Gli olandesi, le polemiche, gli scandali… Però il Mose c’è e funziona

MAURIZIO CROVATO
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Mi è sempre stato indigesto il termine Mo.S.E, dal 1984. Si richiama al biblico Mosè. L’acronimo è ancora più aberrante: modulo sperimentale elettromeccanico. Significa dunque che è un esperimento, per cui provvisorio, affidato al funzionamento elettrico. Per cui destinato alla pigiatura con un pulsante. Aggiungiamo i termini: reversibile e graduale, previsti dagli articoli di legge, e siamo a posto. Per fortuna, dopo i 250 milioni circa di danni con l’alluvione del 12 novembre 2019 e la mareggiata a 186 centimetri dal medio mare, il Mose si è meritato applausi e consensi. Pochi giorni fa, ha salvato la città da un’altra botta di ben 175 centimetri. La terza del secolo. Anzi per essere ancora più precisi tre maree eccezionali (ovvero sopra 1,40) in tre giorni di seguito.

Venezia moribonda e titoloni sui giornali di mezzo mondo. Sarebbe andata così. E invece gran sospirone di sollievo. Sono stati spesi sei miliardi e mezzo, circa, in quarant’anni tra ricerche e opere. Coincidenze astrali. Mosè, il profeta, secondo la Bibbia, ci mise quarant’anni per raggiungere la terra promessa. La cultura ebraica lo definisce “il più grande profeta mai esistito”. Per la cultura cristiana è un santo che si celebra il 4 settembre. Insomma i termini, Mosè e Mose, erano e restano divisivi, a cominciare da quattromila anni fa.

Se penso alle frasi celebri, alle manifestazioni Sì-Mose (ma con diversi arresti per scandali nel 2014…), alle proteste No-Mose (con tredici esposti e sempre respinti dal TAR, dal 2003 in su) mi viene da riflettere.

Forse cominciò Bettino Craxi, allora presidente del Consiglio, che a Palazzo Ducale, sede mica da poco, disse solennemente, il 4 novembre 1986, in occasione del ventennale della grande alluvione, che il Mose sarebbe entrato in funzione entro il 1997. Tanto per ricordare i due secoli della fine della Serenissima… Siamo un tantino in ritardo con i tempi. Nel 1992 Giulio Andreotti, dando il via al progetto di massima, si limitò a un più modesto e pragmatico: “Speriamo che funzioni”. Comunque vada, il 22 novembre 2022 è stata una giornata storica.

Marea a due metri e zero quattro in mare a Malamocco, con vento a 113 chilometri orari. 175 cm di marea dal medio mare al rilevamento della Salute e 82 per cento della città storica potenzialmente allagata. Con le conseguenze che possiamo immaginare. A proposito di frasi celebri, il filosofo Massimo Cacciari nel 2006 uscì con un’esclamazione che ancora oggi fa discutere. “Veneziani mettetevi gli stivali!”. Che sarà mai un allagamento di acqua salata. Nel 2006 uscì anche il libro Le mani sulla città, che anticipava le ruberie e il commissariamento del Consorzio Venezia Nuova. Nel 2008 ci fu l’ultimo ricorso del WWF, assieme al sindaco Cacciari, con la raccolta di 12.154 (molti gli stranieri). Petizione respinta dal TAR, poi altri cinque esposti fino al 2014. Insomma una storia appassionata. Drastica anche la citazione della scienziata Andreina Zitelli, che dopo l’alluvione del 2019, uscì con un’affermazione lapidaria: il Mose non serve e non funzionerà mai. Nel 1998 faceva anche parte della commissione Via che disse no al Ministero. Ho ancora in mente le facce dei due edicolanti veneziani, tre anni fa, uno alle Zattere e l’altro al ponte delle Guglie, che rischiarono di morire perché i loro chioschi di giornali, si erano trasformati in barca modello naufraghi. Più simpatica l’immagine del patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, con le sottane alzate fino alla coscia e stivaloni, a controllare sconsolato la sua Basilica sommersa.

