Una poetica terrena e celeste

nei versi di Mauro Sambi
MAURIZIO CASAGRANDE
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Suona altamente caratterizzante l’endecasillabo dal secondo congedo del Preludio e fughe di Saba collocato in esergo al proprio canzoniere-diario amoroso, sostenuto in primis dall’amore per la poesia e per la musica, da parte di Mauro Sambi: “O mio cuore dal nascere in due scisso”. Esso, infatti, oltre a porsi quale omaggio a un riconosciuto maestro, assume anche il valore di collocare un forte accento fin dall’inizio sulla percezione che il poeta ha di sé come individualità lacerata e divisa, sia di indicare nel rispetto delle forme chiuse e nella fedeltà all’endecasillabo in particolare, un possibile argine a tale deriva. Nella medesima direzione va letta, nella lirica d’apertura dedicata alla moglie Maria Luisa, la preferenza accordata a quel “niente che incrini / l’esatta identità” (Senza Uguali, p. 19) per una diffidenza innata, condivisa con il Levi de Il sistema periodico, per il “quasi-uguale”, se non “identico”. Ed è ancora nelle voci che sembrano non aver ancora trovato un posto nel mondo – un fiore estivo di timo, un soffio di bora, una tiepida e inattesa giornata di ottobre o una salvia fiorita fra rocce taglienti – che l’autore mostra di riconoscersi (p. 23), senza per questo accreditare una funzione salvifica nemmeno alla propria poesia stante l’avvertenza che “La verità sarà sempre più in là / di questo inquieto ingabbiato ritessere / parole” (La verità sarà sempre, p. 33).

Nella sezione “Nulla che parli davvero”, che è citazione da Idioma, è riconoscibile un’eco dallo Zanzotto dell’ipersonetto e delle IX Ecloghe vuoi nella ricercata aulicità del lessico, come nella convinta adesione alla forma sonetto, vuoi nel ricorso a coppie di semantemi uniti da un trattino (ad esempio in les adieux, incanto, p. 78), oppure nella complessità della costruzione sintattica; ma occorre subito aggiungere che Sambi mostra di sapersi affrancare progressivamente da queste e altre sudditanze (l'”aperta gabbietta” di Chiusa:, p. 82) per approdare ad una maggior libertà nell’uso dei metri, senza che ciò comporti necessariamente l’adozione del verso libero, riconoscendo con umiltà che è bene mettere tra parentesi tutti gli assoluti, ovvero “(le grandi cose, le certezze, le eternità)” (ibidem, p. 82). Ne risulta una poetica terrena e insieme celeste, aperta nella stessa misura alla suggestione delle piccole cose – le acque basse di un torrente o le ampie orbite nell’apparato oculare di una civetta (la creatura dell’universo animale che il poeta paragona alla moglie, alla maniera di Saba nei versi per Lina in Casa e campagna. Cfr. Sette piccoli temi per un canto, III, p. 96) – quanto alla fascinazione per gli spazi siderali e per il fulgore delle stelle. 

Un tale orientamento, finalizzato ad attingere la verità nelle cose più povere e fragili di ogni giorno, così come nelle occasioni più banali della vita quotidiana, forte anche del viatico dell’esperienza e della memoria dell’infanzia, se rimanda da un lato alla lezione di Mario Luzi nella scelta del lessico o nella cura della sintassi con la medesima aspirazione a saper attingere il senso ultimo del reale, incrocia dall’altro, nell’essenzialità del dettato o nell’umiltà dei soggetti, il sentiero battuto dall’ultimo Cappello nella poetica delle “parole povere”, perché è tutta di Sambi questa sapienza nel saldare fra loro i lembi più remoti della tradizione (Saba, Giotti, Raboni, Luzi, fra gli altri) agli acquisti del presente (Cappello). 

Ma l’ancoramento alla tradizione, nel caso di Sambi, se presuppone il confronto sistematico con il canone nazionale, comporta anche la necessità di operare un’apertura a 360 gradi rispetto ad eredità meno scontate, vale a dire quella dialettale che ha profonde radici in Istria o nel Veneto (e che ispira i componimenti dell’ultima sezione nel dialetto istroveneto di Pola, De note), in aggiunta a quella tedesco-mitteleuropea (che fa capolino qua e là con Holderlin) e soprattutto al magistero anglosassone, muovendo dalla riformulazione di alcuni sonetti shakesperiani fino alla ripresa di testi di Auden o di altre grandi voci del Novecento utilizzate come punto di partenza per la precisazione della propria voce e del proprio canto: non è per niente fortuito, infatti, che alla sezione “Quaderno inglese” venga riservata una porzione significativa e centrale nell’intero volume, con quindici variazioni su Shakespeare e una su J. Donne, come non è un caso che molti dei sonetti elisabettiani che compongono “Diario d’inverno” portino in epigrafe l’indicazione di località dell’Inghilterra legate a doppia mandata al nome di un poeta o di un musico di chiara fama, quasi a voler costituire una grandiosa sinfonia nella quale la parola si converta in melodia, risolvendosi appunto in musica, suono o contrappunto al “perfetto silenzio” [Avrei tante cose da dirti, ma, p. 268], esito supremo di ogni esistenza e di ogni vera poesia: “Il silenzio / è più forte del tuono, / […] / e che lo si sopporti per la bestia, / per il bimbo, per la donna, o l’amico / è sempre l’unico amore, è lo stesso, / ed è benedetto” (Oddjo, un bull terrier, p. 280). 

Né ci si può sottrarre dal volgere il pensiero al Quaderno di traduzioni curato a suo tempo da Montale, benché l’interesse del ligure fosse rivolto ad altri autori; qui, analogamente, il cimento nella traduzione/tradimento si converte in corpo e sangue della stessa poesia, ossia, con le parole dell’autore, quel quid, “Quel tanto nella voce // […] // che non controlli, che ti fa riconoscere” (Quel tanto nella voce, p. 267) e affonda le proprie radici in un amore per la vita e per gli altri alimentato da una speranza “ostinata” ([È magro il tempo della gioia, sempre], IV, p. 310; “da questo fondo grido la speranza / di giorni luminosi e di ombre brevi / quando il torbido pozzo è disseccato / e l’infinito aprirsi del domani / lucente come è luce la betulla / risplende nel presente senza tempo”, [Dal profondo passato tanto tempo, p. 274]) e dal radicamento alla terra e alle lingue dei padri, l’italiano, cioè, e il dialetto, come si ricava dalla lirica in istroromanzo Go capì: “Con mi dentro de mi parlo cussì / cussì ciàcolo co’ i mii vivi e i morti / in sogno co sogno e co penso / in ti, mio dialeto de Pola, ancora / dopo ani e ani lontan de ti / mi vivo co più forte vivo e sento”, (p. 328).

Quel tanto nella voce,
di Mauro Sambi
con postfazione di Matteo Vercesi
e con due lettere di Luigi Bressan e Mauro Sambi 
Ronzani editore, 2021
Pag. 368; euro 28,00

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Una poetica terrena e celeste ultima modifica: 2022-11-14T19:18:51+01:00 da MAURIZIO CASAGRANDE
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