto una netta preferenza con il 61 per cento rispetto al 36 per cento di Crist, in netto contrasto con le tendenze nazionali. Diverso il quadro tra le donne di età compresa tra i 18 e i 29 anni, che secondo i dati di VoteCast – Associated Press si sono divise equamente tra DeSantis e Crist (47 per cento). Il governatore ha vinto anche tra gli elettori con istruzione universitaria e nella periferia, intaccando quella che era una forza fondamentale dei democratici.

I dati di VoteCast mostrano che DeSantis ha ottenuto buoni risultati anche tra gli elettori latini, che lo hanno preferito nettamente a Crist; il 56 per cento ha scelto DeSantis, contro il 43 per cento. Nel 2020, Biden aveva vinto il 54 per cento del voto latino. Un voto quello dei latinos della Florida che è più complesso rispetto a quello di altre molte parti del paese. Gli elettori cubani, in particolare quelli più anziani, sono sempre stati saldamente repubblicani. Trump aveva ottenuto quasi il 60 per cento dei voti cubano-americani dello stato; DeSantis però ha fatto meglio: il 75 per cento. E il governatore della Florida è riuscito a fare breccia anche tra gli altri blocchi di latinos – portoricani e venezuelani -, tradizionalmente elettori democratici. 

Infatti, nella contea più grande dello stato, quella di Miami Dade, una roccaforte democratica dove vivono 1,5 milioni di latinos in età di voto, DeSantis è riuscito a vincere quasi con un margine a doppia cifra. L’ultima volta che questa contea ha votato un repubblicano alla carica di governatore è stato il 2002, quando vinse Jeb Bush, personalità molto diversa dal MAGA DeSantis. 

Laureato all’Università di Yale e alla Harvard Law School, DeSantis è stato eletto deputato nel 2012, con il sostegno di molti gruppi conservatori dello stato. È diventato poi uno dei fondatori del Freedom Caucus, una “corrente” parlamentare dei repubblicani che riunisce i conservatori e i libertari, espressione del Tea Party. È anche un uomo di partito, in contrasto con la personalità senza limiti di Trump. Quando Marco Rubio, attuale senatore repubblicano della Florida, rieletto, decide nel 2016 di candidarsi alle primarie repubblicane per le presidenziali, DeSantis si prepara per succedergli come senatore. Poi però Rubio esce sconfitto dalle primarie e decide di ri-candidarsi al Senato. DeSantis quindi rinuncia e torna a fare il deputato. 

È molto scettico inizialmente di Trump ma, come il resto del Partito repubblicano, lo sostiene. E diventa poi uno dei maggiori sostenitori del presidente alla Camera. Secondo un’analisi di FiveThirtyEight, DeSantis ha votato “con il presidente” il 94 per cento delle volte. Nelle rare occasioni in cui non ha votato in linea con le politiche di Trump, l’ha fatto nel tentativo di posizionarsi su una linea più conservatrice di Trump, per esempio sul bilancio. In quegli anni è anche spesso ospite di Fox News ed è sostenuto dai conduttori Sean Hannity e Laura Ingraham, entrambi sostenitori di Trump. Quando l’allora presidente è coinvolto nell’indagine del consigliere speciale Robert Mueller sul ruolo della Russia nelle elezioni del 2016, DeSantis sostiene fermamente Trump e propone persino un emendamento alla legge di spesa per il 2018 che avrebbe disinnescato l’indagine di Mueller, arrivando poi a ipotizzare l’impeachment del vice procuratore generale Rod Rosenstein.

Nel 2018 decide quindi di candidarsi alla primarie repubblicane per diventare governatore della Florida. È l’underdog, lo sfavorito della corsa. Troppo radicale e con troppi pochi soldi rispetto all’avversario Adam Putnam, sostenuto dall’establishment repubblicano e che aveva ricevuto ingenti finanziamenti per la campagna, in particolare da Disney. Ma poi entra in gioco l’allora presidente Trump che sostiene, da solo, DeSantis e lo porta alla vittoria. Sul sito del candidato repubblicano campeggiava la slogan “Veterano dell’Iraq, il conservatore numero uno della Florida, appoggiato dal presidente Trump”.

