Il nostro passato, il loro futuro

Immagini del cinema italiano degli anni Sessanta.
MAZZINO MONTINARI
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La parola chiave del prossimo numero della rivista Arel è “futuro”. Parola impegnativa, nelle sue tante implicazioni e sfaccettature, che offre spunti a un ricco e variegato ventaglio di articoli. Qui di seguito anticipiamo uno di questi, ringraziando la direzione e la redazione di Arel per la gradita cortesia, che rinnova l’ormai consolidata collaborazione tra le due riviste.

È il 25 aprile 1945. L’Italia è un paese libero. La guerra è finita e finalmente è giunto il momento di pensare al futuro, chi ha resistito lo ha fatto anche per andare avanti, non solo per difendersi. Qualcuno però ancora non lo sa. Partono dei proiettili e un ragazzo muore. Continuano le rappresaglie. I partigiani e i contadini danno la caccia ai fascisti e a quelle persone che nel Ventennio hanno approfittato della situazione per arricchirsi ed esercitare un potere illimitato. Leonida, un ragazzo che vuole le armi per partecipare alla riscossa collettiva, ha un bersaglio preciso, Alfredo Berlinghieri, il possidente, quello che ha ereditato le terre e, con esse, i lavoratori, quasi fossero al pari degli attrezzi. Forse lui non è uno sfruttatore come lo sono stati i suoi predecessori, e neanche un criminale al pari dei gerarchi che hanno controllato il territorio, ma non si è nemmeno ribellato, non ha impedito l’aggressione e la furia omicida scatenatasi contro i contadini. Ad ogni modo, le cose sono cambiate. Alfredo è minacciato da Leonida che decide di prendere un nuovo nome, quello di Olmo, “il più coraggioso di tutti“. Come si è arrivati a questo punto? 

È il 1901 nascono due bambini, Alfredo, l’erede della famiglia Berlinghieri e del nome di suo nonno, e Olmo, figlio di Rosina Dalcò. Il padre non è noto, certa è invece l’appartenenza alla classe contadina. I due neonati apparsi al mondo lo stesso giorno saranno amici in un’epoca che si annuncia piena di grandi novità e che promette un futuro radioso. Due guerre, però, riporteranno l’ombra sulla vallata, colpita da lutti e da indicibili tragedie. 

Sembra paradossale iniziare un percorso cinematografico sul futuro con Novecento (1976), il film di Bernardo Bertolucci che rielabora la storia italiana del secolo scorso. In realtà non lo è, perché il cinema spesso guarda indietro, a ciò che è accaduto, ai fenomeni dell’esistenza che si sono congelati, per poi spostare repentinamente il punto di osservazione in avanti, come se la materia cristallizzata tornasse in vita e assumesse una posizione dinamica, quasi che i fatti potessero produrre esiti imprevedibili. È quanto accade, ad esempio, in Buongiorno, notte (2003), dove Marco Bellocchio immagina un Aldo Moro tornato libero e indeciso su quali sentieri percorrere, in un futuro da riscrivere. 

Bertolucci sa già tutto, come lo spettatore, e torna indietro per mostrare un’umanità che incerta sul proprio presente non sa cosa le accadrà. E allora Novecento, nel suo tornare alle origini di questa Italia, esibisce le complessità e fragilità dell’hic et nunc quando si percepisce che vi sarà una cesura e non si conosce ancora l’entità del taglio, cosa rimarrà da una parte e cosa si staccherà dall’altra. Novecento è un film sul passato nella sua intera realizzazione, sul futuro nel suo svilupparsi scena dopo scena. 

D’altra parte, persino la fantascienza, il genere depositario del futuro, non fa altro che tornare alle origini dei protagonisti e di un mondo che spesso si è autodistrutto, o meglio che a un certo punto ha ospitato la parabola dei Sapiens. E così, i viaggi nel tempo per ristabilire un ordine diverso degli eventi, le memorie di cui riappropriarsi, i nuovi pianeti da conquistare per rianimare la vita estinta, sono continui giochi tra passato e futuro. Allo stesso modo, i noir e i gialli procedono in avanti per scoprire il colpevole, per elaborare un lutto, per mostrare cosa muterà dopo un’azione violenta, ma non possono fare a meno di volgersi indietro per comprendere modalità e moventi, per accertare la dinamica che ha portato due o più traiettorie a convergere in un punto drammaticamente comune. 

