La “Sonata Waldstein” di Beethoven

attonita contemplazione e anelito di libertà
MARIO GAZZERI
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Nel biennio 1803-1804, in un’Europa prossima a diventare teatro dei trionfi strategico-militari della Grande Armée napoleonica, Ludwig van Beethoven conobbe una fase di esaltazione creativa che si tradusse in alcuni dei suoi massimi capolavori della prima parte della sua vita. L’entità della produzione musicale del grande musicista di Bonn è tale che occorre scegliere ed ascoltare “mille volte” una sola sua composizione per entrare idealmente in contatto con una parte del suo mondo di fantasie celestiali e di abissi mentali. In quei due anni, il “solitario di Bonn” (come veniva chiamato a Vienna, sua città d’elezione), compose tra l’altro una Sonata in do maggiore dedicata al conte di Waldstein che è, al tempo stesso, un inno alla bellezza e all’ottimismo nel futuro e un capolavoro di tecnica pianistica in cui un virtuosismo “controllato” si fonde con la dolcezza di una scoperta, con la commozione per un’alba (non a caso è nota anche come Sonata Aurora), per la natura, per il sole e la notte. Quasi una preghiera di ringraziamento per il creato.

Ritratto di Beethoven eseguito da Carl Jäger

L’incredibile complessità tecnica del primo movimento (allegro con brio) introdotto peraltro da un semplicissimo accordo di quattro note ripetuto “a raffica”, nasconde le chiavi per interpretare questo idioma musicale di sogno che si svilupperà nel breve, secondo movimento e soprattutto nel terzo (rondò, poco allegretto) che, da solo, tocca le vette di un “assoluto musicale” (sol, sol, mi, re, sol – discendente e do, mi – ascendente). Semplice, puro come un diamante, ripetuto a volte su diverse ottave, emerge come un silenzioso momento di preghiera, non di gioia, non di dolore, ma di attonita contemplazione. Imbevuto degli scritti degli Enciclopedisti e degli Illuministi e affascinato dalla filosofia kantiana che metteva l’Uomo al centro di tutto il mondo reale e spirituale, potremmo dire che con il classicismo e il primo romanticismo si aprì anche nella musica una nuova fase contraddistinta da un anelito di libertà (così evidente in gran parte delle 32 sonate di Beethoven) così come il barocco si era sviluppato in parallelo all’assolutismo politico dei governi e come la musica sacra e i canti gregoriani si erano posti come espressione della sacralità della vita così come la Chiesa la intendeva.

Paragonata ad alcune sonate composte pochi anni prima (ad esempio la Mondscheinsonate, la celebre Sonata al chiaro di luna) la Waldstein ha uno sviluppo armonico e melodico senz’altro più maturo in termini di fraseggi musicali e di ardite incursioni in territori allora ancora inesplorati e che Schubert e Schumann porteranno a piena maturità. In realtà anche la Sonata al chiaro di luna si apre con un ossessivo refrain che sembra anticipare lo stile “funereo” di alcuni poeti inglesi come gli iper-romantici Shelley e Keats.

“Caro Beethoven, Ella parte finalmente per Vienna per soddisfare un desiderio a lungo vagheggiato. Il genio di Mozart è ancora in lutto e piange la morte del suo pupillo. Presso il fecondissimo Haydn ha trovato rifugio, ma non occupazione; e per mezzo suo desidererebbe incarnarsi di nuovo in qualcuno. Sia Lei a ricevere, in grazia di un lavoro ininterrotto, lo spirito di Mozart dalle mani di Haydn”. Lettera del conte Ferdinand van Waldstein a Beethoven, ottobre 1792.

D’altra parte non si può certo escludere che un unico fil rouge leghi assieme le sonate beethoveniane, non escluse Les adieux, La patetica e L’appassionata.  Qui, tuttavia, entra in gioco un altro elemento che ci consentirà, se non altro, di farci un’opinione personale senza rincorrere alle “analisi strutturali” di alcuni grandi musicologi. Parliamo, cioè, dell’interpretazione delle partiture da parte dei singoli pianisti.

Pochi anni fa in un’intervista, Maurizio Pollini, “sovrano” italiano della tastiera, disse con chiarezza che ad ogni rilettura di Beethoven, scopriva qualcosa di nuovo. Sempre. Vale a dire, ad esempio, che una serie di accordi o di arpeggi che accompagnano (come base armonica) una melodia, la possono in realtà modificare, grazie, o a causa, dell’eco prodotto dal pedale di risonanza che crea una sonorità nuova, diversa, probabilmente non prevista dal compositore. Lo stesso vale per il “legato”. “Con il ‘legato’ la musica parla”, scriveva Bruno Aprea (Vita segreta delle sette note). “Con esso ogni suono nasce con un passato e si proietta nel seguente col peso della sua storia”. La cadenza, il timbro, gli intervalli, gli abbellimenti, sono tutte parti di un discorso che ad ogni esecuzione cambiano e che lo stesso Pollini, nel corso della sua lunghissima carriera, ha modificato sulla base di sue nuove intuizioni, di sue nuove percezioni.

C’è poi, a nostro avviso, un altro interprete italiano che dà della Waldstein una lettura estremamente convincente. Si tratta del pianista padovano Massimiliano Ferrati, pluripremiato ma purtroppo poco conosciuto al grande pubblico. Ferrati mostra una padronanza dei fraseggi beethoveniani che gli consente quasi di accarezzare la tastiera per estrarne le limpide sonorità del primo e del terzo movimento della Waldstein.

Massimiliano Ferrati
La “Sonata Waldstein” di Beethoven ultima modifica: 2022-11-16T15:43:35+01:00 da MARIO GAZZERI
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