All’epoca non ha nemmeno un programma molto chiaro. E le gaffes sono numerose. In un’intervista televisiva su Fox News, parlando dell’avversario democratico, DeSantis dichiara che “l’ultima cosa che dobbiamo fare è scimmiottare tutto questo” eleggendo Andrew Gillum, sindaco di Tallahassee e potenzialmente il primo governatore afroamericano dello stato. “Scimmiottare” – monkey up – è interpretato da molti come un dog-whistle – un messaggio codificato – rivolto ai razzisti dello stato, in maniera non dissimile da quello che il presidente Trump ha fatto nel tempo. DeSantis poi cerca di mettere una pezza definendo Gillum “articulate”, “articolato”, un termine spesso usato in maniera razzista per complimentarsi con persone non bianche, come se fosse sorprendente o fuori dal comune l’esistenza di non bianchi intelligenti. Fa poi scalpore lo spot elettorale che mostra la sua devozione al presidente Trump, spot nel quale aiuta la figlioletta a costruire un muro con i blocchi da gioco e legge al figlioletto il libro di Trump.

DeSantis vince le elezioni però, con il 49,6 per cento contro il 49, 2 di Andrew Gillum. C’è anche un riconteggio ma poi il democratico concederà la vittoria (e per lui sarà l’inizio di un’altra storia, travolto da uno scandalo sessuale). È soprattutto una grande vittoria di Trump che in DeSantis aveva creduto fin dall’inizio e il cui supporto durante la campagna elettorale ha contribuito molto alla mobilitazione dei repubblicani.

Di DeSantis a livello nazionale non si parla per un po’. Poi arriva il Covid-19. Come molti altri stati, anche la Florida decide di imporre un lockdown generale, chiudendo le scuole e le attività commerciali. Ma quando si è cominciato a vedere la fine della prima ondata di contagi, la Florida, come molti altri stati guidati dai repubblicani, ha revocato l’ordine di rimanere a casa, ha riaperto le scuole per l’insegnamento in presenza e ha eliminato l’obbligo per le mascherine, contro il parere del Cdc, i Centers for disease control and prevention guidato dal dottor Anthony Fauci. “La Florida è uno Stato libero”, dice DeSantis. E minaccia di tagliare i fondi alle scuole che obbligano gli studenti a portare le mascherine.

Ad ogni ondata, il governatore si rifiuta di applicare le restrizioni che molti altri stati implementano. Durante l’ondata mortale della variante Delta, il repubblicano proibisce alle scuole di obbligare gli studenti a portare le mascherine, vieta alle grandi aziende di obbligare i lavoratori a farsi il vaccino e si fa promotore dei trattamenti con anticorpi monoclonali, in sostituzione dei vaccini.

Inizialmente queste scelte lo rendono impopolare tra gli elettori dello stato. Nell’estate del 2021, con l’impennata della variante Delta e l’aumento del numero di vittime del Covid, il suo consenso scende sotto il 50 per cento, secondo un sondaggio Quinnipiac dell’epoca. Ma dopo alcuni mesi, la riluttanza di DeSantis a imporre restrizioni aumenta il suo consenso, soprattutto tra gli elettori repubblicani. È la politicizzazione delle restrizioni – e poi del vaccino – che lo aiuta, un contributo allo scontro nazionale a cui il presidente Trump non è estraneo. E DeSantis presta molta attenzione ai cambiamenti dell’opinione pubblica del suo stato, soprattutto a quelli della base MAGA.