All’alba del nuovo secolo, i due protagonisti di Novecento, Olmo e Alfredo, sono accolti gioiosamente dai rispettivi nonni, Leo e Alfredo. Due uomini che provengono da un’epoca remota, non migliore di quella che verrà, magari più semplice: la terra, il lavoro, il grano, gli animali, il padrone, i contadini, l’accumulare ricchezze, la sopravvivenza, la morte e la nascita. I due guardiani dell’Ottocento non faranno in tempo a vedere il futuro. Rimarranno ancorati per sempre al loro mondo antico, nemici eppure insieme, capaci di comprendersi a vicenda e di rispettarsi. 

Pure i due nipoti crescono uno accanto all’altro, seppur su fronti opposti. Tuttavia, non si conoscono così bene come i nonni. Olmo il contadino si trova a combattere una guerra di cui sa poco, Alfredo sbanda, la strada del tempo è dissestata e non permette neanche al prossimo possidente di compiere un percorso senza inciampi. È appena finita la Prima Guerra Mondiale. Un altro inizio, perciò. È ancora l’alba. Il futuro però continua a specchiarsi in un tramonto. I contadini e i soldati che sono andati al fronte si aspettano qualcosa che non arriva. Anzi, tutti stanno per essere travolti da un’onda, da una tempesta che non lascerà niente di integro. Il mondo cambia, ma non prende la direzione anelata da Olmo e Alfredo, da chi vorrebbe giustizia e da chi, probabilmente, cerca in tutti i modi di sottrarsi alle proprie responsabilità. Olmo dovrà combattere come sempre gli è accaduto. Alfredo non riuscirà a divincolarsi dagli obblighi imposti dalla sua condizione. Non ne ha il coraggio, si abbandona a un amore immaginando che il personale possa allontanarlo dalla follia collettiva e dalle sofferenze degli sfruttati. 

Entrambi, perciò, si affacciano a una nuova era senza accorgersi di essere già sul limite di un baratro. In quello strapiombo precipiterà l’intera umanità. Il presente è un momento di inconsapevole discontinuità tra passato e futuro. Chi vive in quell’attimo non riesce a percepire l’esistenza e la natura di una frattura. 

Nella nebbia, a emergere è la figura di Attila Melanchini, lo spietato gerarca fascista al servizio dei proprietari terrieri, e dunque della famiglia Berlinghieri, che segue un piano sanguinario inedito per Alfredo e Olmo. Se quest’ultimo coglie il pericolo, pur non riuscendo a delinearne bene i contorni, il primo si rifiuta di affrontare l’orrore, lo evita, convince se stesso di non sapere. 

Novecento è quindi un film su una disfatta etica ed esistenziale, su una tragedia alimentata da persone che hanno lasciato accadere l’irreparabile e naviganti senza bussola che attraccano in un porto dove la distopia ha sostituito l’utopia. Ed è perciò l’esempio di una narrazione su un presente che non riesce in alcun modo ad anticipare le mosse del futuro. 

In una scena del primo atto di Novecento, Olmo e Alfredo ancora bambini, impegnati in piccoli e innocenti giochi sessuali, scoprono in lontananza l’esistenza della città. La vedono dalla campagna, il punto di osservazione che coincide con il migliore dei mondi possibili. Evidentemente, esiste qualcosa d’altro, di sconosciuto, un intreccio di strade, di case, di mezzi di trasporto, di donne, uomini e bambini. Per i due ragazzini è un po’ come guardare la Luna dalla Terra. Più grandi, si avvicineranno a quel territorio inesplorato solo per qualche scorribanda. Resteranno legati indissolubilmente al loro universo. 

In un assurdo cortocircuito temporale, Olmo e Alfredo avrebbero potuto scorgere, tra i tanti cittadini, anche Fabrizio e sua zia Gina e poi il suo amico e mentore Cesare, cioè i personaggi immaginati da Bertolucci, questa volta in Prima della rivoluzione (1964), film che precede Novecento ma che ne racconta il futuro prossimo. Le vicende narrate, infatti, hanno inizio una domenica di Pasqua del 1962. La Parma degli anni Sessanta è esattamente il controcampo dei luoghi di Novecento. Le dinamiche che regolano le relazioni sono altre, i ricchi sono separati in modo netto dai poveri, i rapporti di potere si sviluppano a distanza tramite istituzioni pubbliche e private, laiche e religiose. Le tradizioni sono delle vere e proprie camice di forza esistenziali. E la necessità di evadere, talvolta, porta a estreme conseguenze, come accade ad Agostino, l’amico fraterno di Fabrizio, che devastato dalla realtà circostante muore in un incidente che assomiglia tanto a un suicidio. Il giovane evita così di consegnarsi al futuro, troppo opprimente il presente per attendere il domani. 