L’Oosterscheldekering (“diga/barriera della Schelda Orientale”)

La mia memoria mi riporta però indietro negli anni. Nel 1982, esattamente quarant’anni fa, quando il dibattito sul Progettone si era fatto incandescenze e la seconda Legge speciale non era ancora pronta (è del 1984 n.798). Il sindaco Mario Rigo pensò di invitare in laguna un gruppo di scienziati olandesi che stavano ultimando il loro “Mose” sullo Schelda, nel nord est dei Paesi Bassi, con 65 piloni e 62 paratoie mobili per le navi. Lunghezza dieci chilometri. Gli olandesi avevano una visione globale. Nella grande alluvione del 1963 avevano perso duemila abitanti, con 72 mila profughi. Forse prevedevano già i cambiamenti climatici. Quella volta pensarono a una grande diga (subito respinta per motivi estetici) che avrebbe compreso Jesolo a nord e Chioggia a sud della laguna.

L’opera olandese sullo Schelda fu ultimata in dieci anni (1976-86) e costò un terzo del Mose. Gli scienziati del Progettone, stabilirono all’epoca, che doveva essere a scomparsa, subacqueo, e farsi vedere solo in caso di emergenza. Per cui più costoso. Il concorso di idee internazionale, pensato addirittura nel 1975, divenne nazionale, con la Fiat a farla da padrona. Che fantasia. Una piccola riga della seconda legge speciale, art.3, prevedeva “in deroga alle disposizioni vigenti”, il concessionario unico. E così Fincosit, Italstrade, Condotte, Mazzi Costruzioni, divennero le prime aziende consorziate. Anni dopo s’aggiunsero Italimpresit, Mantelli Estero e le cooperative che rappresentavano la gauche e il mondo dei lavoratori: C.c.c. Consorzio cooperative costruzioni, C.C.V, CVCoop e Consorzio Grandi Restauri Venezia. Insomma, nel minestrone, da destra e sinistra c’erano tutti.

Dunque nel 1984 il ministro Franco Nicolazzi (poi condannato per Tangentopoli) dà il via al Consorzio. Nel 1985 arriva come presidente, Luigi Zanda, romano, collaboratore del presidente della Repubblica, Francesca Cossiga. Ma i giornalisti non lo potevano dire, come non potevano chiamarlo con il cognome intero Zanda Loy. Suo padre, Efisio, era stato il capo della polizia italiana. Ricordi giornalistici che rimangono ancora impressi.

La storia, più o meno recente: nel 2002 il Consorzio Venezia Nuova consegna ufficialmente al governo il progetto esecutivo. L’anno dopo il presidente Berlusconi, con Galan per la Regione e il sindaco di Venezia, Paolo Costa, posano la prima pietra.

Oggi per ultimare l’opera manca il cinque per cento. Insomma ci vogliono in cassa ancora duecento milioni per essere definitivamente a posto nel 2023. Giusto mezzo secolo dopo la prima legge speciale.

Tre le certezze, per il momento: le lugubri sirene non suonano più, i venditori di stivali per l’acqua alta sono in crisi, gli appartamenti al piano terra nel centro storico sono aumentati del dieci per cento. Resta una incognita per i nostri figli. Il Mose, opera concepita tanto tempo fa, quando i modelli matematici non erano così sofisticati e precisi come oggi, al massimo durerà, per consunzione, un altro mezzo secolo. Decennio più, decennio meno.

Le previsioni scientifiche, abbastanza catastrofiche, parlano di quasi un metro di oceani più alti, ovvero eustatismo, nei prossimi decenni. Anche Ravenna sparirà. Solo nel Novecento la città si è abbassata di tredici centimetri. Che fare? L’università di Padova, con l’Ismar del CNR, ipotizza di iniettare nel sotto suolo lagunare, nel corso degli anni, 150 milioni di metri cubi di acqua salata. Acqua giù e acqua su.

Intanto un problemino non è stato ancora risolto, nonostante le indicazioni delle leggi speciali: il completamento del sistema fognario. Sembra poca cosa ma per una città di stampo medioevale come Venezia, proprio non lo è. Anche igienicamente parlando, con milioni di turisti che usano il bagno.

Un ultimo desiderio: tra pochi giorni sarà nominato il presidente della neonata Agenzia per la laguna. Che dite? Ci mettiamo un veneziano? Così almeno sappiamo dove suonare un campanello in caso di reclami.

Gli olandesi, le polemiche, gli scandali… Però il Mose c’è e funziona ultima modifica: 2022-11-24T16:15:53+01:00 da MAURIZIO CROVATO
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