Dopo l’ondata Omicron e la disponibilità di trattamenti anti-Covid altamente efficaci, i cittadini della Florida hanno iniziato a vedere con più favore il suo operato. Un sondaggio dell’aprile 2022 della Florida State University indicava che il 60 per cento dei cittadini della Florida, uno stato che vive anche molto di turismo, era soddisfatto della gestione della pandemia da parte del governatore.

Anche se ad oggi non è ancora chiaro quale sia stato l’impatto delle restrizioni nello stato e DeSantis si vanti del suo successo con il Covid, più di 82.000 persone sono morte in Florida a causa del Covid-19, il terzo più alto numero di morti nel paese, dopo i più popolosi stati della California e del Texas. 

Ciò che è però importante capire per comprendere la figura politica di DeSantis è la sua attenzione per i mutamenti di opinione della base repubblicana, mentre la politicizzazione delle politiche di contrasto del Covid-19 diventa sempre più evidente nel biennio 2020-2021. La posizione politica che adotta è totalmente in linea con il presidente Trump e con la sua potente base di sostenitori. Questo mutamento di posizione in rapporto alla base trumpiana si verifica ad esempio anche con il vaccino. Se nell’estate 2021 il governatore lodava il vaccino, poi cambia idea:

Ci hanno mentito sulle iniezioni di mRNA. Ci hanno detto: ‘Se la prendete, non avrete il Covid’. 

La costruzione della narrazione del comportamento quasi eroico nell’affrontare l’emergenza Covid-19 che i repubblicani e i media conservatori fanno di DeSantis è stata poi fondamentale per vincere. Non solo nel tentativo di rivolgersi alla base repubblicana, sempre più scettica nei confronti dei vaccini, ma anche per sminuire la gravità del Covid e giustificare la sua decisione di riaprire in anticipo.

Su questo punto DeSantis è addirittura più estremo di Trump che cerca di mantenere difficilmente un equilibrio tra l’attribuzione del merito per la scoperta del vaccino e i dubbi sul vaccino stesso. Questa ambiguità costa a Trump dei fischi durante un comizio quando menziona di aver ricevuto la terza dose. Quando accade, DeSantis si rifiuta di rivelare se ha ricevuto il vaccino, dicendo che non vuole che il suo stato di vaccinazione sia “un’arma da usare contro le persone”. Pochi giorni dopo, Trump critica i politici che si sono rifiutati di commentare il loro stato di vaccinazione, definendoli “senza palle”.

DeSantis si opporrà anche alla somministrazione del vaccino Covid-19 ai bambini piccoli, affermando che la Florida non fornirà programmi statali per la somministrazione di vaccini a bambini e neonati poiché, dice, non sottoposti a test e prove cliniche sufficienti a determinarne l’efficacia, aggiungendo che i bambini hanno poche probabilità di subire gravi conseguenze per la salute a causa del Covid. Una linea in contrasto con quanto affermato dalle autorità federali in materia di salute pubblica.

Su altre tematiche – aborto, diritti LGBTQ+, scuola, diritto al voto, immigrazione – cerca di far valere le proprie credenziali conservatrici.

Dopo la Corte Suprema degli Stati Uniti che rinvia agli stati le regole sul diritto e l’accesso all’aborto, DeSantis firma una legge che vieta gli aborti dopo le 15 settimane di gravidanza (il limite prima era di 24 settimane). La nuova legge prevede eccezioni all’interruzione di gravidanza oltre le 15 settimane se esiste un “grave rischio” per la salute fisica della madre, ma non prevede eccezioni per lo stupro, l’incesto o la salute mentale.

Sui diritti LGBTQ+, nove mesi dopo il suo arrivo al potere DeSantis firma la cosiddetta legge “Don’t Say Gay” che vieta “l’insegnamento in classe da parte del personale scolastico o di terzi sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere” fino alla terza elementare. Una legge che gli attira molte critiche, anche da parte di Disney. Comincia così una guerra quasi personale contro la multinazionale dell’intrattenimento che qualche anno prima gli aveva preferito il rivale repubblicano alle primarie. DeSantis quindi ritira inizialmente l’esenzione fiscale speciale della Disney per l’area di Disney World, che si trova in Florida, a Orlando. Poi scioglie il distretto speciale di autogoverno di Disney World, che è il più grande datore di lavoro dello stato della Florida, uno status speciale della società che le permetteva di fare cose come creare infrastrutture e costruire edifici senza chiedere il permesso del governo locale.

