Qatar2022. Come si dice calcio in arabo

“Il centravanti e la Mecca. Calcio, Islam e petrodollari” di Rocco Bellantone e altri è il libro giusto per capire che cosa si muove dietro i mondiali di calcio appena iniziati.
ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Bisogna stare attenti a non usare in maniera impropria il termine “vergogna”. Di “Mondiali della vergogna”, infatti, ne è pieno l’almanacco della competizione. Basti pensare al 1978, quando vinse l’Argentina di Videla più che quella di César Luis Menotti e dei campioni che l’albiceleste poteva schierare in campo, fra partite quantomeno sospette (il rotondo 6 a 0 al Perù grida ancora vendetta) e arbitraggi non propriamente sfavorevoli, a cominciare dalla finale contro l’Olanda in cui, pur vincendo con merito, i sudamericani non brillarono certo per correttezza sportiva. E che dire del più recente torneo russo del 2018, vinto dalla Francia ma aperto da una sfida fra i padroni di casa e l’Arabia Saudita, ovviamente all’insegna dei diritti umani e della dignità della persona? Come dimenticare, poi, le imprese dei ragazzi di Pozzo nell’Italietta fascistissima del ’34, anche in quel caso caratterizzate da arbitraggi alquanto benevoli a favore degli Azzurri e da un clima di propaganda continua che ebbe parecchia influenza sui risultati che si videro in campo?

Potremmo andare avanti a lungo, ma fermiamoci qui. Non siamo nati ieri e sappiamo bene che il calcio, essendo lo sport più popolare e praticato in assoluto, è un volano ideale per ogni dittatura. Non c’è tiranno, almeno nel contesto europeo e sudamericano, che non se ne sia servito. A rendere quest’edizione qatariota ancora più imbarazzante rispetto al passato concorrono, dunque, altri fattori. Innanzitutto, è la prima volta che si gioca nell’innaturale stagione autunnale, in quanto, a quelle latitudini, sarebbe stato impossibile disputare le partite in estate, pena la disintegrazione fisica degli atleti. Poi il numero impressionante di operai morti mentre costruivano gli stadi, lavorando in condizioni disperate, senza tutele e senza alcun diritto.

Infine, lo scandalo di un contesto gretto, chiuso e anti-sportivo, in cui non c’è spazio per alcuna libertà e si consuma, di giorno in giorno, un’ipocrisia sulla quale non possiamo e non dobbiamo tacere. Seguiremo, pertanto, Qatar 2022 con l’attenzione che merita ma senza entusiasmo, senza passione e senza quel trasporto che da sempre caratterizza noi amanti del calcio quando vanno in scena queste competizioni.

Ad aiutarci a comprendere meglio ciò che sta accadendo, non da oggi, è un bel saggio di Rocco Bellantone, dal titolo significativo: Il centravanti e la Mecca. Calcio, Islam e petrodollari. In quest’opera, Bellantone e altri mettono in evidenza le infinite storture del pallone ai tempi della globalizzazione senza regole, ossia del sistema disumano che ha distrutto il pianeta negli ultimi trent’anni e provocato uno tsunami in ogni ambito della società. Sarebbe miope, tuttavia, non vedere l’accelerazione che il fenomeno ha avuto nell’ultimo decennio, da quando cioè l’Occidente si è trovato a fare i conti col collasso del modello sbagliato che per vent’anni aveva difeso a spada tratta e che, a partire dal 2008, è imploso sotto i nostri occhi, con la Lehman e la crisi senza fine dell’universo bancario a sancire la nostra irrilevanza sulla scena globale. E così, nuovi poteri si sono fatti avanti, colmando il vuoto e riempiendolo di soldi.

Iniziano i mondiali di calcio in Qatar

Basta dare un’occhiata alle proprietà dei club della Premier League, la Mecca del calcio di questo decennio, per rendersi conto che stiamo assistendo a una colonizzazione neanche troppo incruenta. Basta guardare al fenomeno del Paris Saint-Germain, di proprietà degli stessi qatarioti che ospitano questi Mondiali, per accorgersi di quanto sia insostenibile questo calcio artificiale, in cui le squadre vengono costruite secondo la logica dell’album delle figurine, senza un minimo di senso, guardando più al fatturato e ai ricavi del marketing che non ai risultati ottenuti sul campo. Non a caso, nel derby degli sceicchi miliardari fra PSG e Manchester City, ci è di conforto constatare che entrambi, a livello internazionale, siano ancora a “zero tituli”, avendo sempre mancato l’appuntamento con la coppa dalle grandi orecchie, sogno proibito dei loro padroni e dei loro strapagati giocatori.

Bellantone e gli altri curatori del saggio hanno il merito di mettere in evidenza il ruolo globale del cosiddetto “sportwashing”, cui non è certo estraneo un altro despota di nome Erdoğan, attualmente coccolato dall’Occidente in funzione anti-Putin, e di illustrare con dovizia di particolari come l’arrivo di talenti dall’Africa non sia sempre all’insegna della favola che si realizza ma, tante volte, di interessi indicibili che ricordano da vicino alcune tristi pratiche del passato.

Insomma, è un saggio che non può mancare sul comodino di chiunque voglia restituire al calcio il suo ruolo complessivo, che va ben al di là delle apparenze e delle giocate, inquadrandolo nel contesto di una società sempre più priva di valori, depredata dalle multinazionali, strangolata dalla sete di ricchezza e potere dei nuovi autocrati e soggetta alle mire dei conquistatori del mondo che si affacciano sulla scena e circondano un Occidente che non ha ancora capito, con ogni evidenza, i rischi che sta correndo. Se vogliamo comprendere l’inesistenza dell’Europa, il calcio è la cartina al tornasole.

Perché i novelli coloni ce li abbiamo in casa e li applaudiamo, elevandoli addirittura a idoli ogni volta che un fenomeno veste la maglia della nostra squadra grazie ai loro ingenti esborsi, talvolta frutto di commerci e traffici che definire controversi è un eufemismo.

Dall’incontro di culture e dall’abbraccio fra mondi diversi, che dovrebbe essere la ragione di esistere dello sport, siamo passati al predominio dell’unico dio che questi signori venerino, ossia il denaro, che ha devastato ogni ambito della collettività e generato disuguaglianze di cui ormai si discute persino al Forum annuale di Davos. Bei discorsi, d’accordo, ma adesso il pallone deve rotolare, entrare in rete, farci sognare e stordirci per un mese!

Dell’abisso morale legato alla globalizzazione capitalista ne riparliamo la sera del 18 dicembre, quando un capitano avrà alzato la Coppa, un paese sarà comprensibilmente in festa, qualche gol memorabile lo avremo visto e dei diritti umani ce ne saremo dimenticati, o li avremo bellamente ignorati, ancora una volta. Se fior di dittatori, storicamente, hanno utilizzato il calcio per migliorare la propria immagine un motivo ci sarà!

Qatar2022. Come si dice calcio in arabo ultima modifica: 2022-11-20T18:48:12+01:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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