Per certi versi, la sorte di Agostino ricorda, seppur in un contesto radicalmente diverso, quella di Edmund Koehler, il ragazzo narrato da Roberto Rossellini in Germania anno zero (1948). In una Berlino interamente distrutta dalla guerra, i sopravvissuti sono costretti a privazioni che pregiudicano un ritorno alla normalità. Al di là della questione legata alla colpa di una nazione e di un popolo, per Edmund, a un certo punto, diventa insostenibile la sola idea di un giorno in più. E dopo qualche tentativo fallimentare di aiutare la sua famiglia e di trovare un punto di appoggio nel prossimo, decide di gettarsi da uno dei numerosi ruderi per porre fine alla sofferenza dell’esistere. Parma è diversa da Berlino, è una città che ha superato il trauma, almeno superficialmente, per Agostino, però, il tempo fatica a scorrere e allora sceglie di interrompere il fluire dei giorni. Perché per Edmund come per Agostino, il futuro è questione di senso: perso il secondo, non può darsi nemmeno il primo. 

Sono passati poco più di tre lustri da quel 25 aprile del 1945 e a Parma dopo la ricostruzione inizia a profilarsi una collettività spenta, senza ideali. Qualcuno spera in una rivoluzione, in un profondo rinnovamento. Lo vorrebbe sicuramente Fabrizio che, peraltro, si limita alla teoria e a intensi quanto sterili dialoghi con il compagno Cesare. Non si usano le pistole e non ci sono gli indomiti e scalcagnati cowboy di Sergio Leone, quelli che affrontano decine di nemici alla volta e che, pur con un’etica tutta personale, sono pronti a schierarsi e a rischiare la propria vita per combattere le ingiustizie del mondo. In Giù la testa (1971), Leone inizia con una citazione di Mao Tse-tung, “la rivoluzione non è un pranzo di gala”, e sposta l’azione in Messico con un bandito del posto e un combattente irlandese che si uniscono un po’ per caso, un po’ per necessità, un po’ perché alla fine gli ideali di giustizia abbracciano la mente del cinico e disilluso pistolero che sembrava interessato solo a rapine e assalti ai treni.

Bertolucci, che per Leone scrisse la sceneggiatura di C’era una volta il West (1968), elimina dalla scena l’azione. I legami che dovrebbero unire persone umanamente e idealmente affini sono troppo fragili. Le giornate procedono stancamente e lo spazio per immaginare un futuro se lo prende interamente una relazione trasgressiva, quella tra il giovane che pensa in grande e una zia che si sente estranea al proprio mondo e che, quindi, non pensa né di farne parte né di poterlo cambiare. Fabrizio si trova a inseguire persone in fuga. E se Agostino, come anticipato, muore, Gina si ritira, torna a Milano perché non riesce a vivere in sintonia con i propri sentimenti e probabilmente percepisce che Fabrizio prima o poi farà ritorno alle sue origini, abbandonando i propositi rivoluzionari per consumare una cena di gala. 

Non ho coraggio. Sono una vigliacca. Non immagini neanche cosa mi piacerebbe. Vedi, vorrei che niente si muovesse più. Tutto fermo, fisso come in un quadro e noi dentro, fissi anche noi,

confessa Gina.

Perciò, se in Novecento il futuro è sempre posticipato, rinviato a un domani che non è mai oggi, in Prima della rivoluzione annega nel fiume del presente, nel desiderio di non essere come ieri e anche nel terrore che domani tutto possa finire, interrompersi bruscamente. Bertolucci coglie nel film storico i fallimenti di una collettività, anche se in essi vi è una fierezza che dà coraggio, mentre nella vicenda intima non allude nemmeno a una vera e propria sconfitta. È come se la partita non fosse mai iniziata. 