Non si tratta di un esempio isolato. DeSantis si è costruito un profilo di “cultural warrior” con l’obiettivo di eradicare una presunta minaccia culturale esistenziale da parte della sinistra. La scuola è il principale oggetto delle lotta politica che i repubblicani intraprendono contro il “wokismo”. Nel giugno 2021, DeSantis guida i tentativi repubblicani di vietare l’insegnamento della “Critical Race Theory” (CRT) nelle scuole pubbliche della Florida, anche se non faceva parte dei programmi scolastici dello stato, poiché considera la CRT come “un insegnamento ai bambini ad odiare il proprio Paese”. Ma anche i college e le università statali non sono escluse e approva una legge che potrebbe far perdere i finanziamenti a questi istituti se si scoprisse che promuovono un “indottrinamento”. Fa introdurre anche nuovi requisiti per l’educazione civica, tra cui lezioni sul “male dei regimi comunisti e totalitari” (quest’anno DeSantis ha firmato una legge che impone alle scuole di osservare la tradizionale Giornata della Rivoluzione d’Ottobre sovietica del 7 novembre come Giornata delle Vittime del Comunismo, dedicando 45 minuti all’insegnamento del comunismo, del ruolo di Joseph Stalin, Mao Zedong, Fidel Castro e altri leader comunisti nella storia).

Fa approvare quindi la legge “Stop Wrongs to Our Kids and Employees (Stop WOKE) Act, che consentirebbe ai genitori di fare causa ai distretti scolastici che insegnano ai loro figli la CRT. Il disegno di legge è stato concepito per combattere l'”indottrinamento woke” nelle aziende e nelle scuole della Florida, impedendo l’insegnamento che potrebbe far sentire alcune persone come “responsabili personali” per le malefatte storiche a causa della loro razza, del loro genere o della loro origine nazionale. In agosto di quest’anno un giudice della Florida ha poi bloccato la legge.

Sul diritto al voto, dopo le elezioni del 2020, DeSantis ha proposto delle modifiche alle leggi elettorali della Florida. Il governatore della Florida, però, a differenza di altri repubblicani, ha evitato di ripetere o amplificare le accuse non provate di frode elettorale avanzate dall’ex presidente Trump. Quando i giornalisti gli chiedono se le ultime elezioni presidenziali siano state truccate, DeSantis sottolinea invece le modifiche alle leggi elettorali che ha sostenuto. Il governatore ha infatti limitato il voto per corrispondenza, imponendo agli elettori di registrarsi nuovamente ogni anno per poter votare per posta e richiedendo che le firme sulle schede inviate per posta “debbano corrispondere alla firma più recente in archivio”. Anche rispetto all’insurrezione del 6 gennaio, DeSantis parla poco. Sebbene la Florida sia lo stato con il maggior numero di persone arrestate in relazione all’attacco, il governatore ha fatto riferimento al 6 gennaio con poca frequenza, pur dichiarando subito dopo la violenza nel 2021 che “i disordini di qualsiasi tipo sono inaccettabili e i responsabili devono affrontare il peso della legge”. Tuttavia, in occasione dell’anniversario degli eventi del Campidoglio, DeSantis ha paragonato il 6 gennaio al “Natale” per i “media di Washington e New York”, affermando che l’incidente consente agli organi di informazione di creare “narrazioni negative” sui sostenitori dell’ex presidente Donald Trump.

