Il nostro esserci nel tempo

La poesia civile di Maurizio Cucchi
MARCO PELLICCIOLI
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Nei primi decenni del secondo dopoguerra, il delicato e controverso tema della poesia civile ha animato il lavoro di innumerevoli figure di primo piano, dal gruppo di Officina fondato da Francesco Leonetti, Pier Paolo Pasolini, Roberto Roversi, fino a Franco Fortini e altri poeti che hanno segnato, in modo significativo, la poesia italiana del secondo Novecento. Tra di loro, vanno ricordati autori come Nelo Risi, Giancarlo Majorino e Giovanni Raboni, da sempre influenti nel lavoro di Maurizio Cucchi che, nel suo ultimo libro, Nel vasto territorio tossico (Interlinea, 2021), ha deciso di cimentarsi apertamente col tema della poesia civile, trascurato da buona parte della poesia italiana più recente. «Il poeta», ha scritto Cucchi in un articolo pubblicato su L’Ordine, «si è venuto […] sottraendo a una possibilità di interpretazione critica del reale che esuli dal contrasto della sua diretta esperienza», nonostante gli avvenimenti storici e i cambiamenti sociali non siano di certo mancati, con un atteggiamento in parte dovuto anche allo spazio residuo che l’ormai globalizzata “società dello spettacolo” (per riprendere il titolo dell’opera di Guy Debord) ha riservato alla figura del poeta. 

Accogliendo la richiesta del Festival internazionale di Poesia Civile Città di Vercelli, Cucchi ha deciso di affrontare con favore questo tema, lavorando su commissione. «Se esiste una committenza», ha dichiarato, «vuol dire che siamo in un contesto sociale che riconosce il valore e il senso necessario di un’arte e dunque di un artista a cui questa stessa società si rivolge chiedendogli un’opera». Da qui è nato Nel vasto territorio tossico, opera che comprende anche diverse poesie che Cucchi, nel corso degli ultimi anni, aveva scritto per il settimanale Origami diretto da Cesare Martinetti il quale, sempre su commissione, aveva chiesto al nostro di inviare una poesia a settimana legata al tema scelto per quel numero.

Il libro, diviso in cinque parti e caratterizzato da un dettato asciutto, comunicativo, animato da una forte energia espressiva, ha come protagonista un “flâneur”, un doppio che da tempo caratterizza la sua poesia. Un viaggiatore baudelairiano di città che si muove nel tempo, nello spazio e nella dimensione onirica, alla ricerca di origini inafferrabili («vorrei scavare di più, vorrei infilarmi / come una talpa giù giù fino alle origini», e ancora, «cercando // il volto incognito e da sempre smarrito / dell’avo sognato o sinistro a cui, / chissà… forse io somiglio»), interpretando, con atteggiamento critico, «i vari eventi che lo circondano […] di cui si sente partecipe e in qualche modo […] inevitabile prodotto storico». Ecco allora che se «un tempo l’attesa era per l’uomo / magnanimo, aperto, voglioso / di crescere, amico del diverso», oggi i clienti lillipuziani dei potenti della terra da cui siamo notoriamente circondati «esibiscono magliette / con fiere scritte tipo “Io sono / di Lambrate». E se da una parte c’è chi vorrebbe «essere lassù immerso nel bianco, / nel gelo di un nord avventuroso», attratto com’è dal «senso dell’estremo, di un nord / totale e senza scampo», dall’altra c’è chi vede nella rotta artica di Yamal solo un «affare di manovre, di gran forum / economico mondiale, di mercati / energetici globali». Una frattura che appare ancora più netta nel capitolo successivo, Insipiens e “civile”, nel quale Cucchi (riprendendo temi e riflessioni già presenti in opere come Sindrome del distacco e tregua e Malaspina) mette a fuoco una netta contrapposizione tra «il più sano contatto / diretto con la normale realtà reale», quindi l’esperienza fisica e concretissima della realtà, e la mediazione virtuale nella quale ci ritroviamo inevitabilmente immersi. All’amore per i corpi, per la «fisicità del mondo», per la «materia reale», per il «reale / fisico» delle «pieghevoli, porose» pagine di giornale si contrappone lo «schermo pallido» degli smartphone, «inconsistente», nonché un nuovo homo «insapiens / e insipiens […] ridotto al gregge e allo sballo / con antimusica d’incudine e martello». Riaffiora sulle pagine quel «bisogno di viva frugalità, di ritrovata manualità a contatto diretto con le cose» che era emerso in Sindrome del distacco e tregua, «un desiderio di ruvida serenità, per qualcuno rudimentale o selvaggio» che animava un «homo aesteticus» proteso verso una bellezza «disinteressata», «asciutta», «ardua», assai diverso dal «solito infelice homo œconomicus» scosso soltanto «dalla sacra idiozia della moneta». O la casa di via Lanzone in Malaspina, dove «c’era una più pastosa, nostrana / sporcizia, e più odori», «una più fisica e diretta / presenza d’uomo».

