Gianni Toniolo. Uno sguardo nuovo alla storia economica

GIUSEPPE TATTARA
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Nel 1971, tornato a Venezia da un corso di master alla London School of Economics, cominciai a lavorare al Laboratorio di Politica economica di Ca’ Foscari: l’ambiente era aperto, vi erano diversi giovani assistenti, ma il terreno non era facile. Il Laboratorio non aveva una direzione scientifica e ognuno era lasciato un po’ a sé stesso. Nella confusione di compiti e di idee intravidi un interessante spiraglio di studio nel campo della storia economica. Era questo un ambito portato avanti da Gianni Toniolo, che aveva qualche anno più di me, che mi incoraggiò in molti modi, e con cui condivisi per lunghi anni lo studiolo al quarto piano di Ca’ Foscari. È stato un periodo di discussioni e progetti che ricordo con molto piacere.

Gianni aveva studiato un anno a Harvard con il prof. Alexander Gerschenkron e aveva approfondito la “nuova” storia economica o “storia quantitativa” o “cliometria” come si chiamava. Questa disciplina la aveva approfondita in America dove un gruppetto di giovani economisti applicava l’economia e la statistica alla storia economica, per studiare le economie del passato. Erano giovani con una formazione economica e i loro lavori dimostrano come in mani esperte, l’economia e la statistica possano risultare guide preziose alla logica e alla chiarezza dell’argomentazione tanto che i primi risultati di questi studi hanno messo in discussione assodati assiomi della storia economica americana. 

In quei primi anni Gianni mi fece conoscere Pierluigi Ciocca, che aveva incontrato a Oxford e che, direttore in Banca d’Italia, con grande slancio e apertura, stava introducendo la ricerca storica nella banca e ne condivideva l’impostazione metodologica. Entrambi operarono senza risparmio di energie per far decollare un gruppetto di storici ed economisti interessati a discutere alcuni aspetti del regime fascista, convinti dell’importanza della competenza economica per interpretare gli anni del passato. Nelle riunioni periodiche che facevamo a Roma i contribuiti dei ricercatori venivano sottoposti a un attento esame critico e vivacemente dibattuti. Erano gli anni in cui Renzo De Felice terminava di sfornare la sua opera omnia sul regime, opera in cui gli aspetti dell’economia erano del tutto assenti. Ma come si può parlare di “consenso” al regime senza analizzarne la base economica?

Dopo qualche tempo Toniolo e Ciocca pensarono di offrire ai giovani storici economici italiani uno spazio dove poter pubblicare e si proposero di riprendere in mano la «Rivista di Storia economica» che era stata diretta da Luigi Einaudi e aveva cessato le pubblicazioni con la guerra, nel 1943. Fu una trattativa lunga e complessa, ma alla fine la rivista riprese la luce nel 1984 e  vive tutt’ora. L’accettazione dei contributi avveniva sulla base esclusiva del merito: tutti i lavori presentati erano letti da colleghi, commentati da referee anonimi e rivisti, cosa insolita per le riviste italiane di storia economica. Si era in questo modo creato un ambiente internazionale – scrivevano studiosi stranieri, si pubblicava anche in inglese – in cui i giovani si potevano addestrare e questo è stato un grande risultato, poco conosciuto, del paziente lavoro di Toniolo e Ciocca e degli amici che li sostennero. Non si attaccavano frontalmente le posizioni di potere accademico ma si aggiravano proponendo un’analisi moderna, scevra di pregiudizi ideologici, rigorosa nei contenuti. Un lavorio di lunga lena che ha portato i suoi frutti; lentamente le cose sono cambiate e ora sono numerosi gli storici economici che provengono da studi di economia, mentre all’inizio non ce n’era nessuno e noi, della vecchia guardia, ci facemmo largo nell’accademia vincendo i concorsi di politica economica e poi, eventualmente, spostandoci a storia. Un percorso indiretto, non scevro di difficoltà.

Il presidente Giorgio Napolitano saluta il prof. Gianni Toniolo, relatore del Convegno organizzato dalla Banca d’Italia sul tema: “L’Italia e l’economia mondiale, 1861-2011”, 12 ottobre 2011

L’intento del gruppetto di studio Banca d’Italia era quello di far dialogare storia ed economia, affrontare i problemi di storia economica come problemi di economia applicata, costruire un quadro macroeconomico “coerente” del Ventennio, rileggerne le statistiche, mettere in chiaro i fatti e proporne una interpretazione. Forse la nostra visione era un po’ troppo “continuista”, ma costituiva comunque un bel passo avanti rispetto alla storiografia contemporanea.

Non so se riuscimmo nel nostro intento, certo da questi incontri Gianni trasse numerosi spunti per scrivere nel 1980 L’economia dell’Italia fascista, facendo uso anche di interessante materiale archivistico. Un libro molto chiaro e bene scritto come tutti i suoi lavori, con una precisa scansione dei capitoli che rispecchia i temi economici sottostanti, dove i problemi del ventennio vengono esplorati sul terreno delle scelte di politica economica del regime, condizionato da vincoli di ordine interno e internazionale. Il tema dell’economia fascista è stato ripreso due anni fa dalla Rivista di Storia Economica che ha presentato nuovi interessanti risultati e ha riproposto molti degli interrogativi che erano stati avanzati quarant’anni fa.