Infine sull’immigrazione, DeSantis è tornato alla ribalta a livello nazionale con il trasporto, con un jet privato, di decine di migranti, la maggior parte dei quali provenienti dal Venezuela, da San Antonio, in Texas, a Martha’s Vineyard, in Massachusetts, una ricca enclave della costa del Massachusetts, nota per essere la meta di persone famose e ricche (come i Kennedy ad esempio). Molti dei migranti hanno riferito di essere stati attirati nel viaggio con promesse di lavoro e assistenza per l’affitto. Inoltre i migranti sono stati indotti a credere di essere diretti a Boston; invece sono arrivati alla fine della stagione turistica nella comunità che spesso ospita anche politici e presidenti. Il tutto è addirittura avvenuto in Texas dove DeSantis ha inviato dei profiler per identificare i migranti che stavano cercando di venire in Florida, poi offrendo loro il trasporto gratuito verso le cosiddette “città santuario”, quelle città che limitano la loro cooperazione con il governo nazionale nell’applicazione delle leggi sull’immigrazione.

DeSantis dice a degli studenti di togliersi le mascherine

Molto amato dalla base repubblicana, Trump non ha considerato DeSantis per lungo tempo una minaccia. Le cose sono cambiate quando in un sondaggio per la nomination presidenziale repubblicana del 2024 realizzato alla Conservative Political Action Conference (CPAC) di quest’anno – uno dei maggiori eventi della destra conservatrice e ormai del Partito repubblicano -, DeSantis arriva secondo con il 28 per cento dei voti, dietro all’ex presidente, che riceve il 59 per cento. DeSantis è il solo che ha un numero a doppia cifra tra le possibili alternative a Trump e in un contesto, come quello del CPAC, profondamente trumpiano.

Trump evita per lungo tempo di confrontarsi con DeSantis, che non considera all’altezza della sua candidatura. La vittoria schiacciante del governatore repubblicano e i magri risultati dei candidati sostenuti da Trump hanno però cambiato qualche cosa. Alcuni mega-finanziatori del Partito hanno iniziato a far sentire la loro voce sulla necessità di voltare pagina e lasciare spazio a DeSantis.

“Freedom reigns”, uno spot elettorale di DeSantis

L’ex presidente della Camera Paul Ryan, che ha avuto un rapporto non facile con l’ex presidente Trump durante il periodo in cui era alla guida della Camera, ha detto che Trump sta causando problemi politici ai repubblicani e sta trascinando verso il basso i candidati del partito. Ryan ha aggiunto anche che il suo partito deve fare “un grande esame di coscienza” per capire perché non si è formata quella red wave, l’onda rossa, che molti strateghi repubblicani e persino democratici si aspettavano. 

Nonostante la vittoria infatti di Trump nel 2016, successivamente i repubblicani hanno infatti perso il controllo della Camera nel 2018, la Casa Bianca nel 2020 e il Senato nel 2021. Queste elezioni di metà mandato dovevano rappresentare la rivincita repubblicana. Ma in realtà i repubblicani hanno ottenuto risultati drammaticamente inferiori alle aspettative. Ed è un disastro per l’ex presidente. Anche se più di 200 candidati a cariche statali e nazionali hanno vinto le primarie sostenendo le affermazioni di Trump secondo cui le elezioni del 2020 gli sarebbero state rubate, in stati chiave come la Georgia, la Pennsylvania e l’Arizona, i candidati di Trump di alto profilo e di destra sono stati sconfitti o sono a rischio di sconfitta al ballottaggio.

Tuttavia, malgrado gli insuccessi, la capacità di Trump di mobilitare la base repubblicana, fondamentale per vincere le primarie, gli consente di esercitare un potere sul partito che però è sempre più un ostacolo che un vantaggio. Ad agosto, i sondaggi mostravano che gli elettori repubblicani vedevano Trump più favorevolmente di DeSantis. Circa il 60 per cento voleva che Trump si ricandidasse e un numero ancora maggiore pensava che potesse riconquistare la presidenza. Un nuovo sondaggio, condotto poco prima delle elezioni di metà mandato, ha mostrato che i numeri di Trump erano in calo e quelli di DeSantis in crescita, ma Trump era ancora in vantaggio 48 a 26 per cento.