Gli uomini agiscono in un ambiente che esiste già. Ma sono gli uomini a fare la loro storia, non l’ambiente in cui vivono. Io sono il fallimento di quella frase, bisogna aprire gli occhi. Tu volevi modificarmi. Anche io l’ho sperato. E invece sono una pietra, non muterò mai. Gina, volevo riempirla di vitalità e invece l’ho riempita di angosce. Una volta mi ha detto, vergognandosi un po’, che aveva la febbre dei nervi. Io ho un’altra febbre. Una febbre che mi fa sentire la nostalgia del presente. Mentre vivo sento già lontanissimi i momenti che sto vivendo. Così non voglio modificarlo il presente, lo prendo come viene, ma il mio futuro di borghese è nel mio passato di borghese. Così per me l’ideologia è stata una vacanza, una villeggiatura. Credevo di vivere gli anni della rivoluzione, invece vivevo gli anni prima della rivoluzione, perché è sempre prima della rivoluzione, quando si è come me.

Fabrizio si arrenderà alle convenzioni della famiglia e si fidanzerà con Clelia, una sua pari, per rientrare nei ranghi. Che, anche se per un attimo, abbia provato a uscirne, nessuno lo ha mai saputo. 

In questo finale amaro, per Fabrizio non sono previsti tagli netti, passaggi irreversibili. Nel suo eterno essere ”prima della rivoluzione“, il giovane ex ribelle non condivide la stessa sorte di Alessandro, il protagonista de I pugni in tasca (1965). Nato in una famiglia disfunzionale, il personaggio creato da Bellocchio procede per negazioni. È un solitario mai solo, accompagnato dalla sorella, dai fratelli, dalla madre. E in una furia omicida, inizia a eliminarli. Come per Fabrizio, la sua esistenza si apre a un futuro senza trasformazione. Sono due personaggi diversi che non vivono la devastante guerra e non si presentano all’appuntamento con i movimenti del Sessantotto. Restano in mezzo a un guado, tra passato e futuro, tra un mondo alle spalle dal quale altri sono usciti e uno di fronte nel quale altri entreranno. 

Per evidenti motivi anagrafici e biografici e per alcune modalità narrative, spesso Prima della rivoluzione I pugni in tasca sono stati accostati, quasi facessero parte di un racconto a episodi. Ma come detto, Fabrizio e Alessandro non hanno niente in comune se non l’insofferenza nei confronti dell’esistente. Uno sarà riassorbito, l’altro definitivamente espulso. In un certo senso, sono due lontani discendenti di Alfredo Berlinghieri. Non tanto per ricchezze e classe sociale, quanto per quel progressivo rintanarsi nel personale, nella vicenda intima. E nel loro essere distanti dal mondo, sono personaggi meno virtuosi delle ex prostitute protagoniste in Adua e le compagne (1960) di Antonio Pietrangeli. All’indomani della votazione favorevole alla Legge Merlin, le cosiddette case di tolleranza sono abolite. Così Adua e quelle che con lei condividevano il medesimo mestiere decidono di mettersi insieme, di affittare un edificio fuori Roma, di trasformarlo in un ristorante e in seguito di restaurare l’antica professione nell’illegalità, grazie a qualche aiuto non disinteressato. In modo imprevisto, però, le quattro donne riescono a far progredire la loro attività ristorativa, e così iniziano a pensare a un futuro fondato sulle proprie forze e non sullo sfruttamento, da parte di altri, del loro corpo. Le cose però non vanno come Adua e le sue compagne vorrebbero. Chi le ha sostenute economicamente e le ha permesso di prendere la licenza non ha nessun interesse al riscatto di un gruppo che ora è chiamato a rispettare gli accordi, a sottomettersi alla volontà altrui. 

“Ma noi quattro, lo sa almeno chi eravamo? Che facevamo?”, chiede Marilina al frate che quotidianamente passa al ristorante. “Non ha importanza quello che eravate. Conta quello che siete, che sarete”, risponde l’uomo di fede. ”Glielo dico io quello che saremo. Quello che eravamo. Perché è così. Anche se stessimo a pregare in ginocchio per dieci anni di seguito. E lei che può fare?”. Adua, Marilina, Lolita e Caterina perderanno tristemente la loro partita, ma almeno, al contrario di Fabrizio e Alessandro, l’avranno giocata, cercando nel futuro un senso rinnovato dell’esistenza. 

Se Olmo fosse nato nell’immediato secondo dopoguerra, avrebbe potuto prendere le forme del protagonista de Il posto (1961) di Ermanno Olmi. Lontano dalle terre contadine, ormai residente nella periferia di una grande città, Domenico, questo il suo nome, non può che sperare di essere collocato stabilmente in un ufficio, evitando il ben più duro lavoro in fabbrica. E così dalla sua umile dimora di Meda, si avvia per partecipare a un esame a Milano che dovrebbe garantirgli un posto fisso. 