L’atteggiamento critico del “flâneur” di Cucchi, più avanti, volge comunque ad aperture positive, riportando in superficie alcuni esempi, più o meno illustri, di arte moderna e contemporanea sommersi da quella roboante società dello spettacolo nella quale non sembra esserci più spazio per essi. Compaiono le sculture lievissime di Vincenzo Balena, «creature ancorate / eppure in volo», le bagnanti di Teresa Maresca, «corpi di un classico disegno / in un tempo di pausa o di attesa», passando per la musica di Bach, le opere di Boccaccino, Leonardo, Caproni (e la scandalosa vicenda del 2017, «“Caproni, chi era costui?”, / fece la giovane prof d’italiano / al tema di maturità»), fino ad arrivare a Delio Tessa e al suo unico maestro: «il popolo che parla», inventore straordinario di una lingua popolare oggi scomparsa, appiattita da una lingua intenta a riprodurre «i cliché dei media ordinari». Difficile non pensare alle «parole ardue e basse» di Sindrome del distacco e tregua, come «sgagnare, sbroffare, scorlire, / sfrisare, scarpare, spantegare», vivido residuo di «una materia povera che fu / un giorno viva nel dire quotidiano.»

In questo «vasto territorio tossico» vengono alla mente le parole di Vittorio Sereni di fronte alla malattia dell’olmo, in Stella variabile, «Ma più importi che la gente cammini in allegria», perchè, nonostante tutto, Maurizio Cucchi, ancora una volta, manifesta una profonda e convinta adesione alla vita. E lo fa attraverso le nuove generazioni, verso quei «figli e nipoti» «ruvidi e pensanti, macchie sparse / sempre più numerose e sane», ragazzi o ragazzette che si muovono «verso un nuovo orizzonte più aperto / verso un futuro molteplice e sciolto», confidando nel fanciullino «ancora sano, immune» che «sorride al sorriso» e «corre come volando / le braccia verso il cielo». Ed è tramite questo fanciullino che Cucchi sembra congedarsi alla fine del viaggio, «munito // del mio poco bagaglio di viaggiatore vile», ancora in grado di incantarsi «quando il gioco si sfuma e confonde / in dinamiche miste e incantate / nel mistero di cielo e materia».

Un viaggio alla fine del quale appare delinearsi la funzione della poesia civile intesa da Cucchi, «un aiuto alla lettura del nostro esserci nel nostro tempo, nel segno dell’attenzione alla complessità che sempre il mondo comporta e che spesso viene azzerata dalla banalità della comunicazione di massa», sostenendo «il valore della parola nella sua molteplicità viva di implicazioni e senso e della lingua nella meraviglia sempre aperta delle su articolazioni, in un tempo che purtroppo privilegia invece ogni sorta di immediata semplificazioni, in un andamento che umilia una società che si vorrebbe civile.»

Nel vasto territorio tossico
Poesie civili
di Maurizio Cucchi,
Interlinea 2021
(euro 12)

ytali. ringrazia John Ferri per averci concesso il diritto di riprodurre due sue opere,
Mother Nature, in copertina, e Memory Circles.

PERCHÉ POESIA
Leggere versi in tempo di prosa

Una poetica terrena e celeste nei versi di Mauro Sambi, di Maurizio Casagrande
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Il nostro esserci nel tempo ultima modifica: 2022-11-23T16:37:04+01:00 da MARCO PELLICCIOLI

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