Seguì verso la fine degli anni Ottanta, un altro importante volumetto, pubblicato anche in inglese, dal titolo Storia economica dell’Italia liberale (1850- 1918) che apre con una valutazione quantitativa dello sviluppo economico dell’Italia di cui discute le principali variabili (prodotto, consumo, investimento….) per passare poi a un resoconto cronologico dello sviluppo. Il libro tratta del livello di protezione dell’industria, delle politiche industriali dopo il 1880, con una sottolineatura del ruolo dello stato nel promuovere la crescita. Questo non significa aderire alla tesi di Rosario Romeo che vedeva le premesse dello sviluppo nello sfruttamento del sovrappiù agricolo sia perché il prodotto agricolo del ventennio postunitario era cresciuto modestamente in termini quantitativi sia perché l’investimento nel capitale sociale, che avrebbe trovato la sua origine in questo sovrappiù, continuò a crescere anche negli anni seguenti e la sua sorgente va dunque ricercata altrove. In entrambi questi due testi l’analisi economica entra con forza, forse in modo un po’ schematico ma certamente efficace. 

Gianni era perfettamente consapevole che il quadro economico era complesso e i quadri complessi richiedono una tavolozza molto ricca. Nella sua tavolozza  non c’erano solo gli strumenti della moderna economia applicata ma trovavano posto, mano a mano che il tempo passava, numerosi documenti d’archivio con cui l’autore corroborava i risultati della sua analisi quantitativa e vi  dava spessore.  Molti furono gli archivi presi in esame; quelli della Banca d’Italia, del Credito italiano, della Commerciale, dell’Iri, di Thaon de Revel e altri ancora. 

Gianni Toniolo e Tonia Mastrobuoni. Sullo schermo l’economista statunitense Barry Eichengreen. Festival Internazionale dell’Economia, 1 giugno 2022

La frequentazione di Banca d’Italia e il trasferimento a Roma, come abitazione e come insegnamento a fine anni Ottanta, furono caratterizzati da una rinnovata  grande attenzione alla storia della banca centrale e del sistema bancario in generale, argomenti che mi trovavano più distaccato, dato che i miei interessi si erano volti altrove.  Gianni ha scritto molto sulla storia delle banche, la sua analisi storica ha perso molto della iniziale vena quantitativa e modellistica, ed è diventata più attenta alle istituzioni, pur mantenendo alla base un forte riferimento al contesto economico nazionale ed internazionale in cui le banche si trovavano ad operare. Credo che questi studi che si estendono per un trentennio rappresentino la parte più significativa e matura della sua produzione scientifica. Ricordo l’uscita nel 1995 della Storia del Banco di Sardegna e qualche anno dopo con Marcello De Cecco La storia della Cassa Depositi e Prestiti dal 1850 al 2000 e diversi volumi sulla Banca d’Italia.

L’ultimo libro che ha scritto, La storia della Banca d’Italia. Formazione ed evoluzione di una banca centrale (1893-1943), primo, ponderoso volume, uscito il mese scorso, a cui a breve se ne sarebbe dovuto aggiungere un secondo, in qualche modo riassume molta della produzione precedente di Gianni. Si tratta della  progressiva trasformazione di un istituto di emissione ottocentesco in una moderna banca centrale come emerge dall’esame delle politiche monetarie, della gestione delle crisi bancarie, dell’attività di vigilanza, dei rapporti con i governi e con le banche centrali straniere, ma anche dai mutamenti istituzionali e organizzativi, dal ruolo nell’economia di guerra, nella azzardata rivalutazione del cambio a quota Novanta, nella grande crisi e nei salvataggi dell’industria. L’analisi non trascura le persone; un capitolo è dedicato a Cavour, uno a Stringher e molto spazio hanno i rapporti con i banchieri centrali di altri paesi.

Certo la storia economica non consiste nello studio dei numeri più di quanto consista nello studio di persone e idee. Né la storia può essere limitata all’uso delle variabili che possono essere quantificate nella teoria economica e di ciò questo ultimo volume è testimonianza matura ed eloquente.

È stata, quella di Gianni, una vita dedicata alla disciplina, e al modo di fare storia con una profonda conoscenza dell’economia, che ha aperto un’epoca; è stato uno tra i primi in Italia a percorrere questa via. Ha vissuto e operato in un universo aperto a rapporti con studiosi internazionali. Ha scritto sulle riviste più importanti della disciplina, è stato co-editor dei Cambridge Studies in Modern Economic History, ha coordinato molti progetti di ricerca e ha insegnato per quindici anni al di là dell’Atlantico, alla Duke University. È stato uno dei pochi storici economici italiani con uno standard internazionale che metteva volentieri al servizio dei più giovani che incoraggiava a fare un periodo di studio all’estero, prendere anni sabbatici e studiare.  È stata, la sua, una lotta per dare uno sguardo nuovo alla storia economica, disciplina che nei primi anni Settanta appariva chiusa a ogni fermento di novità e alla cui soglia di ingresso si affollano oggi tanti giovani con una buona preparazione economica oltre che storica. Un cambiamento che in larga misura è stato il risultato dell’azione di Gianni, fatta assieme di lucidità e di perseveranza  accompagnate da apertura mentale e da un rigoroso impegno scientifico.

Immagine di copertina: Gianni Toniolo, allora docente di Storia economica presso l’Università LUISS-Guido Carli, con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e con il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi nel corso della visita alla mostra “La moneta dell’Italia unita: dalla lira all’euro”. I tre sostano dinanzi a una moneta di pietra. 4 aprile 2011

Gianni Toniolo. Uno sguardo nuovo alla storia economica ultima modifica: 2022-11-22T19:19:58+01:00 da GIUSEPPE TATTARA

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