Olmi mette in scena un mondo eterogeneo. Persone differenti per età, sesso e provenienza sociale, tutte confinate in un grande edificio, pieno di stanze e corridoi, di sedie e scrivanie che indicano chi è superiore e chi inferiore. Nell’attesa tra una prova e l’altra, Domenico incontra Antonietta, che per un vezzo si fa chiamare Magalì, e che ha le idee abbastanza chiare sul perché sia capitata da quelle parti: “Volevo studiare Lingue, poi mi sono stufata, sai com’è, tanto una donna prima o poi si sposa e buonanotte”. I due fanno amicizia e condividono incertezze e speranze. Lei prende in giro lui, lo definisce all’antica un po’ per il nome, un po’ per il suo modo timido di parlare. Forse si ritroveranno fianco a fianco, forse no. 

In questo limbo che sono i primi anni Sessanta, non è previsto che Domenico e Antonietta intercettino Fabrizio, Gina, Cesare, Alessandro e la sua famiglia. Si è aperto un cratere, tra gli aspiranti rivoluzionari, i benestanti, gli insofferenti e quelli che non possono evitare di vincolare i piccoli desideri alla necessità di trovare un lavoro, qualsiasi esso sia. E per Domenico, momentaneamente, c’è solo un posto come fattorino d’anticamera. Dovrà aspettare la morte di un impiegato per progredire e ottenere qualcosa di più consistente. Una scrivania in fondo alla stanza, in attesa che altri lascino questo mondo o che più serenamente vadano in pensione. Mentre Antonietta è nell’ufficio dattilografe. 

Le dinamiche di quei luoghi alienanti e claustrofobici, che si riassumono perfettamente nella festa aziendale di Capodanno, riportano alla mente un mondo che non esiste più oramai. Altre sono le alienazioni, altre le claustrofobie. Eppure, una linea di continuità esiste. Loro sono il nostro passato, noi siamo il loro futuro. 

Olmi chiude Il posto con toni da commedia e con un finale ipnotico nel quale non vi è spazio per un bacio o, almeno, per un altro appuntamento tra Domenico e Antonietta. I rumori dell’ufficio sovrastano ogni cosa. Per sperare in qualcosa di meglio, dobbiamo cambiare scenario. Ancora Olmi, nuovamente un uomo e una donna, più maturi dei due giovani in cerca di lavoro. Ne I fidanzati (1963), Giovanni e Liliana sembrano giunti all’ultima fermata della loro relazione. Vivono a Milano, ma lui deve trasferirsi in Sicilia per un anno e mezzo, perché i suoi capi così hanno deciso. E Giovanni non sembra nemmeno dispiacersene, come se questa opportunità rappresentasse una buona scusa per allontanarsi da Liliana che, invece, vorrebbe dei segnali di altro tipo dal suo fidanzato. Lavoro e vita, necessità e desideri, ancora un conflitto, ancora qualcosa di dirimente. 

Sorprendentemente, quando i due sono distanti e appare tutto finito, la corrispondenza riaccende quei sentimenti che apparivano definitivamente sopiti. Intense lettere d’amore, inizialmente aperte col timore che dentro la busta vi sia il messaggio d’addio. Invece, Liliana e Giovanni ricominciano a parlarsi, a condividere sentimenti, a volersi. Riemergono i ricordi belli e, piacevolmente, anche quelli brutti, perché tutto è cambiato. E così Liliana può scrivere a Giovanni di un passato, di un presente e di un futuro, ossia della vita nel suo scorrere con l’altro:

Lo sai Giovanni, forse questo viaggio ha fatto bene a tutti e due. Forse è stata proprio questa lontananza che ci ha aiutati a capire tante cose. Quanto tempo è ormai che siamo fidanzati. Quanti anni. Più che fidanzati, tu lo sai. Eppure, non ci siamo mai confidati, non ci siamo mai parlati come ci si doveva parlare. Ognuno si teneva i propri pensieri e ci si accontentava di stare insieme. Ma forse, questo nostro stare insieme, era diventata solo un’abitudine e non ci eravamo accorti di essere tornati soli. Siamo molto più vicini adesso. L’ho capito quando ripensando a tutti i nostri momenti passati insieme, mi sembra di ricominciare tutto da capo di rivivere le stesse cose, ma come se fossimo diversi tutti e due, migliori. 

Il nostro passato, il loro futuro ultima modifica: 2022-11-23T15:10:05+01:00 da MAZZINO MONTINARI

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