DeSantis per ora cerca di sviare le questioni sulla candidatura per il 2024, anche per evitare di entrare in rotta di collisione diretta con l’ex presidente, agli attacchi del quale finora non ha mai risposto. Tuttavia, il governatore si muove in vista del 2024. Sarà per esempio tra i relatori della conferenza della Coalizione Ebraica Repubblicana che si terrà a Las Vegas e che è un tradizionale appuntamento di partito per attirare i donatori interessati a scoprire i potenziali candidati alla presidenza.

Il problema del Partito repubblicano è che, anche se DeSantis dovesse decidere di candidarsi alle primarie, la forza di Trump nel partito è comunque forte. Il modello DeSantis – consenso nella base MAGA e posizioni fortemente conservatrici – possono aver funzionato in Florida ma è tutto da capire se possa funzionare a livello nazionale. Inoltre il governatore della Florida si troverebbe a scontrarsi direttamente con il suo “ex mentore”, cosa che per ora ha evitato di fare. E forse quella base MAGA che ha coltivato in Florida e a livello nazionale potrebbe non essere così ben disposta nei suoi confronti come lo è attualmente. 

È possibile anche che si assista a un’ulteriore radicalizzazione del Partito repubblicano nel tentativo di DeSantis e altri di controllare la base radicalizzata del GOP. DeSantis, infatti, sui temi sociali e culturali ha posizioni più estreme di Trump, in linea con la destra conservatrice e cristiana del partito. Una linea politica che uno degli spot per la sua recente campagna elettorale ha messo in rilievo. In questo spot il governatore della Florida è descritto come inviato da Dio che aveva bisogno di un “protettore” e così l’ottavo giorno “ha creato un combattente”:

Dio ha detto: ‘Ho bisogno di qualcuno che prenda le frecce, che rimanga fermo sulla scia di attacchi implacabili, che guardi una madre negli occhi e le dica che suo figlio sarà a scuola.

Lo spot non pronuncia mai il nome di DeSantis, ma include un montaggio di immagini della sua vita pubblica e privata. Questa attenzione per il nazionalismo cristiano da parte di DeSantis è stata osservata da molti commentatori. In un discorso recente il governatore aveva anche detto ai suoi sostenitori di indossare “l’armatura completa di Dio” e di rimanere ”saldi contro gli schemi della sinistra”. Il nazionalismo cristiano identifica la nazione con la volontà e l’azione di Dio nel mondo e confonde l’identità nazionale con quella cristiana. Un’ideologia pericolosa, secondo molti analisti. Il Miami Herald, influente quotidiano dello stato, ha anche pubblicato un editoriale in cui critica il “flirt con il nazionalismo cristiano” del governatore DeSantis, avvertendo che questo movimento politico si sovrappone al suprematismo bianco:

Non possiamo trascurare la sovrapposizione tra il nazionalismo cristiano – e la sua nostalgia per il nostro passato “anglo-protestante” – e la supremazia bianca,

si legge nell’editoriale, che ricorda come molti “cristiani devoti” abbiano schiavizzato i neri secoli fa. L’articolo cita anche dati recenti, presentati da Robert P. Jones, direttore del Public Religion Research Institute, che suggeriscono che “più una persona ha atteggiamenti razzisti, più è probabile che si identifichi come un cristiano bianco”.

Che DeSantis riesca a strappare la base repubblicana a Trump, che rimane il leader forte di questa componente decisiva nel partito, è tutto da vedere. E al momento sembra improbabile. Però il governatore della Florida potrebbe contribuire non poco all’ulteriore radicalizzazione del partito.

DeSantis. Oltre Trump, più a destra di Trump ultima modifica: 2022-11-13T13:03:58+01:00 da MARCO MICHIELI

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